«L’A3 è il simbolo di una imperdonabile rassegnazione»

Quella che segue è un’intervista al card. Renato Martino realizzata da Luigi Accattoli e pubblicata pubblicata sul Corriere della Sera. Per il prelato «Quei cantieri con due operai ogni cinque chilometri, dove appare lampante che non si sta lavorando e tutti i viaggiatori che si incolonnano disciplinatamente nell’ennesima deviazione costituiscono il simbolo di una rassegnazione imperdonabile».

Card. Renato Raffaele Martino«Voglio protestare come utente della strada e come cittadino: ho appena percorso l’autostrada Salerno-Reggio Calabria ed è stata un’esperienza al limite del sopportabile. Un solo interminabile cantiere, continue deviazioni, impossibilità di programmare una sosta o un ristoro, tutti in coda sotto il sole accecante. Dove sono i politici? E noi meridionali tutti, possibile che non riusciamo a esigere un minimo di rispetto da chi ci governa?». A parlare così è il cardinale Renato Raffaele Martino, salernitano di nascita e presidente del Pontificio Consiglio che si occupa della «mobilità umana».

Lei ha dunque un titolo specifico per denunciare disfunzioni autostradali
«Abbiamo appena pubblicato un documento sulla "pastorale della strada" che sollecita a umanizzare i rapporti tra i viaggiatori improntandoli alla carità, ma in quell’autostrada non è possibile il rispetto di nessuna norma di umanizzazione. Lì tutti sono posti nella stessa situazione di sofferenza che accentua la reciproca aggressività».

Che cosa le è successo?
«Percorrevo il tratto che va da Paola a Salerno, poco più di 200 chilometri e ci sono volute quasi 5 ore, un’autentica via crucis. Un’interruzione dopo l’altra e le deviazioni per strade piccole e scomode, che costringono a salire sul monte o a scendere a valle. Siamo anche finiti su una specie di sentiero intasatissimo per il doppio senso di marcia, su cui si cammina a 30 all’ora per un lunghissimo tratto ».

Un viaggio lento, ma non le è successo nessun guaio
«A me no per fortuna, ma pensi alle situazioni di emergenza, a un’ambulanza che debba portare soccorso. O semplicemente a quella famigliola di amici con quattro bimbi piccoli che non sapeva come far fronte alle loro necessità mancando ogni sicurezza sulla possibilità di raggiungere un ristoro o una piazzola di sosta in tempi regolari ».

Stanno realizzando le sei corsie, un ampliamento che è stato avviato nel 1997
«Io neanche so che cosa stanno facendo, ma avendo mantenuto una casa a Salerno mi sono trovato negli anni a ripetere tante volte quella terribile esperienza e per me e per tutti gli utenti di quell’arteria è come se l’opera non sia stata mai terminata, da quando fu decisa nel 1961. Ricordo la contentezza di mio padre quando ne fu dato l’annuncio».

Beh in qualche maniera l’autostrada è stata realizzata e il collegamento è migliorato…
«Faccia il paragone con il resto dell’Italia! Mio padre era contento perché vedeva in quell’opera un segno del riscatto del Meridione ma dopo quasi mezzo secolo ci troviamo con un budello che separa invece di unire».

Ci sono i cantieri perché la stanno allargando
«Certo, questo lo capisco. Ma quanto devono durare ancora i cantieri inaugurati dieci anni addietro? E prima di questo ampliamento, che autostrada avevamo? Ricorda quanti processi, interi tratti posti sotto sequestro, retate di mafiosi che su quest’opera hanno lucrato nei decenni e lucrano oggi. L’ultima retata è di pochi giorni addietro ».

Lei se la prende con i politici?
«Innanzitutto con loro e poi con le stesse popolazioni meridionali. Mi riferisco ai politici meridionali di tutti i partiti e di tutte le correnti. E a tutti i governi regionali e nazionali che si sono succeduti nei decenni. È mai possibile che non si riesca a ultimare quell’opera? Non è evidente che ogni cantiere nasconde un losco affare? Che c’è l’interesse di tanti a mandare in lungo l’impresa?».

La gente che può fare?
«Si potrebbe dire che un popolo ha i governanti che si merita! Li incalzi questi politici, pretenda il rispetto degli impegni, si scrolli di dosso la rassegnazione. Quei cantieri con due operai ogni cinque chilometri, dove appare lampante che non si sta lavorando e tutti i viaggiatori che si incolonnano disciplinatamente nell’ennesima deviazione costituiscono il simbolo di una rassegnazione imperdonabile».

Lei conosce il mondo: non le è mai capitato di fare una brutta strada?
«Una volta in Laos per visitare un campo profughi feci un viaggio spaventoso su una camionetta militare su una strada sterrata, con balzi e inchiodate continue, tanto che alla sera orinavo sangue. Ma in Italia avrò bene il diritto di aspettarmi qualcosa di meglio!».

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