La Messa in latino restituirà i fedeli ai templi

di Franco Piccinelli

Si può essere certi che il 14 settembre, venerdì, e la domenica successiva, le chiese in Italia saranno gremite come raramente. In Italia, ma ovunque nei Paesi cattolici. Il 14 di settembre. Sembra una data da inizio dell’anno scolastico ed è invece il giorno nel quale, grazie a questo grande Papa, Magno davvero, vengono restituite alla Chiesa, quindi al popolo che la forma, lingua e tradizione liturgica ultrasecolari, sottrattele non tanto dalle disposizioni conciliari del 1970, quanto dalla loro malintesa interpretazione.
E si può essere altrettanto certi che, nonostante le cautele e il sommesso ma limpido linguaggio che accompagnano la lettera apostolica motu proprio di Benedetto XVI ai vescovi «sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma», frettolosamente accantonata, i consensi supereranno di gran lunga le resistenze definite progressiste, che minacciavano di desertificare i templi del Signore.
Il documento papale «è frutto di lunghe riflessioni, di molteplici consultazioni e di preghiera»: vale a dire, non si è mai ritenuta definitiva la radicale trasformazione della liturgia, la soppressione della lingua latina che viene definita, nella lettera, veicolo di semplicità e chiarezza, né l’ostracismo al rito romano, compreso il canto gregoriano. Ratzinger denuncia l’imbarazzo suo e di larga parte dei fedeli nel constatare che «in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo messale (…) inteso come autorizzazione o perfino obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della lilturgia al limite del sopportabile».
Di qui il doloroso distacco dalla Chiesa e dai Sacramenti, lento ma progressivo e continuo, di quanti si sentivano privati di una delle ultime certezze, conosciuta dagli anni dell’infanzia e sottrattagli senza motivo: se non la smania, propria di quegli anni infelici e anche tragici, di abbattere per riedificare senza sapere che cosa e in che modo, secondo un criterio seguito su ben altre fonti, di breve e tragica durata, di conclusione fallimentare. L’impopolarità non paga: nel suo opposto si annida la voce di Dio. Né bisogna essere proprio emotivi, a commuoversi nel ritrovarsi fra le atmosfere perdute dove la preghiera è tutta intimità.
Né il Papa si è limitato a farsi portavoce di malumori, scontentezze, rimpianti e delusioni. Sono convincimenti suoi propri, lo dice egli stesso, quelli che lo hanno meditatamente indotto al motu proprio, uniformando per ora una sorta di duplice rito senza deroghe, al contrario di quanto ora accade dove il celebrante aggiunge di suo ciò che gli pare faccia effetto, e le intenzioni dei fedeli all’Offertorio possono essere peregrine piuttosto che codificabili. Essendo inevitabilmente intimistiche oltre che personali le considerazioni sull’evento e sulle relative conseguenze, questo posso dire: gran fortuna per me, che servii centinaia di messe da ragazzino, aver mantenuto integro il formulario latino d’allora con cui ho sempre pregato, e risposto, in ogni funzione. Mi sarebbe stato impossibile l’altrimenti. Ho già chiesto in Alto di poter cantare il mattutino in un’abside alle ore tre antelucane. Poi sarò pago d’essere in tutto un educato progressista.

© Gazzetta del Sud, 11 luglio 2007

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