Archivi della categoria: Chiesa

La rivincita di Galantino e Carron

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Don Julian Carron e mons. Nunzio Galantino

Non era difficile prevedere che il Family day, come accadde nel 2007, avrebbe avuto come conseguenza la tentazione della politica. Oggi come allora si sta operando l’appropriazione indebita di un popolo che ingenuamente e genuinamente ha deciso di scendere in piazza per esprimere una visione positiva della società e per difendere la famiglia, non già per avallare i pruriti elettorali di qualche aspirante politico che vuole capitalizzare a proprio favore il grido d’allarme di migliaia di cittadini.

Ora che la Legge Cirinnà è stata votata al Senato e che una parte dei promotori del Family Day ha scoperto le carte sono possibili alcune considerazioni di carattere generale. Anzitutto, si può tranquillamente affermare che la posizione espressa dal segretario della Cei, mons. Galantino, è stata una posizione lungimirante che ha saputo mantenere salda e dentro l’alveo della Dottrina Sociale l’opposizione della Chiesa alla legge sulle cosiddette “unioni civili”. Galantino è stato lungimirante considerato che già in occasione del primo raduno di giugno qualche componente del comitato organizzatore del Family Day mostrò impazienza prendendo decisioni non condivise e gettando così le basi per una disunità del mondo cattolico. Un plauso a Galantino dunque che non ha ceduto alle sirene di una visione muscolare della presenza cristiana nella società per convergere sulle posizioni espresse da Papa Francesco, il quale sta portando la Chiesa a “battagliare” su tutti i fronti ma in modo intelligente.

Ritengo inoltre che sulla scia di Galantino anche don Julian Carron abbia mostrato di avere una chiara visione della situazione che ci coinvolge quotidianamente. A differenza di quanti sostengono che CL abbia operato una “scelta spiritualista”, abdicando al ruolo di presenza originale nella società, don Carron ha capito che, nel contesto in cui viviamo, c’è bisogno di una rinnovata presenza dei cattolici nella società proprio perché le evidenze di un tempo non sono più tali e quindi si rende necessaria un’azione che non dia nulla per scontato. Oggi perché l’esperienza cristiana ritorni a essere incisiva nella società sono necessarie nuove modalità comunicative che favoriscano e aiutino a far incontrare Cristo a chi Cristo non sa più nemmeno chi sia o dove si trovi. Oggi c’è bisogno di ricostruire l’umano dalle fondamenta e solo Cristo è in grado di farlo, saremmo degli illusi se pensassimo che basti una piazza per rimettere l’uomo al centro del proprio io. La piazza al limite può servire da argine temporaneo per un fiume in piena, ma se l’argine non viene sostenuto e rinforzato nelle sue fondamenta è destinato a cedere. Cantava Bob Dilan che tutto ciò che non si rigenera degenera, questo vale anche e soprattutto per l’esperienza cristiana rispetto alla quale nessuno può mai arrivare a sostenere di aver capito una volta per tutte. Il ruolo della Chiesa è aiutare l’uomo in questa continua rigenerazione in Cristo.

Dalle reazioni da parte di coloro che hanno sostenuto il Family Day, alcuni favorevoli altri contrari alla nascita del Partito della Famiglia, si ha l’impressione che si stia tentando di giustificare posizioni che evidentemente erano chiare fin da principio. Sostenere dei valori senza riferirsi a ciò che li ha generati nel corso della storia significa gettare le basi affinché la presenza cristiana divenga totalmente irrilevante nella società. Molti ritengono che di fronte alle sfide antropologiche dei nostri giorni don Carron abbia snaturato la natura del movimento di CL, vista l’evoluzione politica avuta dal Family Day possiamo constatare come invece abbia avuto ragione su tutta la linea. A questo punto onestà intellettuale vorrebbe che qualcuno chiedesse pubblicamente scusa sia a don Carron che a mons. Galantino: non è operando la divisione o affidandosi a persone di dubbia consistenza intellettuale che si rende un buon servizio a ciò che a parole si dice di voler difendere.

#CLdalPapa: Autoreferenzialità, ovvero la scelta tra servire la “struttura” o servire “l’avvenimento di Cristo”

Papa Francesco abbraccia don Julián Carrón

Papa Francesco abbraccia don Julián Carrón

Riporto un brano del discorso che #PapaFrancesco ha rivolto agli aderenti di #CL, durante l’udienza di sabato scorso a Piazza San Pietro, che in me, che faccio parte della storia generata da don Giussani da quasi 22 anni, ha lasciato una profonda traccia. Il brano è il seguente: «Così, centrati in Cristo e nel Vangelo, voi potete essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa “in uscita”. La strada della Chiesa è uscire per andare a cercare i lontani nelle periferie, a servire Gesù in ogni persona emarginata, abbandonata, senza fede, delusa dalla Chiesa, prigioniera del proprio egoismo. “Uscire” significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una “spiritualità di etichetta”: “Io sono CL”. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale, quel guardarci allo specchio che ci porta a disorientarci e a trasformarci in meri impresari di una ONG».

