Il Sud Italia in profonda crisi: per le imprese è un Mezzogiorno di fuoco

Dal Rapporto Confindustria si evince che al Sud in sei anni sono andati in fumo 43 miliardi di Pil. L’economia del Meridione paga un conto carissimo alla crisi e i fondi europei rappresentano l’ennesima occasione sprecata. Per il ministro Trigilia spesso «i comportamenti della Pa non sono efficaci ed efficienti» fatto sta che le difficoltà del Meridione a superare la congiuntura negativa sono evidenti e dal 2007 a oggi si sono persi ben 600mila posti di lavoro e 30mila imprese A pagare il prezzo più alto sono state le aziende piccole: per loro il fatturato è calato del 9,3%

di Giuseppe Matarazzo

I numeri sono da bollettino di guerra. L’eco­nomia del Mezzogiorno già fortemente de­pressa di suo, al termine di sei anni di crisi, dal 2007 al 2013, si è polverizzata: persi 43,7 mi­liardi di euro di Pil, 30mila imprese e 600mila posti di lavoro. I dati arrivano da Confindustria – Studi e Ricerche per il Mezzogiorno pubbli­cati nel volume ‘Check up Mezzogiorno’. Un’a­nalisi dettagliata che fa emergere le difficoltà del Meridione a superare l’ultima coda della crisi, quella di quest’anno, con una impressio­nante moria di imprese: nei primi nove mesi del 2013, quasi 100mila imprese hanno cessa­to la loro attività, a un ritmo di 366 cessazioni al giorno. Ben 2.527 sono le aziende fallite. Con­frontando, aperture e cessazioni dal 2007 al 2013, si sono ‘perse’ circa 30mila imprese, di cui circa 15mila solo nei primi 9 mesi del 2013. Un confronto che dà l’idea di quanto stia suc­cedendo oggi al Sud.

Eppure dal check up emergono anche alcuni se­gnali che indicano un rallentamento della ca­duta. Fra gli indici di speranza, l’aumento del­le società di capitali (+3,2% nel 2013) e il rad­doppio delle imprese aderenti a contratti di re­te, mentre il clima di fiducia delle imprese del Sud è tornato ai livelli dell’estate 2011. Duran­te la crisi alcune aziende si sono anche raffor­zate: si tratta delle imprese di media dimensio­ne, che vedono crescere il proprio fatturato (+8,2%), così come le grandi imprese (escluse le raffinerie), che lo accrescono seppur di po­co. A pagare la crisi sono invece le piccole a­ziende con un calo del 9,3% tra il 2007 ed il 2012. Sia le une sia le altre soffrono il credit crunch: gli impieghi nel Mezzogiorno continuano a scendere (9,3 miliardi in meno rispetto al 2012), mentre i crediti in sofferenza hanno superato i 31 miliardi, cioè l’11,1% del totale. L’andamen­to dell’export spiega una parte dei risultati: le esportazioni si sono ridotte nel III trimestre 2013 del 9,4% rispetto al III trimestre 2012. Si tratta di risultati condizionati dal calo della siderur­gia e degli idrocarburi, mentre segnali positivi fanno registrare i prodotti alimentari e quelli chimici.

In un Mezzogiorno che viaggia a livelli di di­soccupazione record, soprattutto fra i giovani (oltre il 47%), è evidente che serve un’inversio­ne di marcia. Che deve partire dal Sud stesso. Da una nuova cultura, da nuove politiche, da nuove classi dirigenti che liberino il territorio dallo schiavismo della clientela e dell’assisten­za.

Una grande opportunità sprecata negli ultimi vent’anni è stata quella dei fondi europei. Mi­liardi dispersi in mille rivoli, utilizzati come so­stitutivi dei fondi ordinari per garantire l’esi­stente e non come aggiuntivi per creare svilup­po. Per il Sud è l’ultima chiamata. Nella ripresa del Sud, sottolinea lo studio Confindustria-Srm, un ruolo importante lo potranno giocare pro­prio le risorse disposte dalla politica di coesio­ne, nazionale e comunitaria, se verranno «im­messe rapidamente nel circuito economico». Sono circa 60 i miliardi di euro, tra risorse dei fondi strutturali 2007-13, del Piano d’Azione Coesione, del Fondo Sviluppo e Coesione, che potrebbero essere rapidamente trasformati in investimenti pubblici e privati, e costituire un volano straordinario di crescita economica. Senza contare le risorse del ciclo di program­mazione 2014-2020 che sta per aprirsi. Su que­sto sta lavorando in particolare il ministro Car­lo Trigilia, che proprio ieri, in Consiglio dei mi­nistri ha presentato una informativa sugli in­terventi urgenti a sostegno della crescita con u­na riprogrammazione di fondi Ue per 6,2 mi­liardi. Lo stesso ministro, parlando a Palermo per la presentazione del rapporto 2013 della Fondazione Res, giorni fa, ha rilevato come «spesso i comportamenti della pubblica am­ministrazione non sono efficaci e efficienti, que­sto genera una minore fiducia negli operatori». Un sistema che non aiuta a generare sviluppo. «Siamo tecnicamente in fondo a un ciclo – ha detto il presidente della Svimez, Adriano Gian­nola – perché pare che peggio di così non si pos­sa andare, ma la luce in fondo al tunnel è dav­vero flebile, in coerenza con le attuali politiche: siamo tornati indietro di quasi 20 anni al Sud, con situazioni completamente diverse rispet­to all’Europa». Con un problema ‘silenzioso’ che riguarda i pesanti tassi di emigrazione gio­vanile: «Restare o partire – osserva Giannola – dipende molto dall’ambiente in cui si vive e da quanto un territorio riesce a offrire in termini di sviluppo, di sperimentazione e di propen­sione all’innovazione». Il rischio è la desertifi­cazione, industriale e umana, di un pezzo di Paese. «Bisogna resettare tutto, l’Italia non può restare in questa situazione». 

© Avvenire, 28 dicembre 2013

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