La crisi ha portato al boom delle mense di carità

Migranti, padri separati, famiglie numerose, anziani… Attorno alle tavole della carità s’intersecano le storie dei nuovi poveri, ma anche tanti esempi di solidarietà concreta. Un libro traccia la mappa di un Paese che cambia

di Mimmo Muolo

Entrano in scena come i personaggi di un romanzo. Ognuno con la sua storia condita di affanni (molti) e speranze (poche, anche se dure a morire). Ma quello di Alessia Guerrieri –Quando il pane non basta. Viaggio nelle mense della carità (Ancora, pagine 158, euro 15,00, disponibile in e-book) – un romanzo non è. Anche se in un certo senso non gli mancano trama, colpi di scena, ritratti di buoni e cattivi e persino una specie di “lieto fine”.

L’ambientazione è ampia. Le mense di molte realtà del mondo cattolico. E cioè gran parte dell’Italia. Anzi, di una “povera Italia” segnata dalla crisi e dalla recessione. Su questa scena si muovono le diverse vicende narrate nel libro. C’è Abdul, ingegnere industriale marocchino, che vende rose nei ristoranti pur parlando cinque lingue. Mario, impiegato di banca torinese, separato e rovinato dai doveri del mantenimento. Alessandro, ex broker ridotto sul lastrico da speculazioni sbagliate. Elia, anziano maggiordomo delle star, che al momento di andare in pensione si è accorto che in pochi gli avevano versato i contributi e ha realizzato che una pensione lui non l’avrebbe avuta mai. E c’è la piccola Cristel, alla quale i genitori, disoccupati, sono costretti a raccontare una pietosa bugia: «Oggi si va al ristorante». Quando in realtà quello che frequentano più di una volta a settimana è appunto una delle mense di cui si parla nel libro.

Le loro storie poi si intrecciano con quelle di altra gente. Gente che aumenta. Perché la crisi morde più della fame e sono sempre di più quelli che per andare avanti devono affidarsi alle numerose reti di solidarietà del Belpaese. Ma qui c’è il colpo di scena. Si potrebbe pensare, infatti, al classico libro pietistico. E invece l’autrice, giornalista esperta di sociale e collaboratrice di “Avvenire”, racconta anche l’altra faccia della medaglia. Quella della speranza. Protagonisti questa volta sono i volontari che prestano il loro servizio nelle mense visitate da Guerrieri. Un esercito di ventiduemila persone di ogni età e classe sociale, dal quale l’autrice distilla nelle sue pagine volti e presenze a loro modo emblematici. La maggior parte sono operatori abituali. Stefano, da otto anni in servizio alla mensa Caritas del Casilino di Roma: «Quando non vengo a fare servizio – dice – sono io che mi sento più povero». Oppure Stefania, Itala, Marisa. E Luana: «Noi volontari partiamo dal presupposto che non salviamo nessuno. Stiamo solo accanto come farebbe un amico». Ma poi ci sono anche le sorprese. Come ad esempio gli studenti dell’Itis “Alessandro Volta” di Brancaccio, Palermo (non a caso il quartiere del beato padre Puglisi), che hanno scelto di trascorrere la loro gita scolastica venendo a servire per una settimana nelle mense di Roma.

Di ognuno l’autrice propone un ritratto a tutto tondo. Perché il volume, anche se composto in gran parte prima dell’elezione di papa Francesco, appare perfettamente in linea con la lezione del Pontefice. E quindi i poveri, e chi li aiuta, ce li fa guardare in faccia. «Questo libro dà voce a milioni di persone e di famiglie che si sentono dimenticate, ma anche a migliaia di volontari che camminano al loro fianco», scrive nella prefazione Andrea Riccardi, il fondatore di Sant’Egidio. E il direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, aggiunge nella postfazione: «Il viaggio in questa “Italia immergente” non dimentica nessuno, italiani e stranieri, padri separati e intere famiglie con bambini, anziani con figli e nipoti senza stipendio». Ma tutti «mantengono una straordinaria dignità».

C’è poi un valore aggiunto, che fa da sottofondo a tutto il viaggio. Guerrieri infatti offre al lettore anche le cause del fenomeno. Come si finisce a mangiare in una mensa per poveri? Prendete Alessandro, il broker sul lastrico. «Sono senza casa perché strangolato da un mondo che pensavo di domare e mi ha punito», confessa. Fino al 2008 guadagnava quasi cinquantamila euro al mese. Poi ha investito su titoli sbagliati e la recessione ha fatto il resto. Per Laura e Giuseppe di Torino, come per Nicola e Tiziana di Ascoli Piceno, la causa scatenante è stata la perdita del lavoro. Idem per Marilù, sessantenne badante peruviana. Lei è finita in mensa quando non ha avuto più anziani a cui badare. Ma la causa forse più sorprendente di tutte è quella che ha portato sui tavoli della carità Mario e tanti altri mariti separati. Dopo aver pagato gli alimenti ai figli, l’affitto per il nuovo miniappartamento e le bollette gli avanzano sì e no tre-quattrocento euro al mese.

Tutto qui? No, perché Alessia Guerrieri, dopo le storie in negativo, racconta anche l’esperienza dei vari banchi alimentari che raccolgono derrate per distribuirle alle famiglie in difficoltà. E alla fine del libro, quasi a segnare un approdo, appare il Villaggio della Speranza. Non il classico miraggio nel deserto, ma una realtà bella e buona. Brecciarola, vicino Chieti. Qui le suore Figlie dell’Amore di Gesù e Maria hanno impiantato venti villette prefabbricate e danno ospitalità a ragazze-madri, padri separati, anziani soli, coppie disoccupate sfrattate per morosità. Come si sostengono? Con i proventi dell’azienda agricola in cui il Villaggio è incastonato. Un esempio da cui ripartire nella “povera Italia” di oggi. Perché anche certi romanzi possono avere un lieto fine.

© Avvenire, 22 dicembre 2013

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