La Sicilia che non t’aspetti

di Giuseppe Di Fazio

Indagine sull Quanto a lungo dovremo continuare a vivere nella perniciosa e umiliante alternativa fra mendicanza di un aiuto esterno e recriminazione per i torti subiti?
La Sicilia non ha bisogno di un nuovo Garibaldi, come forse non ne aveva bisogno un secolo e mezzo fa. Il più grave handicap delle regioni in ritardo nello sviluppo è proprio quello della mentalità. Nel caso siciliano la palla al piede è la mancanza di fiducia nelle proprie risorse e capacità. La politica e l’imprenditoria siciliane sembrano paralizzate nella rivendicazione di prerogative speciali e di risarcimenti per i ritardi di uno Stato patrigno.
Tutto il dibattito sulla questione siciliana procede stancamente orientato sui finanziamenti e sulle infrastrutture da ottenere da Roma o da Bruxelles. Tanti novelli Nino Bixio, nel frattempo, tradiscono le libertà promesse, svuotano di efficacia i proclami di sviluppo.
Ma è possibile ipotizzare un altro scenario per la Sicilia e per il Sud? E a quali condizioni?
Bankitalia, nel Rapporto 2007 sull’economia siciliana, oltre a rilevare i dati sul Pil, sull’occupazione, sull’import-export e sul sistema del credito, ha condotto un’indagine significativa su un campione di 58 imprese isolane che si sono distinte per indici di redditività e crescita del fatturato.
A dispetto delle infrastrutture da terzo mondo e della criminalità che rallenta i processi produttivi virtuosi, in Sicilia crescono imprese che riescono ad eccellere nell’innovazione e a reggere splendidamente la concorrenza nei mercati internazionali. Queste aziende leader interrogate sui fattori del loro successo ne indicano tre: l’introduzione di rinnovati processi produttivi, la creazione di un nuovo prodotto su idea propria, l’ingresso in nuovi mercati. Ancora più sorprendente è la risposta che le stesse aziende danno alla domanda sui fattori che frenano lo sviluppo. Ci aspetteremmo la mafia, la carenza di infrastrutture, le politiche antimeridionaliste dei governi. Invece niente di tutto questo. I due fattori di grave handicap per lo sviluppo – secondo le imprese intervistate – sono la burocrazia e la scarsità della manodopera qualificata.
Se vogliamo invertire la rotta dobbiamo partire proprio dal positivo che c’è già nell’Isola, dalle imprese che, nonostante tutto, riescono a innovare e a esportare. La politica che vuole aiutare questa economia sana ed efficiente deve solo eliminare le pastoie burocratiche (riducendo i tempi per le necessarie autorizzazioni) e puntare sulla formazione dei giovani.
Lo aveva già segnalato il Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, quando nelle sua relazione del 2007 indicava l’istruzione al primo posto fra i campi dove un cambiamento forte è necessario. «Al Sud – denunciava Draghi – i divari nei livelli di apprendimento sono significativi già a partire dalla scuola primaria, e tendono ad ampliarsi nei gradi successivi: un quindicenne su cinque nel Mezzogiorno versa in una condizione di povertà di conoscenze, anticamera della povertà economica».
D’altronde, se si esaminano i motivi del successo irlandese, che ha permesso a quel Paese di passare nel decennio 1987-1996 da una situazione di degrado a un’altra da "Tigre celtica" o da "stella europea che brilla di luce propria" (The Economist), ci accorgiamo che il primo fattore del miracolo economico sono state le politiche in materia di istruzione e solo al secondo e terzo posto troviamo fattori come i massicci contributi dell’Ue e la fiscalità di vantaggio (l’imposta sulle società è fissa al 12,5%). Come ha scritto John Waters, autorevole editorialista dell’Irish Times, "l’economia è sostanzialmente una questione di fiducia, e questo è forse il cambiamento più importante avvenuto in Irlanda". Ed è quello che, ancora, manca alla Sicilia.

© La Sicilia, 8 luglio 2007

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