Perché mi ha colpito questo passaggio pronunciato da Papa Francesco? Semplicemente perché, osservando la mia esperienza, ho intravisto uno degli atteggiamenti che, senza quasi accorgermene, ho vissuto almeno sino all’estate scorsa, ovvero l’atteggiamento di chi vive l’appartenenza a CL più come un’appartenenza a una struttura che ad una vita che continuamente ha bisogno di rigenerarsi nella sequela a Gesù. Vivere CL come una struttura e non come l’esperienza del continuo avvenimento di Cristo nella realtà ha come conseguenza il pericolo sottolineato dal Papa: l’autoreferenzialità! E l’autoreferenzialità, a differenza di quanto siamo portati a pensare, non è appena e solo di gruppo, anzi il più delle volte si tratta di autoreferenzialità della persona.

Per capire e approfondire ancor di più cosa il Papa ha voluto dirci parlando di
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#CLdalPapa: due cose che ho visto a Roma

Papa Francesco e don Julián Carrón

Papa Francesco e don Julián Carrón

C’è bisogno di tempo e di un gran lavoro per assimilare e far proprie le parole che il Papa ha rivolto a noi aderenti al movimento di CL che sabato siamo andati a incontrarlo a Piazza San Pietro. Due cose però mi hanno particolarmente colpito partecipando all’udienza con Francesco.

La prima riguarda don Carron: osservandolo e sentondogli pronunciare le parole che ha rivolto a noi e al Papa ho avuto la certezza di essere di fronte a un uomo che ha piena consapevolezza del gravoso compito che gli è stato affidato. Allo stesso tempo ho visto un uomo tutto teso a farsi abbracciare dal vicario di Cristo per essere aiutato e sostenuto nella difficile missione che don Giussani ha voluto affidargli.

La seconda cosa vista attiene Papa Francesco: mi è parso schietto e paterno nella fermezza Continua a leggere →

La “Messina dal basso” dei Rogazionisti

La “Notte Bianca” di Sant’Antonio che si svolgerà stasera a partire dalle 20.30 dovrebbe indurre una seria riflessione in Accorinti e in alcuni dei suoi assessori, con in testa il prof. Perna (il quale farebbe meglio a smettere di pensare a fantomatiche Monete Complementari Messinesi e a occuparsi di problemi più seri e concreti). Al di là delle polemiche legate alla volontà, da parte della Giunta comunale, di concedere o meno  l’autorizzazione allo svolgimento della festa, per problemi di sicurezza legati alla viabilità e causati dall’isola pedonale, c’è un dato che Accorinti e i suoi non dovrebbero sottovalutare e di cui dovrebbero far tesoro. Se da un lato infatti il Comune, per via delle ristrettezze imposte dalla Corte dei Conti, ha dovuto annullare per ben due volte la tanto annunciata seconda “Notte della cultura”, dall’altro i Rogazionisti sono riusciti a mettere in piedi una manifestazione con un cartello di eventi culturali di tutto rispetto, ciò grazie al coinvolgimento di realtà e associazioni di volontariato che sono state ben contente di mobilitarsi, attraverso volontari e attraverso l’impiego di risorse economiche, per costruire un pezzo di bene comune. Non era forse questo uno degli obiettivi che Accorinti, durante la campagna elettorale, intendeva perseguire e per il quale chiese il voto ai Messinesi? Con lo slogan “Costruiamo Messina dal basso” il sindaco non intendeva forse questa dinamica di costruzione del bene comune attraverso il coinvolgimento di tutte quelle realtà che operano quotidianamente per il bene di tutti? Certo, è davvero strano che i Rogazionisti riescano laddove il “profeta” della Messina dal basso è costretto a registrare uno stop. O forse non è poi così tanto strano, considerato che le associazioni coinvolte nelle realizzazione della “Notte della Cultura” del Comune sono associazioni che hanno sempre ricevuto contributi e non hanno mai speso un soldo per fare le attività culturali che vengono loro richieste.

Pubblicato su IMGPress.it

“Se non c’è battaglia, non c’è cristianesimo”: grazie BXVI!

