Il dialogo impossibile tra vecchi e giovani

di Pietro Barcellona

Scrive Giovanni Sartori che "una politica nuova richiederebbe una classe politica meno asina di come è". La nostra "casta" sta poco a lavorare in ufficio e non legge più i giornali, presa com’è dalla comparsata tv. Spero che questa affermazione assolutamente condivisibile, sia da intendersi anzitutto in senso autocritico, giacché lo stesso Sartori non può sottrarsi a questo giudizio di ignoranza della "realtà". È da qui, infatti, che bisogna prendere le mosse: siamo una società di "ignoranti" perché sono fallite le tradizionali agenzie educative e i grilli parlanti del nostro paese sono i primi a non capire cosa sta accadendo nel mondo che ci circonda.

Il nostro sistema elettorale è una "schifezza", ma non è un alibi per la sclerosi multipla che colpisce l’intelligenza collettiva. Letteralmente, noi ci troviamo a viver in un "mondo" che non corrisponde al nostro linguaggio. È un fenomeno grave che dà luogo a una dissociazione strutturale (non contingente e passeggera) fra ciò che diciamo e ciò che facciamo, fra ciò che pensiamo di noi stessi e ciò che significano le nostre azioni. Noi parliamo, ad esempio, di identità nazionale e di sovranità, mentre le prassi operanti nella realtà indicano nei nuovi organismi sovranazionali (Ue, Nato, Onu, Fmi), le fonti effettive della normatività planetaria. Non si tratta di un mero spostamento di luoghi, ma di una diversa rappresentazione del mondo reale. Il vecchio governo del mondo, incentrato sulla sovranità degli Stati, fondava l’ordine mondiale sugli accordi e i trattati interstatali, e quindi sulla politica di ciascun soggetto statale; l’attuale ordine mondiale si fonda, invece, sulla omogeneità sovranazionale delle pratiche economiche e commerciali che istituiscono nuovi sistemi di regolazione fondati sulla "traducibilità" di ogni sistema economico nazionale nell’unico linguaggio del mercato mondiale e del calcolo monetario. Mi rendo conto che non è facile afferrare le novità implicite in questo mutamento di livello, ma è decisivo per il nostro futuro capire ciò che caratterizza la nostra epoca. Come scrive un giurista proiettato verso la dimensione globale, Ugo Mattei, «Si tratta della costruzione di un "pensiero unico" giuridico, coerente con quello economico e in quanto tale efficiente e desiderabile. La costruzione di tale pensiero unico (fortemente americanizzato) si basa su diverse forme di soft law che affianca sempre più pervasivamente quel soft power (a suo tempo impersonato dall’amabilità di Clinton) che è essenziale nell’esercizio dell’egemonia globale, come dimostrano le sfortune del giovane Bush che ha pensato di poterne fare a meno». Per esempio, la partecipazione al famigerato G8, che non è un organismo internazionale, e non è neppure un’istituzione in senso formale, essendo privo di qualsiasi organizzazione stabile, produce una serie di conseguenze non indifferenti per i sistemi giuridici dei paesi che vi partecipano oltre che ovviamente per quelli che non vi partecipano. Innanzitutto, come ben sa chi ha tentato di convenire il G8 in giudizio dopo i fatti di Genova, il G8 è sovrano in senso profondo in quanto legibus solutus. "Vi sono poi forme di soft law ancor più sfacciatamente private che a loro volta producono adattamento al modello egemone. Quando un’agenzia di rating quale ad esempio Moody’s stabilisce i criteri attraverso i quali valuterà un sistema paese essa sta, per quel sol fatto, introducendo in modo soft i criteri che dovranno guidare la legislazione dei diversi stati. " Mattei, tuttavia, coglie solo l’aspetto dell’inadeguatezza degli attuali studi giuridici mentre in realtà la posta in gioco è più alta.

Quando muta il linguaggio con cui si "rappresenta" il mondo, muta anche la maniera di intendere la nostra stessa identità di "soggetti". Che significa oggi dire che siamo soggetti, uomini liberi e consapevoli, capaci di progettare il futuro, come si continua a ripetere nelle aule universitarie? In realtà, noi continuiamo a usare il linguaggio della identità storica del soggetto, delle biografie e della narrazione che si fonda sull’articolazione del tempo in passato, presente e futuro. Ognuno di noi continua a pensare che la propria storia e la propria vita hanno un senso perché esprimono la continuità dei nostri vissuti. Noi adulti formati sulla lettura di libri e giornali, abbiamo acquisito una memoria storica fondata su un’intelligenza alfabetica. Noi pensiamo la successione delle lettere come successione di fatti (a, b, c, d, ecc.) e perciò ragioniamo in termini di causa ed effetto, di volontà e di progetti che determinano l’accadere degli eventi.

