Natale nel terremoto

Nel 1980, la sera della Vigilia, il Tg1 ospita un editoriale «d’autore» che si ispira al sisma che ha sconvolto Irpinia e Basilicata. Ecco il testo ritrovato, un inedito di Mario Pomilio

di Mario Pomilio

Qui, fino ad un mese fa, c’erano delle strade, delle piazze, delle case, una scuola, una chiesa, un paese insomma. E qui, fino all’anno scorso, il Natale cominciava assai per tempo. Cominciava con l’approntamento dei dolci natalizi, che si usava fare in base ad antiche ricette casalinghe e l’odore che se n’espandeva preparava già il clima del Natale. Nasceva per tempo anche il presepe e quasi non occorreva lavorarvi di fantasia, con i suoi monti, i suoi casolari, i suoi piccoli abitati sporgenti da una roccia. Questo era già un paesaggio da presepe. La religiosità stessa aveva alcunché di vicino e familiare, il mito si congiungeva senza sforzo con la realtà. Gesù non era forse nato in un posto analogo a questo, tra pastori e gente dei campi somiglianti a quelli di qui? Qui insomma il Natale era una festa fortemente radicata, vissuta, non posticcia: un accumulo di tradizioni, una lunga memoria. Questo era, tra l’altro, un paese di emigranti nell’Italia del Nord, in Svizzera, in Germania. Il Natale era ormai anche la festa del ritorno, l’occasione per rifarsi di lunghe nostalgie.

Quello di quest’anno – lo sappiamo – è qui un Natale assai diverso, senza casa, senza focolare, senza presepe, senza cene natalizie, senza chiesa, senza paese. Quelle piccole, umili, dolci case, dove fino a un mese fa le generazioni si erano tramandate istinti, consuetudini, oggetti, antichi valori, lontane memorie, non sono oggi se non detriti manomessi dalle ruspe. Il paese è adesso quella tendopoli, è quella fila di roulottes, dove vengono trascorse lunghe notti di gelo e brevi giornate tra il fango. E probabilmente nulla più di questo Natale tra le roulottes potrà farci misurare quante cose qui sono andate perdute e quante altre rischiano di scomparire. Con Natale, vogliamo dire, capiremo forse più che mai come non soltanto sono crollati gli abitati, ma minaccia di sfaldarsi tutto un lembo della nostra antica civiltà contadina, con ciò che essa significa in fatto di coesione, di saldezza, di senso comunitario, di reciproca disponibilità.

Dobbiamo dunque disperare? Per fortuna un paese non è solo le case dove si è abitato. È un contesto di persone, un gruppo di anime, è un insieme di valori radicati e irrinunciabili, è un tessuto di tradizioni, di costumi, di sensi, di affetti, di intese, di consonanze, di credenze, di solidarietà, di preziose eredità morali. È il poco e il moltissimo che il recente terremoto non ha potuto distruggere. Ed è appunto forte di ciò che la gente di qui vuole accingersi a far rinascere questo suo paese, sui suoi luoghi di sempre, con l’intenzione di restare un popolo.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

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