Scrittrice siciliana contro il Cappellani trivellatore

Rispondo volentieri alla provocazione
di Ottavio Cappellani
che chiede l’opinione
di altri scrittori siciliani sulla questione
“Camilleri-trivelle in Val di Noto”. Anch’io (come
Camilleri) nel mio piccolo, ne ho viste tante:
che sarà mai una fabbrichetta, un petrolchimico,
uno scarico senza depuratore? In cambio
ci saranno posti di lavoro, law&order per tutti.
Così è nato il triangolo della morte Priolo-Augusta-Melilli, con la rada di un porto foderata
di mercurio e un paese raso al suolo per
farci un bel niente o quasi. Adesso, i figli politici
di quel disastro denunciano pubblicamente
le colpe dei padri e fanno professione di ambientalismo.
Assessori non certo di sinistra, come
Fabio Granata (An), si battono il petto:
“Con il petrolio abbiamo chiuso”.
Ma la vera sicilian tragedy, quarant’anni fa
come adesso, è l’incapacità di scegliere un modello
di sviluppo. Prima era: turismo o industria?
Si decise per l’industria pesante e i risultati
sono sotto gli occhi di tutti. Sono i “ristori”
offerti dalle aziende alle famiglie con bambini
malformati, prima ancora che si concluda l’inchiesta.
Ma raffinerie e chimica sono in crisi da
un pezzo, e allora marcia indietro, vediamo di
recuperare qualcosa con le nostre fantastiche
bellezze, o quel che ne resta, complice l’anacronismo
televisivo del commissario Montalbano.
La Regione, nel frattempo, ha dato una concessione
alla Panther Oil (Panther Eureka nella
versione italiana), che può trivellare a suo piacimento
in un territorio immenso (15 comuni
su tre province). Comprensibile: che sarà mai
un sondaggio qui, un buchetto là? La questione
è sempre la stessa: petrolio o turismo? Sfruttare
il “sotto” con le trivelle, o il “sopra” con gli
alberghi, con gli agriturismi più o meno finti,
con la retorica del barocco e i Patrimoni dell’Umanità?
Con il Montalbano tour, nella Sicilia
che non esiste?
Camilleri fa appello ai buoni sentimenti, alla
tutela “del paesaggio e della storia”, ma nella
realtà non ci sono ambientalisti-idealisti
buoni e petrolieri-speculatori-cattivi. Ci sono,
semplicemente, tipi diversi di investimento.
Alla fin fine, tutto si traduce in soldoni. Patrimonio
dell’Umanità ha significato 380 milioni
di euro sparsi nella Sicilia sud-orientale tra
il 2001 e il 2006, il che vuol dire gloriosi restauri
(e Ortigia è diventata bellissima), ma anche
buoni affari e un exploit degli immobili che ha
arricchito un bel po’ di gente. Vuol dire turisti
che esclamano “Oh, wonderful!” e se ne vanno,
oppure tornano e, con i contributi a fondo
perduto, mettono a posto le masserie, i bagli (e
anche le porcilaie) che i siciliani hanno lasciato
crollare.
E purtroppo i due modelli, petrolio e turismo,
per quanto vasta sia la zona trivellabile
(dentro c’è anche il paesino di mia nonna, che
non ha un’oncia di barocco, ma bellissime
campagne, molto ambite, e comprate, da tedeschi
e francesi), sono incompatibili. Alla notizia
che la Panther ricominciava a fare, come
dice Cappellani, “buchetti fruttiferi”, importanti
investitori hanno tagliato la corda da
Ragusa Ibla. Qualcuno ci ha rimesso. Ed è
escluso che il petrolio porti law&order, pattuglie
della polizia e benzina con lo sconto, o fermi
le corse clandestine dei cavalli che mi svegliavano
quando ero al liceo, che ne porti più
di quanto ne abbiano portato il mercurio, il
cadmio, il toluolo e l’amianto sparsi a piene
mani in nome del Progresso. La vera sicilian
tragedy è che, come tutti gli affamati, i siciliani
vorrebbero il petrolio e il turismo, la chimica
e il mare pulito. E’ facile cazzeggiare sul fatto
che nella vastità del paesaggio, dove non ci
sono Patrimoni dell’Umanità, una trivelluccia
non sarebbe poi tanto dannosa. Le trivelle,
però, hanno una caratteristica indiscutibile:
vanno dove c’è il greggio e non dove c’è spazio
per fare i buchi.

Roselina Salemi

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