“Notte della cultura” di Messina, ovvero la “cultura della carta igienica”

Produrre carta igienica non è semplice. Mordida e soffice deve essere la carta da usare per evitare che essa venendo a contatto con la pelle la irriti. Dalla produzione della carta igienica si comprende bene il valore e la funzione sociale del lavoro. Da un lato, il lavoro, consente all’uomo di scoprire il ruolo a lui riservato nella società, dall’altro, educandolo a non considerarsi monade, dice di come esso debba avere utilità per l’intera collettività. Si capisce allora come a ognuno competa la propria arte e come la scelta del mestiere da svolgere nella vita non sia cosa banale.

A questo punto la domanda è: un evento come la “Notte della cultura” può ridursi a semplice operazione di marketing o a mera realtà mercantile? E perché considerare solo la cultura come valido strumento di promozione della città e non anche l’industria, l’artigianato, lo sport, la culinaria o la politica? Si potrà rispondere: “in fondo tutto è cultura”! Ma se tutto è cultura, giocoforza, niente è cultura.

Nell’agile phamplet “L’inverno della cultura” (Skira), Jean Clair sostiene che negli ultimi anni si sta scrivendo «un capitolo inaspettato della storia dei sensi» dovuto alla «mercificazione e allo snaturamento dell’arte e della cultura». Di tale processo una parte delle responsabilità è da addebitare alla classe politica la quale più che “democratizzare” il sapere ha preferito svenderlo, riducendo la cultura a semplice «divertissement» e non rendedosi conto che più che un passo avanti si è fatto fare mille passi indietro sulla strada dell’evoluzione umana.

La conseguenza di questo concetto errato di cultura è che oggi l’artista non è più uno che scopre ed esprime un talento particolare, ma – come sostiene Clair – è «un “creativo” contemporaneo, un comunicatore, un fotografo, se non un parassita disposto pure a “pisciare nelle acquasantiere purché si parli di lui”. Piscio dunque penso. Incontinenza dell’io. Prostata delle civiltà stanche. Catastrofe».

La politica evidentemente non può arrogarsi la funzione di produzione della cultura, perché la cultura per definizione è anarchica. La cultura non ha padroni e si abbevera alla fonte della realtà. Al contario eventi come la “Notte della cultura”, come già notava Maritain nel suo “La voie de la paix”, rimandano a una evidente babélisme dove «la voce che ciascuno proferisce non è che un puro rumore per i suoi compagni di viaggio». Una babele di proposte culturali offerte al pubblico senza logica, ecco cos’è la Notte della cultura! Per cui girovagando per la città può accadere di ammirare opere esposte in quella che è stata definita una galleria d’arte moderna e subito dopo entrare in una stanza attigua nella quale si propone la degustazione di unte bruschette. In questababélisme senza filo conduttore figuriamoci poi se gli organizzatori potevano avere la capacità di compiere scelte adeguate rispetto alla location da assegnare ai vari eventi. Così è pure capitato che importanti autori, che pubblicano libri per Mondadori e che sono stati recensiti sul supplemento culturale del New York Times, a causa di un errore organizzativo, siano stati fatti girovagare per ore tra le stanze di Palazzo Zanca prima che si trovasse loro sistemazione adeguata.

Certo sostenere che tutto è stato negativo sarebbe ingiusto, ma allo stesso tempo non si può sottacere come la “Notte della cultura” sia ridotta a passerella organizzata e sfruttata da chi ha come obiettivo quello di perpetrare un potere vecchio e stantio. C’è dunque la necessità di avviare in città un’ampia riflessione e un approfondito dibattito sul significato di cultura e sulle inevitabili ricadute che essa ha sulla polis.

Delegare alla politica anche lo svago e l’elaborazione del pensiero significa consentire allo Stato il totale dominio della società e l’asservimento delle menti e, mantenere nel caos la cittadinanza, è il miglior modo per controllarla. Bisogna fermarsi in tempo, prima che tutta la carta igienica prodotta nel mondo risulti insufficiente a ripulire la città dalla gran quantità di melma che le si sta riversando addosso.

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