 Nella contemporaneità in cui siamo immersi, invece, l’intelligenza alfabetica, fondata sulla logica della sequenza causa-effetti, è stata sostituita dall’intelligenza della contestualità delle immagini, che non consente di articolare il prima e il dopo dell’accadere. Nell’istante dell’immagine mediatica le cose sono così come sono e non si pone neppure la domanda sul se potrebbero essere altrimenti. L’attacco terroristico e la risposta militare di Bush sono contestuali e non c’è spazio per alcuna interrogazione su altre possibilità di risposte. Chiedo ai miei lettori una disponibilità straordinaria a seguire questa riflessione complessa. La logica alfabetica, legata alla lettura, è una maniera di porsi di fronte al mondo e all’accadere degli eventi come un processo che viene dal passato e va verso il futuro. La logica simultanea esclude ogni idea di processo e di storia e riduce la comprensione alla mera registrazione della contemporaneità delle immagini trasmesse, sicché produce una "comprensione" della simultaneità degli eventi, ma non legittima alcuna domanda sulle loro relazioni e sul perché del loro accadere. La contestualità delle immagini è un’evidenza, la sequenza delle proposizioni è un’argomentazione plausibile. Il tipo di mondo in cui ci troviamo a vivere si traduce per ciascuno di noi in un linguaggio che lo rappresenta: il linguaggio alfabetico trasmette il linguaggio storico della tradizione; il linguaggio dei media audiovisivi trasmette il linguaggio dell’immediatezza e dell’istantaneità.

Quando parlo coi miei studenti del patto costituzionale so purtroppo di usare termini che per loro non significano niente. Se il sapere "scientifico" è inadeguato a comprendere il mondo reale, figuriamoci la difficoltà del discorso politico. Se il discorso pubblico registra la frantumazione istantanea del mondo, non è certo la politica che può produrre sintesi dell’agire individuale e collettivo. Gli intellettuali alla moda si compiacciono della "frantumazione istantanea" come liberazione dell’agire da ogni modello o paradigma, salvo poi ad accusare i politici di incapacità di decidere, ignorando il dato elementare che ogni decisione è sempre una proposizione sintetica che unifica i frammenti.

La società non è corporativa a causa della politica, ma, al contrario, la politica è indecisa a causa della frantumazione corporativa. Passare da un linguaggio a un altro implica, dunque, un diverso modo di funzionamento dell’intelligenza e una diversa configurazione della personalità di ciascuno di noi: la personalità storica è strutturata dalla logica consequenziale; la personalità immediatica è strutturata dalla logica istantanea.

Non c’è dubbio che oggi ci troviamo di fronte a un mutamento radicale del funzionamento mentale e della configurazione lessicale del mondo, che richiederebbe un approccio completamente nuovo alla strategia d’analisi della realtà e dei modi dell’apprendimento. Non riesco a parlare con un giovane immerso nella logica dell’istantaneità sui temi della tradizione storica, della lettura per successione di eventi. C’è uno scarto linguistico che rischia la rottura della comunicazione fra generazioni. In realtà noi non parliamo coi nostri figli perché essi vivono in un altro universo linguistico, perché la società si è disintegrata sotto l’azione dei mutamenti epocali che vengono rappresentati come globalizzazione e pensiero unico, ma che ancora non sono compresi in una adeguata rappresentazione del mondo.

Il fallimento della politica è il segno del nostro fallimento di educatori, della nostra ottusa difesa dei vecchi ordinamenti del sapere e della nostra maniera arrogante di guardare alle vicende del divenire storico. L’Università italiana nel suo complesso appare, in realtà, come un vecchio apparato di resistenza corporativa ad ogni innovazione e ad ogni apertura, priva di coscienza critica e di visione storica. La personalità istantanea educata nel rapporto con il mondo degli audiovisivi e nell’adesione immediata al godimento effimero e momentaneo, non riesce ad elaborare i propri vissuti nelle forme della durata e stabilità del desiderio e della passione: vive in una sorta di universo gelato dove non può esserci lo spazio-mentale per una coscienza critica e per un progetto di cambiamento. Se vogliamo, dunque, riformare la politica occorre riformare la cultura ed le agenzie educative della scuola e dell’Università. Senza il mondo giovanile non c’è futuro per gli adulti attardati nel rimpianto del passato.

© La Sicilia, 10 luglio 2007

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