Il voto cattolico senza più peso

Su Il Tempo di oggi è stata pubblicata un’interessante analisi sul peso del voto cattolico firmata da Gennaro Malgeri. Importante soprattutto quanto riportato nella finale. Da meditare.

Si fa fatica, esaminando gli esiti delle elezioni, ad immaginare che fine abbia fatto il cosiddetto voto dei cattolici, croce e delizia della discussione politica italiana dal dopoguerra fino a pochi anni fa. In effetti chi volesse ricercarlo nella composizione del nuovo Parlamento dovrebbe impegnarsi in un’impresa non da poco per concludere che è impossibile ravvisarlo con certezza come accadeva in passato. E non soltanto perché non c’è più un partito di raccolta dei cattolici, ma soprattutto in ragione del fatto che nessun soggetto si richiama più, nel declinare i valori di riferimento, al cattolicesimo. Si dirà che il confessionalismo è da tempo stato espulso (e per fortuna) dalla vita politica italiana. Ma ciò non vuol dire che il riconoscimento del cattolicesimo come orientamento ed indirizzo anche della vita pubblica debba essere considerato improprio e quindi non essere presente nella formazione delle leggi e, più in generale, nella declinazione di provvedimenti civili ispirati ad una concezione del mondo che per la sua connotazione spirituale non ha davvero la pretesa di negare l’autonomia della politica. Al contrario, perfino quando la politica si ispira a modelli culturali ed ideologici deterministi o apertamente materialisti non è infrequente che nel suo ambito vengano tentati arditi accostamenti con un cristianesimo secolarizzato che pure nella Chiesa, soprattutto nel Novecento, ha fatto breccia.

Oggi constatiamo, con stupore, che il voto cattolico, cioè a dire motivato da un’adesione al magistero ecclesiastico e alla dottrina sociale della Chiesa, benché non più riferito ad uno o più partiti, di fatto non esiste più. È stato affogato nella palude laicista e perfino i credenti, pur presenti in Parlamento e nella vita politica in generale, non si mostrano come tali a differenza del passato. La stesse posizioni che collimano, sia pure relativamente, con l’insegnamento cattolico non vengono esplicitate e sembrano addirittura gravate da una sorta di rifiuto a mostrarle per quelle che sono quasi che a sostenerle ci si debba in un certo modo vergognare.

È singolare che i cattolici impegnati in politica, insomma, non si manifestino più come tali, nella stragrande maggioranza ovviamente, temendo forse la censura del progressismo che ha egemonizzato culturalmente ogni aspetto della vita associata, veicolato soprattutto dal relativismo e dal secolarismo che hanno aperto la strada al nichilismo contro cui i due ultimi grandi Pontefici hanno ingaggiato la battaglia che ha segnato il loro ministero, fino a farsi banditori di una «nuova evangelizzazione». Oggi sarebbe forse impossibile immaginare un Papa in visita al Parlamento italiano come accadde il 14 novembre 2002. Giovanni Paolo II, per la prima volta nella storia italiana, dallo scranno più alto di Montecitorio si rivolse ad attenti e commossi deputati e senatori, ricordando che le virtù morali non possono essere pensate che in relazione a quelle civili e politiche affinché queste abbiano un senso per gli individui che sono chiamati a praticarle come rappresentanti delle comunità dalle quali hanno hanno ottenuto il mandato. Quel Papa, già prostrato dalla malattia, ricordò la sua enciclica «Veritatis splendor» nella quale metteva in guardia dal «rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità». Nella «Centesimus annus» aveva annotato che se non esiste nessuna verità ultima che guidi e orienti l’azione politica, «le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere».

Parole che restano scolpite, ma di fronte alle quali anche i politici cattolici sembrano essersi voltati dall’altra parte per evitare di fare i conti con le loro coscienze. È per questo che il voto cattolico ha perso il suo peso. Esso non è più motivato dal profondo radicamento nella concezione della politica fondata sul bene comune che, a sua vota, è radicato nel diritto naturale su cui poggia non soltanto il magistero della Chiesa, ma complessivamente la vita cristianamente vissuta. A questo profondo aspetto del rapporto tra libertà intellettuale e dovere pubblico si è frequentemente richiamato il Pontefice emerito Benedetto XVI imputando alla politica l’arrendevolezza davanti all’attacco del relativismo culturale che rischia di renderla debole nell’opporsi all’assolutismo tecnocratico e al potere dell’economia finanziaria nemica della solidarietà. Se idee di questa natura non permeano più la politica dei cattolici come è pensabile che il suffragio dei credenti si indirizzi verso forze che dovrebbero sostenere quella visione che i Pontefici citati hanno messo al centro della loro missione pastorale? Il secolarismo che vediamo prevalere nella politica italiana, al di là della sparizione di movimenti che si dichiarano apertamente legati al mondo ecclesiastico, è connotato dal terrore dei cattolici di affrontare a viso aperto le tradizionali battaglie in favore della centralità della persona, come il diritto alla vita e all’intangibilità del matrimonio che non può essere contraffatto con l’assimilazione ad esso di unioni di vario genere e natura.

Insomma, il voto cattolico è sparito semplicemente perché i cattolici impegnati in politica, a prescindere dai partiti di appartenenza, sono diventati pavidi, sottomessi alle logiche culturali nichiliste, al materialismo pratico che sta corrodendo le coscienze. Anche per questo il Parlamento uscito dalle consultazioni elettorali è terribilmente povero. Un contenitore di pulsioni elementari nel quale chiunque vede il riflesso del declino italiano.

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