Tomasi di Lampedusa bocciato, rimandato e promosso con lode

Il 23 luglio di 50 anni fa moriva il principe: due anni prima aveva scritto «Il Gattopardo» e in una lettera da aprire alla sua scomparsa, chiedeva che fosse pubblicato

di Maria Gabriella Giannice

Il GattopardoIl 23 luglio di cinquanta anni fa, ospite a Roma della cognata Olga Wolff-Stomersee Biancheri, moriva Giuseppe Tomasi di Lampedusa, un principe palermitano solitario e coltissimo, del tutto sconosciuto al mondo degli editori e dei letterati, un velleitario tardivo scrittore come ce ne sono migliaia. Due anni prima aveva scritto un romanzo ambientato nella Sicilia risorgimentale intitolato Il Gattopardo, che fino a quel momento non aveva trovato un editore.
Era l’alba quando per il principe di Lampedusa «il fragore del mare si placò del tutto». Con lui, nella casa che lo ospitava, c’erano la moglie Licy Wolff-Stomersee, lo zio Pietro della Torretta e il figlio adottivo Gioacchino Lanza. Negli ultimi tempi aveva scritto alcune lettere da aprire dopo la sua morte. In una di queste esprimeva il suo ultimo desiderio, apponendo una condizione irrinunciabile: «Gradirei che il romanzo fosse pubblicato, ma non a mie spese».
Era l’estrema, stanca zampata del vecchio Gattopardo che, pur sapendo quanto il suo libro lo meritasse, non accettava l’umiliazione di dover pagare la pubblicazione. Vicino alla soglia delle «beatitudini mortuarie» Tomasi lanciava così il suo guanto di sfida a quel mondo letterario conosciuto solo di sfuggita tre anni prima, accompagnando a San Pellegrino Terme il cugino poeta Lucio Piccolo per un convegno letterario. Lì aveva parlato con Eugenio Montale e con il critico Emilio Cecchi: «hanno l’aria inconfondibile di chi sa la propria importanza; l’aria dei Marescialli di Francia» aveva detto all’allievo prediletto Francesco Orlando. Nel maggio del ’56, quattro capitoli del Gattopardo, seguiti poi da altri due, furono inviati da Lucio Piccolo al conte Federico Federici della Mondadori. Qui il dattiloscritto ebbe tre lettori che avanzarono diverse riserve; Elio Vittorini, consulente per la casa editrice, non mutò il giudizio ma consigliò di suggerire all’autore di rivedere il testo. Il consiglio non venne seguito e nel dicembre del ’56 il libro venne definitivamente rifiutato dalla Mondadori. Lampedusa venne poi a sapere che Vittorini non aveva bocciato in toto il romanzo e fece un secondo tentativo, inviando questa volta «Il Gattopardo» direttamente all’Einaudi dove l’autore di «Conversazione in Sicilia» dirigeva la collana «I Gettoni». Ma la collana era fortemente sperimentale ed era impossibile per un libro come «Il Gattopardo » essere pubblicato.
Cinque giorni prima di morire Lampedusa ricevette a Roma la lettera di Vittorini che bocciava il «Gattopardo»: un romanzo un po’ troppo saggistico dal linguaggio vecchiotto. «Come recensione non c’è male – commentò il principe – ma pubblicazione niente».
Mesi dopo si fece vivo Giorgio Bassani, direttore per Feltrinelli della collana «I contemporanei». Bassani aveva ricevuto il dattiloscritto dalla figlia di Benedetto Croce che a sua volta lo aveva ricevuto da un conoscente di Licy. Era il marzo del ’58, otto mesi dopo la morte del principe. Bassani scriveva alla vedova: «Dalla prima pagina mi sono reso conto di trovarmi di fronte all’opera di un vero scrittore. Andando avanti mi sono persuaso che il vero scrittore era anche un vero poeta».
Era il primo riconoscimento. L’11 novembre del ’58 Il Gattopardo uscì da Feltrinelli. Il successo fu immediato: 70.000 copie nei primi mesi che diventarono 400.000 in tre anni. La prima entusiastica recensione arrivò da Carlo Bo sulla Stampa, ma parecchi esegeti, da Franco Fortini a Leonardo Sciascia lo bollarono in un principio come un romanzo conservatore, stilisticamente fin troppo tradizionale. Lo scontro sul libro, che descrive dall’interno dell’aristocrazia il tramonto di una classe perdente dando una dimensione letteraria all’attitudine italiana al trasformismo, toccò l’apice al premio Strega. Leggenda vuole che Moravia, sostenitore di «Una vita violenta» di Pasolini, sia arrivato a minacciare Soldati di non guardarlo più in faccia se avesse candidato al premio il romanzo di Lampedusa. Alla fine a presentarlo ci pensarono Ignazio Silone e Geno Pampaloni, e nel luglio del ’59 «Il Gattopardo» vinse il premio letterario più ambito e combattuto. Sarebbe poi toccato a Luchino Visconti, aristocratico e comunista, a dare nel ’62 volti e immagini girando la trasposizione cinematografica con Claudia Cardinale e Alain Delon.

© La Sicilia, 23 luglio 2007

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