Aumenta il divario tra le due Italie

Rapporto Svimez: il Mezzogiorno cresce, ma meno del Nord. E i nuovi arrivati dell’Ue superano il Meridione

di Enrico Cisnetto

La Sicilia come l’Irlanda? La similitudine suggerita dalla lettura dei pezzi di Giuseppe Di Fazio e John Waters è senz’altro affascinante: tra le potenzialità siciliane e la realtà del miracolo economico irlandese ci sono, e si vedono ad occhio nudo, molti punti in comune. Compresa, ed è giusto dirlo, quell’immagine di "Cenerentola" che fino a ieri apparteneva in Europa alla "sorella piccola" della grande Inghilterra e che si può cucire addosso anche all’isola italiana. Ma le somiglianze più concrete sono altre: una grande forza lavoro, sia locale – grazie ad un tasso di fertilità e a un numero di componenti per famiglia superiori rispetto alla media – che frutto dell’immigrazione, a causa della sua posizione nel Mediterraneo. Una certa vitalità che arriva dalle aziende, come osserva giustamente Di Fazio, che stanno vivendo un rinnovamento i cui segnali visibili sono l’effetto di una cultura d’impresa che tende ad emanciparsi dalla visione "familiare" per introdurre rinnovati processi e prodotti, e tentare l’ingresso in nuovi mercati, anche esteri.
Che poi l’economia siciliana, in generale, si stia muovendo per il verso giusto, ce lo conferma, nel suo rapporto sull’economia regionale, la stessa Bankitalia: nell’industria il grado di utilizzo degli impianti è aumentato e la crescita del fatturato è stata più intensa di quella registrata nel 2005; nell’ultima parte dell’anno, al peggioramento degli ordinativi, le imprese hanno risposto con un incremento delle scorte. Segnale, quest’ultimo, anche di quella "fiducia nel futuro" considerata indispensabile negli scritti pubblicati da questo giornale. Così come sono positivi l’aumento dell’occupazione nei servizi (è il terziario lo specchio della progressiva modernizzazione di un’economia), e la crescita dei finanziamenti bancari, anche se sono emerse nuove sofferenze. E ancora, sempre parlando di punti di contatto, citerei un tessuto sociale coeso, e una grande vocazione per il settore turistico-ambientale. Su questo piano, anzi, le bellezze storiche e naturali che può offrire la Sicilia hanno poco da invidiare al resto del mondo. In più, vi è una considerazione da fare, che prende corpo direttamente dalla teoria economica: la cosiddetta strategia dell’ultimo arrivato. La quale dice che chi per ultimo comincia a crescere, ha il vantaggio di poter imparare dagli errori di chi ha già fatto il medesimo percorso. L’Irlanda ne ha usufruito osservando da un punto di vista privilegiato i tentativi e gli errori della sorella maggiore inglese; la Sicilia può fare la stessa cosa.
Ma sarebbe disonesto non ricordare anche le molte distanze che intercorrono tra Sicilia e Irlanda: la "tigre celtica" ha conosciuto la sua espansione anche grazie alla straordinaria riduzione, operata dal 1987 al 2003, del debito pubblico (dal 112% al 33% del Pil), con una disoccupazione in crollo verticale dal 17 al 4%. E questo, se confrontato con la continua crescita del costo della sanità siciliana – che ormai assorbe il 54% della spesa regionale – ci dà l’idea della distanza tra i due estremi. E poi c’è la questione degli investimenti: grazie a un regime fiscale altamente incentivante – una tassa societaria unica al 12,5%, la più bassa della Vecchia Europa – l’Irlanda ha saputo attirare nel tempo 1.022 imprese straniere, che oggi garantiscono il 75% delle sue esportazioni di beni e servizi. Sarebbe in grado di fare lo stesso, la Sicilia, con i suoi ben noti problemi di criminalità e mafia?
In ultimo, due considerazioni. La prima è sulla fiscalità di vantaggio, di cui l’Irlanda ha potuto usufruire e che tanto bene farebbe alla Sicilia come a tutto il Sud, ma che l’Ue, in misura di un vincolo che ci sta troppo stretto, difficilmente concederebbe. La seconda, più concreta, è sui fondi europei, che l’Irlanda è stata più brava degli altri a far fruttare, investendoli sul proprio capitale umano per affrontare coraggiosamente le sfide del futuro. Ma qui il paragone non è da farsi con la Sicilia, ma con l’Italia, guidata da una classe politica che non ha in testa un progetto-paese. Da questo punto di vista, Palermo è come Roma, Milano, Torino. E non è una consolazione.

www.enricocisnetto.it

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