Nell’edizione del 10 febbraio “La voce di Romagna” racconta di un incontro avvenuto pochi giorni fa tra Papa Ratzinger, l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Luigi Negri e il professor Marco Ferrini.

Del colloquio con Benedetto XVI il prof. Ferrini ha riferito alcuni brani: “Gli abbiamo detto che grazie al magistero di Giovanni Paolo II e al suo abbiamo recuperato la continuità di fede e cultura con l’impegno sociale e politico, con un po’ di preoccupazione perché c’è da qualche parte nella Chiesa un ritorno a un certo tipo di dualismo, che sembra far ritornare la Chiesa a una posizione di autoemarginazione. È stato allora che Benedetto XVI ha detto: ‘Ogni dualismo è cristianamente negativo’. Ci ha parlato delle difficoltà del contesto in cui la Chiesa agisce oggi, subendo l’attacco sempre più virulento da parte del mondo. E ha detto: ‘Se non c’è battaglia, non c’è cristianesimo’”.

A proposito di dualismo fede – cultura ripropongo un articolo da me scritto sul tema:   “Il preoccupante disarmo culturale e sociale dei cattolici“.

Il preoccupante disarmo culturale e sociale dei cattolici messinesi

Quel che resta dei cattolici in Italia: Marzano alle prese con la crisi della ChiesaE’ una città incredula, inebetita e frastornata quella che abbiamo sotto gli occhi. Una città con poca forza d’animo e con scarsa capacità di reazione che si è lasciata ammaliare dalla più grande illusione populista di tutti i tempi. Oggi Messina non riesce a individuare la giusta traiettoria per uscire dal guado in cui è stata relegata da anni di malaffare politico, economico e amministrativo. Ancor peggio però risulta la mancanza di quel senso civico che nei momenti di difficoltà permette scatti d’orgoglio in grado di cambiare il corso degli eventi.

La storia da sempre ha indicato nelle minoranze creative l’unica possibilità per i popoli di cambiare il proprio destino ed è proprio l’assenza e il silenzio di tali minoranze che più deve preoccupare per le sorti di Messina. All’orizzonte non si intravvedono personalità tali da lasciar ben sperare per il futuro, personalità come mons. Angelo Paino, che dopo il terremoto del 1908 ricostruì la città, e non vi è traccia nemmeno di possibili don Orione o sant’Annibale Maria Di Francia. A Messina delle minoranze creative si son perse le tracce o forse sono tutte impegnate a pontificare e sostenere le magnifiche e progressive sorti del nuovo umanesimo, fatto di sincretismo religioso e nichilismo etico, propugnato dal sacerdote del “No ponte”.

Il disarmo sociale dei cattolici messinesi è di un’allarmante evidenza. Sarebbe dunque opportuno che in città si avviasse una riflessione su quelle che sono le principali sconfitte del cattolicesimo: ovvero il ritorno del dualismo fede-cultura, con la cultura che sempre più è staccata dalla fede, e l’insignificanza della presenza cattolica nell’agone sociale, politico e culturale.

Sul dualismo fede-cultura valgono le parole spesso usate da Giovanni Paolo II il quale riteneva, a ragione, che “se la fede non diviene cultura significa che non è stata realmente accolta, pienamente vissuta, umanamente ripensata”, mentre sull’insignificanza della presenza cattolica nell’agone sociale e politico vale la pena chiedersi: chi sono i cattolici impegnati nella realtà e nelle varie espressioni socio-politiche esistenti? Tentare una risposta non è semplice, considerato il variegato mondo cattolico. Sicuramente si tratta di persone che la domenica frequentano la messa (almeno si spera!), si tratta di persone che dal punto di vista di una certa devozione alla vita morale non si fanno mancare nulla (ad eccezione del matrimonio, perché lì sì che allora si aprono centinaia e centinaia di eccezioni anche tra i cattolici in politica!) e si tratta di persone che, in gruppi o individualmente, praticano la carità nei confronti di chi ha più bisogno. Tra queste persone sono sicuramente poche quelle che però esprimono la loro fede a partire dalla Dottrina Sociale della Chiesa. E il cuore della Dottrina Sociale della Chiesa sono i princìpi non negoziabili: questi dettano le analisi di carattere socio-politico e questi indicano anche le linee di un’azione che, almeno dal punto di vista culturale, dovrebbero avere una certa unità. Dovrebbe esserci una certa unità dei cattolici in politica che poi può anche preludere a differenze dettate da valutazioni particolari e contingenti.

