«Non attendere soluzioni da altri la crescita parte dalla formazione»

Intervista al segretario Unioncamere Giuseppe Tripoli

di Orazio Vecchio

Il segretario Unioncamere Giuseppe TripoliSe il Sud non è più una questione nazionale, non basta alzare la voce. Anzi, non serve affatto. Piuttosto, conviene assumersi le responsabilità e mettersi all’opera, senza confidare in aiuti esterni. Taglia corto il catanese Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere: «Ci sono state troppe aspettative per le politiche per il Sud. Che probabilmente sono state sbagliate – afferma – ma un errore è stato anche attendersi che qualcuno, fosse anche lo Stato, risolvesse i problemi del Meridione». Tripoli parte da quello che considera un dato di fatto, di cui devono prendere coscienza quanti hanno responsabilità: «Quella del Sud non è più una questione nazionale». Ma dai numeri il segretario di Unioncamere muove per sviluppare un discorso in controtendenza. Altro che rivendicazioni.
Il rapporto Svimez evidenzia che l’emigrazione verso il nord è ripresa a ritmi consistenti. Che conseguenze ha sull’economia del Sud?
«Sicuramente l’emigrazione indebolisce il territorio di partenza. Ma d’altronde a nessuno può essere preclusa la chance di una vita che altrove può avere».
Alcuni dati lasciano sperare. Per esempio il calo della disoccupazione.
«Il tasso di disoccupazione è una di quelle misurazione che scontano effetti diversi, perché magari alcuni smettono di cercare o si accontentano di forme di lavoro nero o irregolare. Più importante è la quota di occupati, che rimane bassa».
Dopo la pubblicazione dei numeri di Svimez, si è levato un coro di richieste per una maggiore attenzione al Sud da parte dello Stato. Per maggiori finanziamenti, insomma.
«Io ritengo che lo Stato debba fare alcune limitate cose: garantire la sicurezza dei cittadini, controllando in maniera efficace il territorio, e realizzare quelle strutture che da solo il privato non può realizzare, dunque le infrastrutture. Per il resto, ritengo che lo Stato debba dimagrire. Senza choc, ovviamente, ma attivando un processo di riduzione delle sue dimensioni che non può che avere effetti positivi».
Se lo Stato fa un passo indietro, il passo avanti chi lo deve fare?
«Io dico che finora abbiamo sbagliato approccio. Che siamo in una condizione in cui manca la soluzione perché abbiamo atteso la soluzione da altri. La questione antropologica, non quella politica, è la questione centrale. Non serve dire che "la politica ha smesso di interessarsi al Sud" o che "scontiamo lo spostamento dei flussi di mercato da occidente a oriente". Anche le nostre indagini dimostrano un peggioramento delle condizioni del Sud, o quantomeno un mancato miglioramento. La verità è che non ci sono ricette».
Ma ci sono delle priorità.
«La prima cosa da fare è sbracciarci e metterci all’opera. Evitare di mollare ad altri la responsabilità. Un esempio: quando leggiamo che Milano si occupa di Mediterraneo, dobbiamo pensare che si tratta di qualcosa, di un’opportunità, di un’idea che la Sicilia avrebbe dovuto avere».
La questione antropologica a che livello si affronta?
«Riprendo un dato offerto dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che diceva che gli studenti delle scuole del Mezzogiorno sono mediamente peggiori di quelli del Nord. Gli stessi due sistemi di valutazione sono diversi: il 7 di un ragazzo di Napoli equivale al 6 di uno di Milano. In casi del genere, anche se lo Stato dà più soldi, la preparazione media resterà più bassa perché dipenderà dalla consapevolezza di ciascuno».
L’esempio della scuola non è casuale.
«Non lo è perché ritengo che la formazione sia il fattore fondamentale per la crescita di ogni area arretrata».
A quali modelli di sviluppo il Sud può guardare?
«Sicuramente ai due casi del Veneto e dell’Irlanda, che hanno invertito la tendenza grazie a una serie di scelte sagge e oculate, ma a partire dalle stesse persone che vi abitano e vi lavorano. Ed esempi di eccellenza ce ne sono anche nel resto del Sud, con imprese, scuole, università che hanno conseguito risultati importanti. Sono riflessioni che faccio con amarezza, perché è la realtà. Ma anche con speranza».

© La Sicilia, 11 luglio 2007

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