Finanziaria 2007: un pesante macigno ideologico

Della Finanziaria 2007 ciò che più colpisce è il carico ideologico che essa esprime. Leggendo i vari provvedimenti l’impressione che se ne trae è che con essa, più che un orientamento economico, si sia voluto imporre un certo modello di società. In un quadro di generale impoverimento, infatti, si è preferito colpire la parte più dinamica e produttiva del paese, quella per intenderci che produce e diffonde la propria ricchezza anche alle classi più disagiate, tutto a vantaggio di politiche di redistribuzione parassitaria delle risorse che finiranno per premiare i soliti noti.

Non è difficile prevedere che i provvedimenti contenuti nella manovra economica, più che avvantaggiare, finiranno per colpire pesantemente proprio coloro che invece si vorrebbe aiutare. Prova ne è, come ha scritto il prof. Luca Ricolfi in uno dei suoi ultimi interventi pubblicati su “La Stampa”, che la “più volte reclamizzata riforma dell’Irpef, presentata come grande operazione di solidarietà, equità, giustizia sociale (con relativa invocazione: che «i ricchi piangano»…), è poco più di un’operazione propagandistica, che sottovaluta intelligenza e capacità di discernimento dei cittadini. Mediamente la riforma Irpef toglie meno di 100 euro al mese ai contribuenti sopra i 2500 euro netti, per darne meno di 10 al mese a quelli che sono sotto i 2500. Le risorse così trasferite da un gruppo all’altro ammontano, più o meno, a 0,2 punti di Pil, e finiscono per essere sommerse dagli innumerevoli e ben più tangibili aumenti della pressione fiscale su famiglie e imprese, sia a livello centrale sia a livello locale (addizionali Irap-Irpef-Ici, tasse di scopo)”.

Se così è allora vien da chiedersi: a quali poveri si riferiscono gli estensori della legge Finanziaria quando illustrano i provvedimenti in essa contenuti, visto che la scure ideologica di questo governo si abbatte senza pietà anche su di loro e non risparmia nessuno?

Non risparmia nemmeno la Chiesa la quale, con un giochetto da maestri, si è vista aumentare ed estendere il pagamento dell’Ici per tutti i beni immobili da essa posseduti e, quindi, anche per quelli in cui, come asili, scuole, ospizi, orfanotrofi, oratori e case famiglia, si svolgono servizi indispensabili che il settore pubblico non è in grado di erogare e che la Chiesa invece svolge con pochi mezzi e grande impegno.

Sin qui niente di strano, o perlomeno c’è poco da stupirsi in quanto le prime avvisaglie di ciò che sarebbe accaduto, se a vincere le elezioni fosse stata l’Unione, si ebbero già nell’ottobre del 2005 allor quando la sinistra protestò vivacemente per la scelta del governo Berlusconi di estendere le agevolazioni previste per l’Ici a tutti gli immobili posseduti dalla Chiesa.

Ovviamente è del tutto legittimo ritenere la Chiesa foriera di privilegi e quindi farla pagare l’Ici per intero, ma questo all’opinione pubblica lo si deve dire in modo chiaro e trasparente e soprattutto senza ricorrere a beceri sotterfugi o a trucchi da quattro soldi quale è il combinato disposto tra il Decreto Bersani approvato in luglio, che prevede l’esenzione dell’Ici solo per quelle “attività che non abbiano esclusivamente natura commerciale”, e il comma 6 dell’art. 5, contenuto nel Decreto Legge collegato alla Finanziaria recante “Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria”, con il quale si obbliga a rivalutare “nella misura del 40 per cento le rendite catastali dei fabbricati classificati nel gruppo catastale B”.

Se proprio non si vuole che ad erogare servizi rivolti alla persona siano soggetti diversi dallo Stato, e in particolare la Chiesa cattolica, lo si deve dire senza giri di parole, anche perché è giusto che la gente sappia, ad esempio, che una simile scelta ideologica non solo peggiorerà la qualità dei servizi offerti, ma aumenterà, e notevolmente, i costi per l’intera società.

Capiamo le preoccupazioni di Romano, ma ormai al di là del Tevere hanno capito cos’è che più gli sta a cuore e non è certo né il bene comune, né la sua fede adulta.

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