Se la letteratura è il grano di una terra

Withman, Bishop, O’Connor, Plath nel saggio di Antonio Spadaro. Sulle orme del libro quasi omonimo di William Carlos Williams, un viaggio quasi metafisico nelle viscere della migliore narrativa statunitense

di Nadia Fusini

In the american grain titolava William Carlos Williams una sua specialissima autobiografia del continente americano, di cui terminò il primo capitolo sulla nave che lo riportava in patria da un viaggio in Europa. In italiano il titolo suona Nelle vene dell’America. Nelle vene d’America chiama il suo viaggio nella letteratura del medesimo paese Antonio Spadaro, riprendendo di quel testo l’idea profonda secondo cui nella letteratura di una nazione si inscrive l’identità di una terra. Grain è qui parola chiave: vale come “seme”, “chicco”, “germoglio”; allude al nutrimento che dà ai suoi scrittori la terra in cui nascono e vivono; e insieme alla “vena”, così come parliamo della venatura di una roccia, o della grana di una persona, della sua natura. Insomma, gli scrittori di un paese non solo lo rappresentano e lo rispecchiano, ne sono l’espressione, ma ne disegnano il profilo, ne incarnano l’essenza. Non c’è paese in cui questo sia più vero che in America: l’America è fin dal suo inizio un’invenzione, è un’utopia.

Ma non solo nel titolo, anche nel metodo William Carlos Williams sostiene in profondità il libro di Spadaro. «Da ogni fonte ho voluto trarre lo strano fosforo della vita», afferma Williams, citato da Spadaro; affermazione che prende un particolare senso, se pensiamo che oltre che poeta e scrittore Williams è anche medico, e nel suo vocabolario l’evocazione del fosforo ha la precisione del rimando a un elemento chimico presente nelle rocce, come nelle cellule degli esseri viventi, con proprietà positive sull’intelligenza e sulla memoria, forse mitiche, forse fattuali. Fatto sta che è proprio «lo strano fosforo della vita» che sentiamo brillare nelle pagine più intense di questa appassionata ricognizione del panorama letterario dell’America del Nord, dove l’autore sosta presso certi scrittori e poeti e non altri, e di ognuno di loro sa cogliere l’essenza unica e individuale. Bellissime le pagine su Elizabeth Bishop, la poetessa dalla vita “ustionante”. Bellissime le pagine su Flannery O’Connor, scrittrice “profetica”.

Della seconda, dichiaratamente cattolica, non stupisce che l’ascolto di Spadaro, gesuita, direttore di La Civiltà Cattolica, sia così profondo, né che ne condivida in verità di coscienza il pensiero. Nonché la poetica, e cioè l’idea che se lo scrittore vale qualcosa, ciò che crea avrà la sua fonte in un altro mondo, assai più vasto di quello che la mente cosciente può abbracciare. Ma anche di Elizabeth Bishop, la poetessa dell’osservazione e dell’attenzione, Spadaro sa cogliere la verità identificando nella sua poesia l’atto grazie al quale, al di là della professione di fede, si incarna la conoscenza intuitiva e sensibile di una realtà sacra. Non solo scrivendo Elizabeth Bishop sopravvive all’«ustione» qui e ora della vita, ma riconosce che c’è qualcosa altrove. E ha ragione Spadaro, è così: la poesia, quando è poesia grande, è l’evento perturbante che induce il sentimento paradossale che c’è di più, dell’altro, e insieme qualcosa sempre manca. E la nostra realtà è paradossale proprio per la straniante esperienza che induce in noi di un senso di “mancanza” e insieme di “eccesso”. E questa è l’esistenza: l’impossibilità ontologica di una creatura in più, che si scopre in difetto d’essere. Qui la lettura si fa davvero inscape.

Un poeta inglese, che non può non essergli caro, il gesuita Gerald Manley Hopkins, offre a Spadaro l’idea dell’inscape. Nel neologismo Hopkins coglie l’idea di un panorama interiore che l’artista arriva a incarnare nella forma. Ed è proprio la verità dell’essere, che Spadaro intende cogliere nella parola poetica. Che è parola che apre all’altro, con la A maiuscola per alcuni, con la a minuscola per altri – ma sempre, per tutti i poeti e gli scrittori degni di tale nome, la parola della poesia affaccia su quel mistero. In questo senso, che prenda il tono della potenza mitica in Whitman, dell’ironia metafisica nella Dickinson, della profezia in Jack London, che sia l’urlo di Sylvia Plath, la letteratura è un’esperienza spirituale irrinunciabile per un essere umano. Non solo il poeta dischiude immagini, distilla significati; il poeta apre gli occhi del lettore su visioni di luce strappate sull’orlo buio della voragine…

Spadaro è maestro esigente e paziente e alterna l’informazione concisa, il piglio pedagogico, ad affondi interpretativi che educano a un’idea condivisibile della lettura. Il suo lettore non legge per svago, per evasione, né per erudizione: si mette alla prova, e mette alla prova dell’ascolto l’opera che ha di fronte. In altri termini, investe l’opera di una domanda di conoscenza. Così intesa, la lettura è un incontro, che senz’altro eleva la consapevolezza dell’esistenza a un più alto livello estetico e morale.

© la Repubblica, 24 dicembre 2013

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