L’ennesimo anno ponte dell’ultimo degli inconcludenti

Gli studenti sono già ai blocchi di partenza, pronti per affrontare il nuovo anno scolastico. Tra oggi e il 19 settembre, tutti gli studenti, secondo un preciso calendario stilato dalle singole regioni, riprenderanno il proprio posto dietro i banchi di scuola decisi, chi più e chi meno, a far tesoro del sapere che gli insegnanti trasmetteranno loro. Anche quest’anno per la scuola sarà, secondo la definizione che il neo ministro Fioroni ha dato nella circolare che ha inviato a tutti i Dirigenti e Docenti scolastici, un “anno ponte”: l’ennesimo, che dovrebbe, sempre secondo le intenzioni del ministro, traghettare la scuola “verso nuove Indicazioni curricolari”.

Cosa concretamente si vuole affermare con il termine “verso nuove Indicazioni curricolari” lo vedremo nei prossimi mesi, nel frattempo è sicuro che ancora una volta studenti, genitori e professori saranno costretti a dover affrontare, oltre la normale attività didattica, gli annosi problemi che affliggono il sistema istruzione italiano. Problemi di cui tutti sono a conoscenza, ma per i quali nessuno sembra in grado di trovare la giusta soluzione, o il giusto punto di partenza, entro cui incanalare un processo di riforma in grado di trasformare la nostra scuola in un moderno e avanzato sistema d’istruzione. In tale direzione si credeva che un importante passo in avanti lo si fosse fatto con la riforma Moratti, invece il nuovo governo ha ritenuto opportuno stopparla e, anche se non l’ha completamente abiurata, le prime modifiche che ad essa ha apportato di fatto l’hanno svuotata di significato rendendola quasi inoperante. Con l’accordo di luglio, siglato tra i sindacati della scuola e l’Aran, l’agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, sono stati disapplicati i commi 5, 6 e 7 dell’art. 7 e il comma 5 dell’art. 10 del decreto legislativo n. 59/2004, ossia sono stati resi nulli tutti quegli articoli, invisi per lo più ai sindacati, in cui ad essere normati erano la personalizzazione del piano di studi; la cura delle relazioni con le famiglie e la considerazione del percorso educativo compiuto dall’allievo al fine di esaltarne le attitudini specifiche. Così se l’intenzione del precedente legislatore era quella di evitare l’appiattimento didattico, dando spazio alle differenze individuali e cercando una sintonia maggiore tra educazione scolastica e familiare, con le modifiche di luglio si è voluti tornare a ribadire l’assoluta autonomia pedagogica della scuola pubblica, anche nella più tenera età, tenendo i genitori fuori dai confini scolastici. Se così stanno le cose che senso ha allora dichiarare di voler valorizzare la famiglia e poi mettere ai margini la responsabilità genitoriale quasi che fosse un’indebita ingerenza nel compito formativo? Certo è del tutto legittimo che un governo decida di intervenire su normative ereditate da chi l’ha preceduto, ma ciò è necessario che avvenga alla luce del sole e nei luoghi preposti a tale compito. Invece, decidere di apportare delle importanti modifiche ad una legge tramite un contratto siglato quasi in segreto e lontano dalle aule parlamentari significa voler rendere nullo il principio di legalità e anche se ciò è previsto da una norma del decreto legislativo 165 del 2001, che concede alle parti di stipulare accordi anche in deroga ad alcuni aspetti della normativa, in mancanza di un atto d’indirizzo del governo si tratta di una procedura al limite dell’eversione istituzionale. Non bisogna dimenticare che le famiglie, a differenza dei sindacati della scuola, non hanno strumenti di contrattazione ed è per questo che si rende necessario accettare il libero gioco delle maggioranze parlamentari, per quanto questo possa essere denso di incognite, e soprattutto è necessario che chi governa si assuma la responsabilità politica delle proprie scelte.

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