Mercato & reciprocità: un’alleanza da rifondare

Le famiglie hanno sempre saputo che le imprese sono faccende molto importanti ed essenziali per il loro bene. E’ da lì che viene il lavoro e il salario; è in quei luoghi promiscui e duri dove si alimentano i sogni e la vita veri

di Luigino Bruni

Nel sottosuolo della nostra cultura civile ed economica crescono due tendenze opposte. La prima è l’avvicinamento progressivo tra la cultura e i linguaggi del mercato capitalistico e quelli dell’economia sociale. La seconda, opposta, tendenza è una contrapposizione crescente sulla valutazione etica del mercato, che porta alcuni a vedere il mercato capitalistico come la soluzione di tutti i nostri mali economici e civili, e altri a considerarlo invece come il feticcio di ogni male morale, sociale e politico. I primi vorrebbero una società guidata e gestita soltanto, o principalmente, dai valori e dagli strumenti del mercato (dalla privatizzazione dei beni comuni alla compravendita di organi), i secondi lo vorrebbero bandire da quasi tutti gli ambiti umani moralmente rilevanti, arginarlo in un alveo molto stretto e controllato.

Con la globalizzazione e con la crisi finanziaria ed economica questa contrapposizione ideologica, che ha almeno duecento anni di vita, sta vivendo una nuova stagione. Dieci anni fa sarebbe stato impensabile che libri di economisti, pro e contro i mercati, diventassero dei best seller. Questa nuova stagione, però, che non ha la forza spirituale e comunitaria degli antichi umanesimi popolari, dei loro intellettuali, perché avendo perso contatto con i luoghi vitali non ha il sapore caldo del pane e l’odore salato del sudore. E la contrapposizione, molto rilevante e trascurata dalla nostra cultura, sta diventando uno dei grandi freni nella ricerca di una nuova fase di concordia e di unità, che sarebbe invece indispensabile. Che impedisce, tra l’altro, di capire e combattere le storture e malattie dei mercati concreti (e non di quelli immaginari).

L’impegno a dar vita a questa concordia e dialogo non è un’operazione facile, perché va nella direzione opposta alla prima tendenza di avvicinamento, che sta invece sempre più producendo un appiattimento e un livellamento culturale verso il basso. Le imprese tradizionali hanno assunto un linguaggio “sociale” che sa troppo di retorica e poco di convinzione. E tutto un movimento di economia tradizionalmente non capitalistica, da anni prova a scimmiottare linguaggio (in finto inglese), cultura, consulenti, categorie del pensiero economico dominante, in un dannoso processo di sincretismo. Un’imitazione che nasce spesso da un complesso di inferiorità culturale. La nuova sintesi e il nuovo dialogo costruttivo di cui abbiamo bisogno sono altra cosa, molto più faticosa e profonda. Dovremmo innanzitutto riconoscere che la storia del mondo reale ci ha mostrato mercati reali molto più vitali, promiscui, non-ideologici e inattesi di quelli immaginati e previsti da quelle teorie. Le esperienze economiche più rilevanti e durature, quelle che hanno aumentato il benessere vero della gente, la democrazia e il Bene comune, sono state tutte esperienze meticce di mercato e di sociale.

Il mercato reale ha funzionato veramente quando si è contaminato nei luoghi sociali, quando ha saputo abitare e includere le periferie. E quando non lo ha fatto, e non lo fa, produce malessere e diventa nemico della gente e dei poveri, per fare profitto anche con “lo scarto del grano”. Il nostro migliore passato remoto e prossimo è frutto dell’intreccio di mercati e di reciprocità. Il movimento cooperativo, i distretti industriali, le imprese familiari sono figli di incontri tra i linguaggi del mercato e quelli del dono. Le famiglie hanno sempre saputo che le imprese sono faccende molto importanti ed essenziali per il loro bene. È da lì che viene il lavoro e il salario; è in quei luoghi promiscui e duri dove si alimentano i sogni e la vita veri. La gente ha sempre abitato e vissuto i mercati reali come luoghi umani, piazze e negozi popolati di gente, di odori, di sapori e di parole – non dimentichiamo, poi, che per decenni i mercati sono stati tra i pochissimi luoghi di vita pubblica, di sovranità e di protagonismo di molte nostre mamme e nonne. La grande e lunga storia del rapporto tra mercati e vita civile è soprattutto una storia di amicizia e di alleanza.

Anche quando si litigava e lottava nelle fabbriche, la parte migliore del Paese, che operava nei diversi partiti, sapeva che dentro quelle fabbriche si producevano cose buone, per loro e per tutti. Si litigava e si lottava, ma si sapeva che il mondo, loro e di tutti, sarebbe stato peggiore senza quelle fabbriche. Lottavano anche perché le amavano. Gli intellettuali e i politici contrapponevano capitale a lavoro, mercato a democrazia, libertà a uguaglianza; ma la gente sapeva, con una maggiore verità, che la realtà era diversa, perché che quel lavoro, anche duro e aspro, stava liberando loro e i loro figli, e li stava allontanando dal feudalesimo dal quale erano venuti. Recitavano liturgie sociali, ciascuno indossava la propria maschera nella commedia e nella tragedia della vita realissima, ma ancora più vero era il legame tra lavoratori, padroni, classi sociali, che davano contenuto vero all’espressione Bene comune. Fino a quando quegli antichi “padroni” non sono diventati, in tempi recenti, proprietari di fondi speculativi sempre più anonimi, lontani e invisibili.

Quando quei critici del capitalismo vollero dar vita ad un’altra economia, inventarono in Europa le cooperative e le banche rurali, ma non pensarono mai, o mai seriamente e in tanti, che quelle loro cooperative e quelle banche fossero l’antitesi delle altre banche e imprese del Paese. Erano certamente diverse, ma l’operaio della grande impresa sapeva che il cooperatore-lavoratore faceva un’esperienza molto simile alla sua, e quindi si capivano e lottavano insieme, ed erano anche soci delle stesse casse e spacci. Siamo stati capaci di resistere nelle stagioni durissime del dopoguerra, del terrorismo, delle contrapposizioni ideologiche e politiche radicali e violente, perché il Paese reale faceva una esperienza di unità nelle fabbriche, nella terra, negli uffici, nelle cooperative, e ha intessuto un legame sociale che regge e ci sorregge ancora. Siamo sopravvissuti lavorando insieme, lavoratori, casalinghe, sindacati, contadini, imprenditori, banchieri, politici. Discutendo e lottando nelle fabbriche e nelle piazze; ma soprattutto lavorando e soffrendo insieme – anche per questa ragione è urgente tornare a generare nuovo lavoro. E sopravvivremo se saremo capaci di trovare ancora unità lavorativa, economica, civile.

All’origine delle civiltà, il dono e lo scambio interessato erano indistinguibili. Si donava come via allo scambio, che un giorno divenne il mercato. Questo dato antropologico ci dice molto anche sul nesso inverso: ci svela che nel mercato esiste e resiste molto dono. Se così non fosse, ben poca e triste cosa sarebbe recarsi per decenni ogni mattina al lavoro, per chi ha il “dono” del lavoro, o donare i nostri anni migliori in una fabbrica o in un uffici; ben triste e poca cosa sarebbero i nostri progetti e sogni lavorativi, troppo poveri i nostri rapporti di lavoro, troppo poche le ore di vita vera. Lo sappiamo tutti, lo abbiamo sempre saputo. Ma in questa fase di pensiero economico e sociale debole e superficiale, dobbiamo ricordarlo a noi stessi, e a tutti.

© Avvenire, 8 dicembre 2013

 

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