«Dietro gli incendi gli interessi criminali sulle aree protette»

Sotto accusa anche il mancato rispetto da parte dei Comuni della legge quadro 353 del 2000 che vieta per dieci anni di costruire sui terreni bruciati. Una vera "strage" dei parchi. Azioni criminose mosse da illegalità diffusa e dalle mani di organizzazioni malavitose. In Calabria le inchieste su operai forestali e ’ndrangheta per il controllo del territorio.

di Antonio Maria Mira

Illegalità diffusa ma anche precisi, e preoccupanti, affari criminali. Dietro gli incendi c’è il piccolo (ma non meno dannoso) interesse personale ma anche quello di gruppi organizzati. Con una manovalanza e chi ci fa i soldi. «In Calabria ci sono inchieste che hanno provato la responsabilità di operai forestali – spiega Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia -. Ed è ben noto che le squadre degli operai sono spesso composte da esponenti della famiglie della ‘ndrangheta. Soprattutto in Aspromonte. La ‘ndrangheta deve controllare e ha un rapporto predatorio col territorio». Insomma si brucia per fare soldi col rimboschimento e per far lavorare. Così si crea anche consenso, che è uno dei fini della mafia. Non solo in Calabria. Un’inchiesta della procura di Vallo della Lucania nel salernitano portò all’arresto di sindaci, funzionari ministeriali e imprenditori proprio per gli affari legati alla riforestazione postincendi.
Ipotesi confermate delle parole del Procuratore di Castrovillari Agostino Rizzo e del sostituto Baldo Pisani a proposito del terribile incendio nel Parco Nazionale del Pollino. «C’è sicuramente una organizzazione composta da più persone e mezzi. E non è da escludere che ci possa essere anche il coinvolgimento della criminalità organizzata. C’è un disegno preordinato e sistematico. Questo lo si deduce dalle modalità di accensione del fuoco e da altri elementi che gli investigatori del Corpo Forestale hanno raccolto».
Ma quale disegno? Ugo Mereu, direttore del Servizio centrale di Polizia ambientale del Cfs, fa un’osservazione da esperto. «Quest’anno ci sono stati incendi nei parchi nazionali e regionali come non se ne erano mai visti. Perfino in zone dove non ce ne erano mai stati». Una vera e propria "strage": parco del Pollino, parco d’Abruzzo, parco del Gargano, parco del Sirente-Velino. «Abbiamo il sospetto di una strategia complessiva contro le aree protette e, più in generale, contro la politica di c onservazione della natura». In altre parole, «ora che si fa più sul serio, che anche noi siamo diventati una vera realtà di polizia ambientale, scatta la reazione violenta». Non solo un’ipotesi. Negli anni scorsi, ad esempio, gli incendi nel Parco nazionale del Circeo, scoppiavano spesso dopo interventi dei forestali contro il dilagante abusivismo edilizio.
Si può parlare di "burattinai" del fuoco? Per ora solo qualche inchiesta. Come quella per gli incendi nell’isola d’Elba, quando l’incendiario arrestato disse di essere stato pagato per appiccare le fiamme da un imprenditore del settore del turismo. O quella di alcuni anni fa a Cannizzaro, in provincia di Catania, quando vennero arrestati quattro dipendenti di imprese edili della zona, una delle più colpite dalle speculazioni edilizie.
Certo la legge quadro 353 del 2000 vieta esplicitamente per dieci anni di costruire sui terreni percorsi dal fuoco, ma in molte zone la norma non viene applicata. I comuni, infatti, dovrebbero ogni anno stilare il catasto di tali zone ma lo fa solo uno su quattro. Lo denunciava due anni fa anche la Corte dei Conti nella Relazione "Interventi per la previsione, prevenzione e lotta attiva agli incendi boschivi". I magistrati contabili facevano una precisa analisi. «Considerate le finalità attribuite dal legislatore statale alle norme in argomento, le quali d’altra parte non prevedono poteri sostitutivi o fattispecie sanzionatorie, è auspicabile che venga posta in essere un’azione più incisiva sui comuni, in luogo del semplice richiamo dell’attenzione sulla questione». In altre parole "fatti e non parole". E indicavano quali fatti. «In sede di Conferenza Stato-Regioni, ad esempio, potrebbero essere individuati idonei strumenti che favoriscano l’istituzione del catasto e prevedano anche limiti temporali nell’adozione dello stesso per evidenti ragioni di omogeneità su tutto il territorio nazionale». Indicazioni evidentemente non ascoltate.
Non le uniche. Sempre due anni fa la Corte d enunciava con durezza come «quasi tutte le regioni, a distanza di un quinquennio dall’entrata in vigore della normativa statale di principio, non hanno proceduto all’adeguamento della legislazione regionale di settore e non si sono dotate di idonee strutture, facendo tuttora ricadere sul Corpo forestale dello Stato e sul Corpo dei vigili del fuoco, in base ad accordi spesso economicamente inadeguati, buona parte dell’onere finanziario ed organizzativo». Le regioni virtuose allora erano solo Toscana, Umbria, Marche, Lazio e Basilicata.

© Avvenire, 27 luglio 2007

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