Famiglia, la trappola della nuova psicologia

di Francesco D’Agostino

Paul Klee - Luogo colpitoÈ stata saggia la decisione con la quale, poche settimane fa, il Tribunale di Bologna ha affidato una bimba di tre anni a una coppia gay? È la stessa cosa avere una madre e un padre o avere “genitori” gay? Quel Tribunale sembra esserne convinto: «In assenza di certezze scientifiche o dati di esperienza – esso scrive, motivando la propria decisione – costituisce mero pregiudizio la convinzione che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale». Che in tal modo si usi di fatto una bimba come “cavia” per un esperimento familiare dei cui esiti nessuno può avere certezza, è tema che sembra non aver sfiorato la mente dei giudici. Ma possiamo anche arrivare a capirli (!), dato che oramai molti psicologi (forse non proprio tutti, ma certamente tanti) si muovono nel loro stesso senso, invocando per di più l’autorevolezza di rispettabili società scientifiche, come l’American Psychological Association, da vari anni attestata nella difesa della «normalità» delle coppie omosessuali. In Italia, poi, si ama sempre esagerare: la rivista «Infanzia e adolescenza», nel suo ultimo numero, dà addirittura notizia di recenti ricerche, che riscontrerebbero maggiore disponibilità, nei confronti dei figli, delle coppie omosessuali rispetto a quelle eterosessuali…

Dobbiamo fidarci degli psicologi? Le loro ricerche e le loro teorie sull’omosessualità sono davvero attendibili? Che rilievo dobbiamo dare a quella minoranza di psicologi (perché certamente di minoranza si tratta) che continuano a sostenere che l’omosessualità è un disturbo della personalità, un «disordine oggettivo» (secondo il lessico del Magistero della Chiesa) e che i bambini hanno il diritto di crescere con un papà e una mamma, perché questa è la configurazione ottimale della famiglia? In breve: dobbiamo o no attivare petizioni, procedere a raccolte di firme, promuovere battaglie culturali contro i movimenti che in nome della psicologia (e quindi della scienza!) accusano di pregiudizio coloro che non sono convinti del carattere antropologicamente rilevante della differenza sessuale?

Cerchiamo di mettere bene a fuoco tale questione, che va molto al di là del pur rilevante caso della bimba di Bologna. E non cadiamo nella trappola di considerarla eminentemente psicologica. Nei suoi elementi essenziali, infatti, non si tratta di una questione psicologica, ma antropologica e giuridica. Quindi, non è agli psicologi che spetta l’ultima parola. Se affidiamo la questione alla psicologia, e non all’antropologia, come è invece giusto fare, cadiamo in una trappola da cui non riusciremo più a liberarci.

È probabile che molti psicologi (soprattutto i più arroganti) non siano in grado di percepire la differenza che si dà tra le due prospettive: per loro la psicologia assorbe l’antropologia, e dovrebbe quindi dettarne i confini (e per di più con autorevolezza scientifica). È una pretesa indebita, una variante del solito e monotono riduttivismo scientistico, quello per il quale l’uomo «non è altro che» politica, economia, fisiologia, alimentazione, storia, cultura, ragione, corpo… o anche psiche (e questo a seconda dei “gusti”, cioè della prospettiva scientista che si vuole privilegiare). Non è così: l’uomo è tutto questo (politica, economia, alimentazione cultura, storia, ragione, corpo, psiche) e molto di più. A fronte di quegli psicologi che sostengono che la famiglia «cosiddetta naturale» rappresenta un’astrazione, va ribadito che l’indagine antropologica, quando non si lascia intimidire, mostra esattamente il contrario: la famiglia è il contrario di un’astrazione, è il luogo concretissimo, insostituibile, istituzionale dell’acquisizione dell’identità. E l’identità (con buona pace di certi psicologi) non coincide con l’io, ma con la “persona”: non è concetto riduttivamente psicologico, ma umano.

Può crescere “bene” un bambino affidato a una coppia gay? Tanti psicologi dicono di sì. Possiamo dirlo anche noi: perché mai non potrebbe? Non c’è esperienza umana, per quanto lacerante, che non possa essere occasione o presupposto di “bene”: non solo i miti e le favole (che parlano addirittura del destino “regale” che può offrirsi ai bambini più infelici), ma tutta la letteratura (si pensi ai romanzi di Dickens) ripetono incessantemente che è straordinaria la forza che emerge in bimbi abbandonati, strappati all’affetto materno e familiare, rinchiusi in orfanotrofi freddi e tristissimi o perfino cresciuti nei penitenziari. A tutti è data la possibilità di una vita “buona”, perché la forza dello spirito può vincere ogni avversità. Non c’è dubbio quindi che anche i bambini affidati a una coppia gay – per di più riconosciuta dai giudici come equilibrata – possano non solo soggettivamente, ma anche oggettivamente crescere felici. Il problema che dobbiamo valutare – e che non è psicologico – è se la famiglia «cosiddetta naturale» rappresenti o no un bene antropologico da difendere e da promuovere e se queste nuove forme di affidamento familiare non siano modalità per offenderla.

Il modo giusto di difendere quel “bene” che è la famiglia non è quello di ipotizzare (con molta ragionevolezza, ma – ahimè – senza prove definitive) necessarie sventure o inevitabili sofferenze per chi cresca “senza famiglia” o in famiglie alternative, ma semplicemente quello di ribadire che solo la famiglia e il complesso dei vincoli «naturali» che da essa conseguono garantiscono l’ordine delle generazioni. È in questo ordine che si realizza quel bene propriamente umano e personale che consiste nell’essere genitori e figli e non nel comportarsi come genitori e come figli (per quanto impeccabile questo “comportarsi” possa rivelarsi nei singoli casi). La questione, ripetiamolo ancora una volta, non è psicologica, ma antropologica: fino a quando non arriveremo a capirlo non potremo affrontarla in modo corretto e con onestà intellettuale.

© Avvenire, 10 dicembre 2013

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