Brague, se l’umanesimo si riduce a laicismo

Mentre la Francia celebra per la prima volta la Giornata della laicità, il filosofo riflette sui nuovi giacobini: «Escludendo il trascendente, non sanno più dare valore all’uomo»

di Daniele Zappalà

Molte scuole francesi commemoreranno domani la legge di separazione delle Chiese e dello Stato, risalente al 1905, nel quadro di una Giornata della laicità che continua a suscitare polemiche. Il pomo della discordia resta la stessa laicità, diversamente definita a livello politico. Si ricorderà che l’ex inquilino neogollista dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy, aveva auspicato l’avvento di una “«laicità positiva”, equiparando maestri di scuola e sacerdoti. Ma tale concezione non pare condivisa dall’attuale esecutivo socialista, che ha istituito un Osservatorio della laicità per vigilare sul rispetto di un principio citato già nel primo articolo della Costituzione.

Inoltre, al timone del ministero francese dell’Istruzione, il più importante per dotazione finanziaria, è giunto Vincent Peillon, con trascorsi di ricercatore e saggista interessato alle origini della laicità e della “filosofia repubblicana”. Lo stesso intellettuale che aveva pubblicato nel 2008 il volume La Révolution française n’est pas terminée (“La Rivoluzione francese non è terminata”, Seuil), mostrando ben poca tenerezza verso il cristianesimo. Citando Edgar Quinet, autore ottocentesco di forti convinzioni laiche, Peillon aveva affermato: «La Rivoluzione francese ha fallito, perché non occorre fare la rivoluzione solo nella materia, occorre farla nelle menti. Ora, abbiamo fatto essenzialmente la rivoluzione politica, ma non quella morale e spirituale. E abbiamo lasciato ciò che è morale e spirituale alla Chiesa cattolica. Dunque, occorre rimpiazzare ciò. Del resto il fallimento del 1848, quando la Chiesa cattolica, i preti sono giunti a benedire gli alberi della libertà dei rivoluzionari, è la prova che non si potrà mai costruire un Paese di libertà con la religione cattolica».

A livello politico, tale rugosità non è oggi condivisa da tutti i membri del governo. Ma in ogni caso, nelle sfere intellettuali, la diatriba non poteva destare indifferenza. Anzi, proprio in questo clima a tratti incandescente diversi fra i maggiori pensatori si sono soffermati di nuovo sul nodo dei contenuti morali e spirituali di ogni società. Fra i filosofi non credenti, Régis Debray ha pubblicato Le moment fraternité(Gallimard), invocando la riscoperta di una dimensione “sacra” della vita civile. Da parte sua, Julia Kristeva ha scandagliato l’umano “bisogno di credere” (anche in un volume omonimo pubblicato in Italia da Donzelli), ricordando pure il legame storico gemellare fra umanesimo e cristianesimo. E, fra i pensatori credenti, Rémi Brague ha intrapreso una profonda esplorazione dell’idea contemporanea di umanesimo. La stessa, fra l’altro, riapparsa di recente pure fra le priorità dell’Unesco, l’agenzia dell’Onu con sede a Parigi e specializzata nei temi attinenti a educazione, scienza e cultura.

Di umanesimo Brague parlerà anche mercoledì prossimo a Roma, presso l’aula magna della Lumsa. «Il pensiero moderno – sostiene Brague – è a corto di argomenti per giustificare l’esistenza stessa degli uomini. Questo pensiero ha cercato di costruire sul proprio terreno, escludendo tutto ciò che trascende l’umano, natura o Dio. Così facendo, esso si priva di qualsiasi punto d’Archimede, divenendo pertanto incapace di esprimere un giudizio sul valore stesso dell’umano. Bisogna dunque prendere atto di un fatto nuovo. Cerchiamo di nascondercelo con mille sotterfugi. Mi sembra più opportuno gridarlo sui tetti. Non certo come un grido di trionfo, ma come l’espressione di una preoccupazione profonda: il progetto ateo dei tempi moderni è fallito. L’ateismo è incapace di rispondere alla questione della legittimità dell’uomo».

L’ultimo importante volume del filosofo apparso quest’anno in Francia, intitolato in effetti Le propre de l’homme. Sur une légitimité menacée (Flammarion), può essere letto pure come una critica delle derive contemporanee di stampo anti-umanista o pseudo-umanista, venate talora di nichilismo o di relativismo radicale. Il nuovo volume, che Brague ha indicato come satellite di uno studio più voluminoso e organico di prossima pubblicazione, Le Royaume de l’homme (“Il Regno dell’uomo”), esplicita alla fine i compiti odierni del pensiero umanista, ovvero l’avvento di un “nuovo Medioevo”. L’espressione è volutamente provocatoria: «Intendo con ciò l’instaurazione di un rapporto con la trascendenza, più chiaramente una religione. Ma quest’accesso alla trascendenza passerebbe per la razionalità, rendendo così possibile l’elaborazione razionale della religione attraverso una teologia. Questo passaggio attraverso la mediazione della ragione permetterebbe di rispettare l’uomo in ciò che costituisce la sua umanità».

Per il filosofo, gli umanisti di oggi non possono restare a contemplare il passato. C’è un dovere di azione che pare congiungersi alla stessa volontà della Chiesa di agire nella sfera civile. Su tale esigenza storica, pensando in particolare alla recente veglia di preghiera per la pace voluta da papa Francesco, Brague ci confida: «Questa volontà si fonda sul timore di diventare colpevoli del delitto di omissione di soccorso. C’è un passaggio di Ezechiele, ai capitoli 3 e 33, che trovo personalmente sempre più eloquente. Dio dice al profeta che, se gli altri persisteranno nel peccato e moriranno senza essere stati avvertiti, è a lui che si chiederanno i conti. Ma se li ha avvertiti, spetterà solo a loro. È di certo notevole che la Chiesa agisca con la parola e la preghiera, non con la forza».

© Avvenire, 8 dicembre 2013

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