L’ossimoro di una laicità che sceglie di censurare

di Carlo Cardia

Si consolida in alcune parti d’Europa un’idea strana di laicità, con sentenze, leggi, proposte, dirette a togliere spazio all’obiezione di coscienza, cancellare simboli religiosi, parole radicate nell’intimità della tradizione familiare. Stefano Fontana – ragionando sul rapporto annuale dell’Osservatorio Van Thuân – ne ha scritto pochi giorni fa su queste colonne. E Lucia Bellaspiga ha poi ragionato sulla pretesa di imporre persino ai giornalisti italiani un lessico “politicamente corretto” sulla questione delle nozze gay, della teoria del “gender”, dell’indegno mercato delle maternità surrogate. In questa fase, e questo proposito, novità vengono soprattutto dalla Francia, da ultimo con il progetto di una festa della laicité: poiché «la laicità è il principio fondamentale, ciò che ci permette di vivere insieme (…), si chiede che la Repubblica francese fissi per il 9 dicembre una giornata nazionale della laicità». Il deputato Jean-Christophe Lagarde ha specificato che «la laicità non si basa sulla tolleranza delle differenze, ma sull’eguaglianza dei cittadini». Per parte sua, il ministro Vincent Peillon, aumenta la pressione sulla scuola, attuando idee esposte nel libro La Révolution n’est pas terminée (La Rivoluzione non è finita), ricco di nostalgia per antiche glorie repubblicane.

Non è solo nostalgia. Il 30 ottobre scorso il Conseil Constitutionnel ha respinto l’obiezione di coscienza dei sindaci che non intendono celebrare nozze gay. La sentenza poggia su asserzioni apodittiche, ad esempio che la legge rispetta la Costituzione perché «il legislatore ha inteso assicurarne l’applicazione, garantire il buon funzionamento e la neutralità del servizio di stato civile». Ma l’obiezione si ribella alla sostanza della legge, non alla sua applicazione eguale: si può imporre egualmente a tutti una misura che offende. L’obiezione è respinta poi perché si parla delle funzioni di pubblici ufficiali dei sindaci; eppure proprio i sindaci hanno fatto ricorso, e se la loro coscienza è ferita non può dirsi che i pubblici ufficiali non hanno una coscienza, o che devono silenziarla. Con questa logica non si riconoscerebbe mai l’obiezione al servizio militare: il dovere di difendere la Patria è conforme a Costituzione, la legge chiede che tutti lo assolvano, se poi si tratta di un ufficiale deve osservarlo più degli altri. In realtà, mentre i legislatori da tempo riconoscono diverse obiezioni, anche di minor peso, e rendono onore a principi radicati nel sentire comune, la pronuncia francese azzera il cammino compiuto dalla cultura giuridica europea.

Con analogo intento di mortificazione il Governo di Parigi vuole cancellare festività tradizionali, proibisce d’indossare il velo o simboli religiosi (se non piccolissimi) ai genitori che si uniscono ai figli in una gita scolastica, perfino se ci si trova al museo, al ristorante, in un prato per il pic-nic. E vorrebbe estendere il divieto dentro l’Università, che da sempre è tempio della cultura e di confronto delle identità.
L’idea di una festa della laicità ha suggerito una singolare riflessione a un nostro intellettuale. Il quale dopo averla criticata aggiunge che l’Italia comunque non avrebbe nulla da festeggiare perché non sa nemmeno cosa sia la laicità: a suo dire, su questioni come quelle del dolore, della malattia e della morte, saremmo etero-diretti da «ayatollah teocratici» che dettano legge. In altri termini dovremmo introdurre l’eutanasia, il suicidio assistito, per dimostrare che siamo un Paese laico. Il rapporto tra eutanasia e laicità è surreale e funambolico, altrimenti dovremmo concludere che il Paese più laico al mondo sarebbe il Belgio che sta per introdurre l’orrore dell’eutanasia dei minori, senza soglia d’età.

Di altre patologie si è parlato a più riprese su “Avvenire”: in Gran Bretagna si obbligano gli istituti religiosi ad affidare i bambini che hanno in custodia a coppie gay; in Norvegia una conduttrice televisiva ha dismesso un piccolo crocifisso per non perdere il posto di lavoro; pure in Italia ogni tanto affiora questa tendenza, anche nei giorni scorsi è stata annunciata, questa volta al Liceo Mamiani di Roma, la proposta di cancellare dai documenti scolastici le parole “padre” e “madre”. Fantasie, eco di vecchie logiche, vere censure, in questi fatti? C’è un po’ di tutto questo. Ma soprattutto c’è il filo rosso di una concezione deformata della laicità, che censura idealità e momenti fondativi della comunità, preferisce l’orizzonte della solitudine a quello della solidarietà, elimina le parole più belle dal lessico pubblico.

La laicità è altra cosa, è quella delle Carte dei diritti scritte in risposta ai totalitarismi del Novecento: è inclusiva, accogliente, anche per le differenze legittime, apre e non chiude la scuola alla religione, non offusca i colori delle fedi che arricchiscono la nostra identità. È una laicità che alimenta la cultura, invece di mortificarla, non stabilisce arbitrariamente i confini della civitas, li estende perché tutti si sentano a casa propria.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

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