La realtà del non profit e l’Imu

di Massimo Calvi

L’Italia è un Paese caratterizzato da una delle più diffuse e radicate reti di realtà non profit al mondo. Un’economia civile, composta da soggetti privati che forniscono servizi pubblici senza avere il lucro come obiettivo, che soprattutto in tempi di crisi sta mostrando il suo valore e la sua utilità. La cosa che da sempre sorprende chi opera in questo ambito, tuttavia, è il dover constatare troppo spesso la distanza che intercorre tra la società reale, fatta da chi la vive e da chi la anima, e chi invece questa società dovrebbe raccontarla (i media) o rappresentarla (la politica). Uno “spread” storico, antico, che cresce con l’aumentare della distanza tra il territorio e i centri del potere, tra il quartiere e i salotti delle metropoli, tra il pragmatismo di chi vive nella realtà di un Comune e l’ideologia che serve a lucrare facili dividendi politici.

Questa distanza culturale con il mondo reale dell’economia sociale e civile si può verificare nelle piccole cose, a partire dalla corretta dizione del soggetto in questione, che è “non profit”, e non “no profit” come molti continuano erroneamente a scrivere; e si può scorgere in quelle vicende più ampie e complesse, come il caso dell’«Imu per il non profit», che non a caso viene tradotto strumentalmente in «Imu per la Chiesa». Andiamo con ordine. Non profit vuol dire che un’attività è realizzata senza avere come scopo il profitto. Non significa che il profitto è negato o proibito. Semplicemente, chi opera in quella realtà non ha l’obiettivo di realizzare un utile da distribuire ai soci, non è interessato ad appropriarsi della ricchezza che genera. Un’organizzazione non profit, quando realizza un avanzo di gestione, deve necessariamente reinvestirlo nella sua attività, per aumentare o migliorare il servizio che offre. È bene che anche una non profit possa realizzare profitti, se vi riesce, perché questo può essere sintomo di efficienza e di efficacia nella gestione. Il punto centrale è che questa ricchezza non va nelle tasche dei soci più ricchi, ma di fatto ritorna alla società. Una scuola ‘per ricchi’ del centro, ad esempio, può reinvestire i proventi delle rette in una scuola in un quartiere popolare, anziché intascarsi gli utili.

È in questo senso che si parla di “profitto sociale”. Ovviamente anche nel non profit, essendo un’attività umana, vi possono essere realtà inefficienti e burocratiche, enti mal gestiti, truffe o fenomeni di evasione fiscale. La forma di impresa in sé non è una garanzia di bontà né di onestà. Tuttavia, in alcuni ambiti – come il welfare, l’educazione, l’istruzione, la sanità, la cultura… –, la forma senza scopo di lucro è forse la più adatta ad assicurare che l’opera delle persone contribuisca a generare capitale sociale per la comunità. Come da secoli avviene in Italia. È quando si passa dalla dimensione della realtà a quella della rendita politico¬ideologica, che incominciano i problemi. Pur animando molte opere non profit, ad esempio, una parte della cultura di sinistra ha sempre avuto una notevole difficoltà in Italia ad accettare l’idea che qualcuno possa offrire servizi pubblici al posto dello Stato, anche se fa risparmiare miliardi alle casse statali, come avviene per la scuola paritaria, o anche se riesce a offrire un servizio migliore, come tanta sanità non profit. Un’ostilità al principio costituzionale di sussidiarietà che è antistorica e persino imbarazzante quando manifestato da esponenti politici. La stessa scorrettezza è commessa da chi con l’obiettivo politico di colpire la Chiesa cattolica ha costruito la campagna mediatica sull’Imu.

Come è risaputo, la legge italiana non esenta affatto gli enti ‘cattolici’ dal pagare la tassa, ma prevede un trattamento di favore per tutti gli enti non profit, di qualunque colore essi siano, quando svolgono attività socialmente rilevanti. Questa decisione nasce dalla volontà di agevolare proprio quelle realtà che producono un profitto per la comunità, e il fatto che molte siano gestite da cattolici è servito ad alcuni ambienti come spunto per lanciare l’assalto. Ora, può anche darsi che l’agevolazione Imu non sia il modo migliore per sostenere il non profit, può darsi che le normative fiscali che riguardano il Terzo Settore vadano aggiornate. Non è questo il punto. Il fatto è che nel tentativo di bersagliare la Chiesa si sta colpendo l’intera economia sociale e civile. Gli esempi non mancano. Si continua a dire ad esempio che basta inserire una cappellina in un albergo per non pagare l’Imu, quando invece la circolare 2 del 2009 nega espressamente questa possibilità facendo giustizia di chiacchiere e interpretazioni maliziose della legge. Si continuano a citare stime dell’Anci, l’Associazione dei Comuni italiani, che calcolerebbe in varie centinaia di milioni l’Imu scontata alla Chiesa, quando invece l’Anci non ha mai compiuto uno studio di questo tipo, né è in grado di mostrarlo.

E si continua a scrivere di «blitz» del governo per «salvare la Chiesa» ogniqualvolta si tenta di aggiornare la normativa, come ha fatto ieri un quotidiano, salvo poi dover registrare la netta smentita di Palazzo Chigi. Così come si ripubblicano impunemente liste di enti cattolici che non pagherebbero l’Imu, quando invece questi hanno più volte mostrato i loro bollettini di versamento. Quello che meno viene raccontato è come in realtà vi siano oggi nel mercato molti soggetti “for profit” che puntano ad espandersi nei settori della sanità o dell’assistenza agli anziani, ad esempio, gruppi che possono contare su ingenti risorse economiche e appoggi mediatici, e che trovano un problema il vantaggio concesso a chi non ha il lucro come scopo ultimo, e magari riesce a essere più competitivo perché nell’attività economica ha inserito principi come la gratuità, il dono, la fraternità. Concetti non immediati e non di moda per molta cultura economica, si capisce, ma che la crisi internazionale dovrebbe invitare a riconsiderare. Non si tratta, lo abbiamo detto più volte, di proteggere né difendere un privilegio per la Chiesa. Si tratta, invece, di provare a intendersi su che cosa si vuole salvare oggi in Italia, con quali strumenti, e cosa invece no. Poi si può discutere di tutto. I politici più illuminati dovrebbero distinguersi uscendo da questo corto circuito della ragione e dare, per una volta, corpo alle loro idee, calandole nella realtà.

Un tavolo degli ‘intellettualmente onesti’, per provare a porsi alcune semplici domande e fissare alcuni principi di fondo. L’impresa non profit è un valore? Far ricadere il profitto sulla comunità è un bene e va agevolato, oppure no? Un cine-teatro parrocchiale fa concorrenza a un multiplex? Una casa vacanze per pensionati toglie mercato agli hotel? La scuola paritaria va chiusa o salvata? Le strutture assistenziali e sanitarie vanno lasciate solo a chi cerca dividendi e alte quotazioni di Borsa? Questo per dire che prima di mettere la Chiesa strumentalmente nel mirino, rischiando di produrre un grave ed esteso danno sociale, sarebbe bene provare a ragionare e intendersi su quale modello di società vogliamo consegnare alle generazioni che verranno. Calandosi nella vita reale.

© Avvenire.it

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