Ma Bersani ha liberalizzato? Si, no, forse, mah…

Pierluigi BersaniPer l’attuale governo il decreto Bersani rischia di diventare quello che la riforma dello statuto dei lavoratori rappresentò per il vecchio esecutivo: una vera e propria iattura. Con la differenza che il governo Berlusconi dopo lunghi mesi di trattative con la triplice sindacale riuscì comunque a raggiungere un buon risultato come l’approvazione della legge Biagi, mentre le liberalizzazioni di Bersani rischiano di segnare negativamente il prosieguo di un governo già vittima della propria debolezza numerica. La ritirata del ministro Bersani non è l’unica di questo governo e si aggiunge a quella ancor più grave di cui si è reso protagonista il vice ministro Vincenzo Visco il quale, dopo aver fatto crollare in Borsa i titoli dei settori immobiliari, annunciando una punitiva e pazzesca tassazione retroattiva sulla vendita degli immobili, ha mestamente deciso di fare marcia indietro per evitare il possibile fallimento delle piccole imprese operanti nel settore immobiliare. L’accordo raggiunto dal ministro per sviluppo economico con i tassisti, invece, se proprio non lo si vuole considerare una resa incondizionata del governo alla piazza, è sicuramente qualcosa di molto simile ad essa con in più l’aggravante di aver dato la sensazione che chi mette a ferro e fuoco le città, violando ogni regola e trasformando lo sciopero da diritto in sopruso, alla fine si vede riconosciute le proprie rivendicazioni, indipendentemente se queste abbiano ricadute positive o negative sull’intera comunità.

Si tratta, come si può ben comprendere, di un pericoloso precedente che rischia di compromettere tutte le trattative in corso come quella in atto tra la governatrice del Piemonte, Mercedes Bresso, e i rappresentanti dei “Comitati No Tav”. Riferendosi alla conferenza dei servizi sull’Alta Velocità, il presidente della Regione Piemonte si è detta molto preoccupata del cedimento governativo in quanto per lei da ora in poi sarà molto più difficile trattare con i “No Tav”. Dal canto suo il ministro Bersani, forse un po’ imprudentemente a dir la verità, continua a parlare di pareggio anche se sembra trattarsi di un pareggio che soddisfa solo lui. All’interno della maggioranza, infatti, molti sono i delusi da questo accordo e tra questi vi è anche uno dei vicepresidenti del consiglio.

Tradendo una certa insofferenza per una mediazione al ribasso che ha visto tra i protagonisti il sindaco della capitale Walter Veltroni, Rutelli ha dichiarato che «il senso di responsabilità suggerisce che si accetti il compromesso ma verificheremo attentamente che funzioni: se il servizio migliorerà, bene. Se però i problemi non si risolveranno, bisognerà tornare a liberalizzazioni più coraggiose». Tra le fila dei delusi per l’epilogo che ha avuto la trattativa con i tassisti c’è pure Romano Prodi. Il premier, dopo una inevitabile tiratina d’orecchie al ministro, sulle liberalizzazioni lo ha esortato a non mostrare il minimo tentennamento. Non bisogna dimenticare che nelle intenzioni del governo l’operazione «Cittadino consumatore», varata con un blitz il 30 giugno scorso in gran segreto e con la collaborazione dei maggiori quotidiani del nostro Paese, doveva essere un colpo ad effetto per conquistare la parte più moderna e riformista del Paese, compreso quel Nord che continua a votare per il centrodestra, invece rischia di trasformarsi in un flop senza precedenti in grado di provocare un effetto domino sulle altre categorie interessate dal decreto.

Stando così le cose, è inutile negare che il governo su una materia economica di fondamentale importanza abbia subito una forte battuta d’arresto e la svolta culturale che esso intendeva imprimere al paese adesso tutt’al  più verrà ricordata come una piccola rivoluzione mancata. Del resto da un governo di centrosinistra difficilmente ci si può aspettare qualcosa di buono sul fronte delle liberalizzazioni e dello sviluppo economico e stupisce non poco l’atteggiamento favorevole che hanno riscosso queste finte liberalizzazioni. Confindustria addirittura ha descritto il decreto e il ministro Bersani con toni simili a quelli usati per il ritorno di De Gaulle al potere. In futuro sarebbe meglio che i vertici di Confindustria si mostrassero più prudenti nell’agitare turiboli di incenso, se non altro per evitare di essere coinvolti nelle beghe di governo. Anche perché la tanto attesa riduzione di dieci punti del cuneo fiscale ancora non si è vista, così come ancora nulla si sa della sterilizzazione dell’IVA sulla benzina, nonostante in questi giorni il prezzo della verde abbia raggiunto quote quasi insostenibili. Comunque sia, le liberalizzazioni o sono sistemiche o non sono e non possono prescindere dall’abbattimento dei monopoli vigenti in settori quali l’energia, la telefonia, l’utenza televisiva, etc. Liberalizzare, inoltre, significa dare la possibilità di scegliere l’ospedale dove farsi curare o la scuola più adatta per la formazione e l’educazione dei propri figli. Liberalizzare significa anche abolire il valore legale del titolo di studio, introducendo principi di concorrenza tra le scuole e tra le università, e significa anche abolizione di tutti gli ordini professionali. Tentativi come quelli portati avanti dal centrosinistra, invece, non fanno altro che produrre divisioni in classi sociali, discriminando tra i tesserati sindacali e tutti gli altri lavoratori. Con i primi che hanno diritto ad essere consultati tramite la concertazione e i secondi che vengono trattati da paria.

Ancora una volta la sinistra ha perso un’ottima occasione per dimostrare al paese di essere diventata una moderna forza di governo.

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