Le ultime elezioni invece sono state l’apoteosi dell’individualismo e dell’opinionalismo. I cattolici hanno votato per tutti e a vantaggio di tutti, senza chiedersi se questo loro voto avrebbe poi significato eleggere personalità in grado di tutelare non già gli interessi della Chiesa, ma gli interessi della ragione e della fede e dunque dell’umanità. I cattolici purtroppo hanno votato sull’onda del pensiero dominante e non si sono chiesti quali conseguenze avrebbe avuto il loro voto sulla vita sociale e amministrativa cittadina, così che tutto si è risolto in una vittoria dell’individualismo culturale e della frammentazione della presenza politica dei cattolici.

Non è chiaro se la Chiesa locale abbia intenzione di avviare una riflessione su tali problematiche e non si sa nemmeno se coloro che si dichiarano cattolici siano interessati ad una riflessione di questo tipo. Quel che però dovrebbe essere chiaro a tutti noi cattolici, messinesi e non, è che senza un rinnovato impegno nella custodia e nella promozione dei princìpi non negoziabili la sconfitta non sarà solo nostra, ma sarà una sconfitta per tutti quanti.

Il Papa incontra la scuola «pubblica, cioè statale e paritaria» il 10 maggio. «Va difesa a ogni costo»

Monsignor Galantini (Cei) rilancia l’incontro del 10 maggio a San Pietro: «La scuola pubblica, statale e paritaria, va difesa a costo di qualsiasi sacrificio. Non deve dare risposte ma mettere in mano agli studenti gli strumenti critici per stare nel mondo»

scuola bambini zaino«Non esiste la scuola pubblica e la scuola privata. C’è solo la scuola pubblica, che può essere statale e paritaria». Lo ha detto ieri il segretario generale “ad interim” della Cei, monsignor Nunzio Galantino, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio permanente. Che ha anche ricordato e rilanciato l’incontro del 10 maggio tra il mondo della scuola e papa Francesco. «Non è intenzione della Cei portare in piazza San Pietro la gente per dire “abbiamo bisogno di soldi”. Siamo tutti consapevoli della crisi economica che non risparmia neanche i beni di prima necessità», ha affermato monsignor Galantino. Tra questi, però, «la scuola va difesa e promossa a costo di qualsiasi sacrificio perché ne va della salute pubblica e della stessa democrazia».

Per far questo, secondo il segretario generale ad interim della Cei, «occorre evitare che la scuola sia aggredita dall’ideologia di chi vuole ridurla a un sapere funzionale al mercato oppure orientato a una visione prefabbricata della realtà. Essa è piuttosto l’esperienza di crescere insieme attraverso un confronto serrato con tutte le forme della conoscenza. Solo persone libere e critiche possono dar seguito a una società giusta e aperta».

Ad accogliere il mondo delle scuole in piazza San Pietro ci sarà naturalmente papa Francesco. «Non c’è testimone migliore per assicurare a tutti che la Chiesa intende promuovere la scuola per il bene di tutti, a favore di ciascuno. Il Pontefice avrà sicuramente qualcosa di bello da dire. La scuola deve recuperare il suo ruolo fondamentale: non deve dare risposte ma mettere in mano agli studenti gli strumenti critici per stare in modo consapevole in questo mondo».

© Tempi.it

Natale mistico

La notte di luce che rivela noi a noi stessi

di Marco Vannini

La Natività, 1800 di William Blake (1757-1827, United Kingdom)

La nascita di Gesù fu posta dalla Chiesa latina al solstizio di inverno perché in quella data i romani festeggiavano il sol invictus, ovvero il sole che, giunto al punto più basso del suo corso nel cielo, non scompare, ma sembra fermarsi in attesa, e riprende da allora in poi vigore. Come molte altre, questa festività cristiana prese così il posto di una pagana: Cristo, sole di giustizia, sostituì la precedente divinità astrale.

In questi giorni del solstizio tutti provano comunque una sensazione di pace, che invita al raccoglimento, alla meditazione, e non v’è dubbio che la stagione astronomica e meteorologica sia per questo determinante: il tempo sembra fermarsi, la natura sembra silenziosa, in ascolto, la vegetazione in attesa di rinascita. Oltre alla natura però contribuisce potentemente a questa sensazione la cultura, ovvero il passato cristiano, la cui influenza continua a farsi sentire nella nostra società post-cristiana: anche molti secoli dopo che Buddha era morto, come ricorda Nietzsche, la sua ombra continuò ad essere presente. E non meraviglia che sia così: quel passato era infatti ricco, forte, tanto – ad esempio – da dare a un oscuro maestro elementare e a un povero parroco di villaggio l’ispirazione per quella Stille Nacht, la cui struggente melodia, colma di nostalgia, muove tutti gli animi alla pace, all’amore, indipendentemente da ogni religione.

