Ungheria: il passato che si fa presente

Le notizie circa le insurrezioni di piazza provenienti dall’Ungheria non possono che risuonare paradossali, soprattutto se si pensa che esse giungono proprio nel mese in cui a Budapest si celebra il cinquantesimo anniversario della rivolta antisovietica.

Tra l’attuale insurrezione dei giovani budapestini, che manifestano contro il governo guidato dal mentitore confesso Ferenc Gyurcsany, e la rivolta popolare che, a metà del secolo scorso, vide gli abitanti della capitale magiara sollevarsi contro il più spietato e sanguinoso regime filosovietico dell’Europa dell’Est, “c’è – come ha scritto Enzo Bettiza su “La Stampa” – un perverso filo storico che sembra congiungere il 1956 con il 2006, dopo mezzo secolo dalla rivoluzione. In Ungheria, ma anche in Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca c’è la voglia di chiudere definitivamente i conti con il totalitarismo comunista e i suoi eredi, conti che non sono stati fatti fino in fondo nel 1989”.

E in molti sono coloro, anche in Italia, che questi conti sino in fondo si ostinano a non volerli fare, preferendo la mistificazione alla verità. E a nulla vale manifestare il proprio pentimento, per aver militato in quel partito che per mano del potente segretario di allora, il famigerato Palmiro Togliatti, non solo giustificò ma addirittura autorizzò l’invasione dell’Ungheria, se questo non lo si fa poggiare su solide basi culturali. Non foss’altro perché come afferma un personaggio del famoso romanzo di MichailBulgakov, “Il Maestro e Margherita”, «i fatti sono ostinati» e prima o poi ripropongono, in una sorta di tragicomica ripetitività, i nodi che l’uomo si rifiuta di affrontare o risolvere.

Cos’è allora che permette di giudicare un pentimento vero e utile a tutti e di non considerarlo alla stregua di un mero gesto di facciata?

In generale ci si pente nel momento in cui si riconosce che rispetto ad una determinata questione si è commesso un errore. Il pentimento non è mai avulso dal contesto in cui si inscrive e avviene all’interno di un cammino che giorno dopo giorno conduce l’uomo ad abbracciare la verità.

Prendendo in considerazione i “fatti d’Ungheria”, anche e soprattutto alla luce di quanto sta avvenendo oggi nella capitale magiara, sarebbe il caso che finalmente si dicesse, una volta per tutte, che a far crollare il comunismo è stato il comunismo stesso. Non è vero che esso è crollato per colpa della onerosa e perdente gara condotta contro il capitalismo occidentale, come ancor oggi si tende a far credere, anzi è vero proprio il contrario. Sino all’ultimo, infatti, America ed Europa, ossessionate com’erano dalla cosiddetta guerra fredda che vedeva i “blocchi contrapposti” perennemente sull’orlo dell’abisso atomico, spinsero affinché si riuscisse, attraverso la conversione alla semidemocrazia di un comunismo riformato e salvato, a conservare lo status quo, con l’Urss e i satelliti abbracciati in un sorta di autoritarismo morbido.

Per anni l’Occidente si è lasciato cullare da questa specie di sogno machiavellico secondo cui per uscire dalla guerra fredda, senza violente scosse, molto più ragionevole sarebbe stato trattare con un male addolcito piuttosto che fare i conti con un bene ignoto.

Questa balzana idea nacque perché l’Occidente era fortemente suggestionato dalla paura. Ma “la paura – come si legge nell’ultimo editoriale de “La Nuova Europa” – mille volte invocata a giustificare l’ignavia o l’indecisione del cosiddetto mondo libero, non è mai stata in realtà la vera responsabile di nulla. […] Se i sistemi totalitari e le loro ideologie hanno potuto tenere in ostaggio il mondo libero col ricatto della paura – veniva chiamato “equilibrio del terrore” – se ancora oggi possiamo essere tenuti in ostaggio dalle minacce di un nuovo terrore, è solo per un malinteso che ci fa temere uno scontro là dove ci sarebbe soltanto da dire la verità. […] Allora si fu portati a credere che fosse in atto uno scontro fra due sistemi omogenei, uno dei quali si prendeva l’Ungheria mentre l’altro si prendeva Suez. […] Oggi come allora non ci si rende conto che un sistema totalitario (e il terrorismo) ha una eterogeneità radicale rispetto a ogni altro sistema, non foss’altro perché in ogni altro sistema i delitti sono sempre delitti, mentre in un sistema totalitario diventano opere umanitarie, e la realtà che contrasta con questa interpretazione non solo non deve essere presa sul serio ma deve essere eliminata. […] Così da una parte c’è un nichilismo che tutto distrugge e dall’altra un nichilismo che non sa proteggere nulla. E la paura sembrerebbe di nuovo diventare invincibile, se non fosse che può essere vinta: […] perché la realtà è più grande di tutte le interpretazioni che ne possiamo dare, e proprio per questo è il vero nemico di ogni sistema totalitario: perché non fatta da mano d’uomo non si lascia ridurre a nessuna delle interpretazioni che l’uomo si inventa”.

Il desolante guaio dei nostri giorni è che queste cose alla gente e ai giovani non le dice nessuno, anzi c’è ancora chi si ostina a ragionare per contrapposizioni definendo, come ha fatto Tommaso Di Francesco dalle colonne de “Il Manifesto”, “xenofobe e«cristiane»” le patrie il cui potere attualmente è detenuto da ex comunisti che astutamente si sono riciclati politicamente e si omette di scrivere che fu proprio Papa Pio XII, come ricorda Benedetto XVI nella lettera che ha inviato al presidente della Repubblica László Sólyom in occasione del 50° anniversario dell’insurrezione, che “attraverso ben quattro vibranti interventi pubblici, chiese con insistenza alla Comunità Internazionale il riconoscimento dei diritti dell’Ungheria all’autodeterminazione, in un quadro di sostanziale identità nazionale, che garantisse la necessaria libertà”.

Di Tommaso forse non si rende conto che così facendo lui e quelli che ragionano come lui non fanno altro che alimentare odio in chi li segue, secondo una visione che purtroppo richiama alla memoria tristi ricordi della mentalità staliniana.

Cattivi maestri? Assolutamente sì!

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