L’incontro Occidente-Islam nell’amicizia fra persone

Lo scrittore Luca Doninelli, autore de «La polvere di Allah», rilegge i difficili rapporti fra mondo musulmano ed Europa. La religione, l’ideologia, la rabbia, il terrore, i mancati attentati di Londra. Nell’abisso di culture diverse, fioriscono storie di vero dialogo: è l’inizio di una pagina nuova.

Due amici, l’italiano e cristiano Luca e il libanese e musulmano Naghib, si rincontrano dopo molti anni. Una rimpatriata nient’affatto formale. Si punzecchiano, si studiano. E ripercorrono la storia di un terzo amico, il saudita Mohammed: un ricordo che pesa su Luca e Naghib come un macigno. Il perché, in un’affascinante giallo, lo si scopre pagina dopo pagina del romanzo breve «La polvere di Allah», di Luca Doninelli. Lo scrittore lombardo, in questa sua ultima opera, si misura addirittura con il dialogo tra Occidente e Islam (ma non ditegli così, perché non ama queste categorie): lo fa in una forma inaspettata, il racconto anziché un saggio. E dice una cosa diversa dal solito: è possibile un’amicizia tra questi mondi. Fatta di incomprensioni, ma anche di perdono, come ci ha raccontato lui stesso.
Pensa che sia possibile nella realtà un rapporto con l’Islam come quello dei due amici, in cui la  differenza di posizioni non è un ostacolo? Nel suo libro dice che è possibile per il perdono. Che intende?
«Il perdono è un fatto, è una cosa che si fa. Questo non elimina gli ostacoli. Il perdono è un atto  profondamente concreto e realista. Il personaggio che chiamo Naghib è un mio amico vero, che adesso vive a Bruxelles. E l’amicizia è sempre tra un "io" e un "tu", mai tra due religioni. Io non penso che questo
possa risolvere i molti problemi nei rapporti tra islam e occidente, però senza questo sono certo che non ci  sarà soluzione. Ripeto: bisogna che scenda in campo la persona. Allora la battaglia per una vita più umana è possibile, altrimenti abbiamo già perso tutti».
Il personaggio di Luca, nel suo libro, è convinto che l’Occidente sia un’invenzione degli ayatollah. Curiosa teoria: anche lei lo pensa?
«In un romanzo il pensiero è l’effetto di una specie di orchestrazione. Io non m’identifico in nessuno dei personaggi. O, se preferisce, in tutti. Le teorie che definisce curiose non sono che il riferimento a tanti discorsi che ho sentito, o ai quali ho partecipato, sia in Italia che in Egitto, diversi anni fa. In effetti, quando ero ragazzo non mi sentivo "occidentale", e se devo essere sincero anche adesso questa espressione mi fa un po’ ridere».
Ad un certo punto, nel suo romanzo, Naghib, dice a Luca che l’Occidente è una massa di esseri umani che non crede più a niente. Un’affermazione molto forte, quasi sprezzante, no? Sembra preludere solo a rapporti di scontro tra occidentali e musulmani…
«Purtroppo questa è un’idea assai diffusa nel mondo intellettuale arabo, e non solo islamico: anche molti arabi di religione cristiana la pensano così. Questo non credo preluda soltanto a uno scontro di civiltà. Per evitarlo, però, ci vuole un impegno personale faticoso, paziente e incurante del fatto che, spesso, le cose sembrano andare indietro anziché avanti. Per evitare lo scontro ci vuole un incontro, e l’incontro non è mai tra civiltà o religioni, ma solo tra persone, individui. Senza questa fatica personale, fatta in piena libertà, dubito che lo scontro di civiltà si possa evitare magari, non nella forma che immaginiamo oggi».
Luca, più volte, insiste che una delle ricchezze rimaste all’occidente è la Storia. Perché è così importante?
«Perché nel Cristianesimo al posto di una dottrina – che, come tutti sanno, si è andata formando nel tempo, lentamente – c’è un fatto storico. I cristiani credono non soltanto in Dio, ma in un uomo che si è detto Dio. Il cristianesimo non è una teoria con la quale dirsi più o meno d’accordo, è una vita in cui ci s’imbatte nella normalità delle nostre giornate, è gente che vive in modo diverso e più interessante. La morale e i precetti vengono dopo. Un cristianesimo così concepito non può mai essere fondamentalista, perché si radica nella libertà umana. Per gli islamici le cose stanno molto diversamente. Dio non ha nessun bisogno di scendere in terra, mangiare e bere, perciò non lo fa: è talmente altro da noi che nemmeno lo si può raffigurare. Anche noi cristiani diciamo che Dio non aveva alcun bisogno né di creare il mondo né di farsi uomo. Però l’ha fatto lo stesso».
L’amico dei due protagonisti, Mohammed, è vissuto in occidente. Poi all’improvviso si converte all’Islam fondamentalista. Una storia che ricorda molto quella degli attentatori londinesi del 7 luglio. Perché l’occidente può diventare la culla del fondamentalismo?
«La domanda è molto interessante. Nel mio libro ho rappresentato la mens musulmana come impersonale. Il giovane saudita protagonista del libro usa l’Occidente, ma non vi partecipa nel profondo. L’idea dell’io, e dunque di un fattore personale, si trova in lui solo quando confessa all’amico il sogno di
vivere – lui ricchissimo – come un povero, in una torre diroccata in mezzo al deserto. Per il resto, l’Occidente gli piace ma gli è estraneo. Io credo che un musulmano in Occidente, se non fa i conti con l’idea della persona, ossia dell’io – che è il tratto fondamentale della civiltà europea – mantiene un’estraneità di fondo che può trasformarsi in violenza».
Nei recenti tentati attacchi in Gran Bretagna, protagonisti sono stati alcuni medici. Persone colte,  istruite, che lavoravano per curare vite. E all’improvviso scelgono di somministrare la morte. Com’è possibile secondo lei?
«E’ possibile solo quando c’è una scelta, a monte: una scelta già fatta. Se ho deciso che l’Occidente è da abbattere, posso passare decenni a fare il medico, a salvare vite umane, ma questo non toglie che, un bel giorno, io non mi possa far saltare in aria in un luogo pubblico. Non è la passione per l’uomo che mi spinge a curare i malati, ma la necessità di fare bene il mio lavoro: sia per non dare troppo nell’occhio, sia
perché, se faccio male il medico, probabilmente sarò anche un cattivo terrorista. Il terrorismo richiede, infatti, persone scrupolose, attente, precise».

© La Sicilia, 11 luglio 2007

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