Per Messina al peggio non c’è mai fine

Nei giorni scorsi Messina è stata citata dal Governatore della Banca d’Italia, ovviamente non per farne un elogio. Nelle “Considerazioni finali”, esposte la settimana scorsa all’assemblea dei soci, Mario Draghi, riferendosi alle «manchevolezze registrate dalla nostra giustizia civile», ha messo in evidenza l’emergere «di uno specifico problema meridionale» in cui «la durata media di un processo civile ordinario di primo grado si triplica passando dal distretto di Torino a quello di Messina, da 500 a 1.500 giorni». Per la città dello Stretto, dunque, al peggio non sembra esserci fine e più essa sprofonda verso gli abissi del nulla, più si avverte, da parte di molti, una certa inconsapevole goduria nei confronti di questo viaggio verso l’inferno.
I dati esposti dal Governatore sono chiari e mostrano, nonostante i buoni propositi della politica, un Sud che continua ad arrancare e che anno dopo anno vede crescere il suo divario con il Nord. In questa situazione la crisi di Messina spicca più di ogni altra assumendo le tipiche caratteristiche di un fattore endemico. In un’epoca globalizzata come quella attuale in cui la connessione tra i mercati mondiali è una realtà acquisita e in cui, grazie al continuo sviluppo delle tecnologie legate alle comunicazioni, i saperi e le conoscenze sono accessibili da tutti e le distanze si sono notevolmente ridotte, Messina è rimasta ferma ai primi anni ’50. La cosa peggiore comunque è che niente sembra essere in grado di scuoterla dal torpore in cui si ritrova. C’è di più, ogni istanza di cambiamento e di ammodernamento viene vissuta, da buona parte dei cittadini e da buona parte della classe politica, quasi alla stregua di un dramma. Come in un festival della dietrologia si guarda al passato e si pensa al futuro credendo di poter riprodurre una situazione simile a quella vissuta nell’immediato dopoguerra.
La storia purtroppo, o fortunatamente, raramente si ripete e il progresso, che negli ultimi decenni ha compiuto passi da gigante, rende anacronistica ogni qualsivoglia nostalgia per i bei tempi che furono. In tale contesto si rende necessario guardare al futuro con speranza, evitando quanto più possibile una visione provinciale della realtà che spesso porta ad etichettare con l’aggettivo “faraonico” tutte le novità che si presentano dinnanzi ai nostri occhi, altrimenti a nulla poi vale lamentarsi degli scippi subiti dalla città.
Oggi, però, siamo arrivati quasi all’assurdo: chi sino a pochi mesi fa marciava contro la costruzione del ponte sullo Stretto, e festeggiava lo stop ai lavori votato dalla Camera, ora propone petizioni per impegnare il Governo a destinare i fondi ex-Fintecna alla città dello Stretto. Se non è schizofrenia questa non si capisce cosa possa esserlo! Prima si fa di tutto per rinunciare ai soldi già ottenuti, poi si pretende di avere comunque quei soldi e per giunta senza proporre lo straccio di un progetto alternativo.
Il risultato di tutta questa operazione qual è? Per dirla alla messinese: “Chi cu’ sceccu piddemmu tutti i Carrubbi”.
Intanto la città continua a soccombere e non si riesce ad intravedere una possibile via d’uscita. I tir continuano ad impazzare per tutta la città mettendo in serio pericolo la vita degli abitanti, la soluzione Tremestieri, per risolvere tale problema, si è rivelata una gigantesca presa in giro, l’economia continua a ristagnare e da più fronti, ad esempio da Bankitalia e dalle FS, arrivano allarmanti notizie di smobilitazioni che lasciano presagire un futuro più buio e fosco di quanto non sia il presente.
A questo punto sarebbe bello se i rappresentanti politici della nostra città spiegassero a tutti i messinesi quali iniziative intendono intraprendere per far uscire la città dalla putrida palude in cui si ritrova invischiata. Considerato che il ponte è il male dei mali – e non si capisce per quale motivo – e considerato che il problema del traffico cittadino in qualche modo deve essere risolto, quali sono gli interventi che essi intendono adottare in tal senso? Da mesi si discute del cosiddetto recupero del water front cittadino e le proposte sin qui avanzate fanno quasi ridere per la loro inconcludenza: è possibile realizzare un serio e fruttuoso progetto di sviluppo turistico che possa tornare utile a tutta la città, oppure anche in questo caso ciò che conta è favorire il “furbetto” di turno? In che modo si intende rendere i siciliani, e quindi anche i messinesi, non più isolati ma isolani? Come far uscire Messina dalla asfissiante stagnazione economica in cui si ritrova?
Speriamo che i nostri politici siano così gentili da dare una risposta a questi quesiti, per cui non rimane altro da fare che restare in attesa di un loro riscontro. Fiduciosi che le loro soluzioni possano arrivare prima che Caronte transiti Messina definitivamente ‘nell’etterno dolore’.
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Una Risposta

  1. ciao scopro ora il tuo blog, molto interessante..

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