Si capisce allora come la Chiesa cerchi di far leva su questo sentimento per cercare di ravvivare la fede che una volta si riteneva fondata su reali eventi storici, ovvero sulla “storia della salvezza” che da Adamo procede verso Cristo. Oggi, però, dal momento che quella storia appare per ciò che è, una mera costruzione mitico-teologica, la fede si è ridotta a una combinazione di sentimento più fantasia: una cosa da bambini, dunque. Non a caso ai nostri giorni il Natale è festa non solo per un Bambino, ma soprattutto per bambini.

La fede è infatti in questo caso una credenza, che si difende con una sorta di infantile testardaggine, ignorando la realtà, tanto storica quanto psicologica. Se invece la fede è volontà di verità, essa guarda in faccia la realtà, scoprendo che quella credenza è desiderio di consolazione e rassicurazione, frutto del desiderio di permanenza di un ego che si sente debole e incerto e che perciò cerca “salvezza” nel rimando ad altro fuori di sé, restando così sempre nell’attesa, nell’anelito. La fede allora non produce affatto credenze ma, al contrario, le toglie via tutte, smascherando come menzogna anche l’immaginazione teologica. La fede – scrive san Giovanni della Croce – «non solo non produce nozione e scienza, ma anzi accieca e priva l’anima di qualunque altra notizia e conoscenza: la fede è notte oscura per l’anima e, quanto più la ottenebra, tanto maggiore è la luce che le comunica». Fede come notte, dunque, ma una notte che mentre libera da ogni presunto sapere di verità esteriori, fa risplendere una luce interiore, sapere non di altro ma di se stessa, sapere che è un essere: questa, possiamo dire, è la vera stille nacht, heilige nacht, notte silenziosa, notte santa.

La notte in cui Dio nasce nell’umanità è la notte prodotta dalla fede, ovvero il silenzio, il vuoto che l’intelligenza ha fatto nell’anima. Il Natale, riferimento a una nascita del divino nel tempo, ha dunque il senso di ri-cordare, nel suo senso etimologico di riportare all’interiorità, risvegliare nell’anima nostra ciò che le è proprio ed essenziale: il divino che è nel suo fondo più intimo. Questo è il passaggio aus historie ins wesen, dalla storia all’essenza, come dicevano i mistici tedeschi, ovvero da una verità esteriore, che non ha alcun effetto, a una verità interiore, che salva davvero.

La salvezza non è infatti dal peccato di un altro, Adamo, da cui un altro, Cristo, ti deve liberare, ma da quel peccato davvero “originale” che è l’amore di sé. In te è Adamo, in te è Cristo, ovvero tanto l’amore di te stesso quanto l’amore del Bene, e la salvezza ti appare nella sua realtà, non futura ma presente, non sperata ma reale, quando il bene degli altri ti è caro quanto il tuo, assolutamente, in nulla di meno. Niente può turbare allora la pace dell’anima: non a caso i mistici ripetono la cosiddetta supposizione impossibile: se anche Dio mi destinasse all’inferno, sarei comunque “salvo”.

Il senso vero del Natale non va dunque cercato all’esterno ma in se stessi, non in una costruzione teologica, ma nel vuoto, nel distacco. Questo è anche il senso profondo della storia che precede e rende possibile la nascita del Figlio, come del resto ogni nascita umana, ovvero la storia della Madre: Maria fu capace di generare il divino per la sua umiltà, per la sua verginità, che non significa una condizione fisica, ma il vuoto fatto in se stessa. Il Logos nasce infatti nell’anima di ciascuno di noi quando essa è come Maria: distaccata, ovvero libera, spoglia di ogni preteso valore e preteso sapere. Il mistico poeta Angelus Silesius perciò recita: «Davvero ancor oggi è generato il Logos eterno! Dove? Qui, se in te hai dimenticato te stesso».

Il mistero del Natale si svela infatti quando si comprende il significato non blasfemo, ma al contrario profondamente spirituale – anzi, esso solo cristiano, senza il quale la religione resta superstizione, la fede credenza infantile – del principio che innerva la mistica: tutto quello che la Sacra Scrittura dice di Cristo, si verifica totalmente anche in ogni uomo buono e divino.

Purtroppo tale principio fu condannato come eretico da uno di quei papi avignonesi che Dante definisce “lupi rapaci”, separando così divino da umano, sacro da profano, avocando alla chiesa il monopolio del sacro e con questo ribadendo la divisione ragione-fede, scienza-religione che perdura ancora oggi e che costringe i “credenti” in quella condizione di minorità da cui l’illuminismo, secondo le celebri parole kantiane, ha inteso togliere l’uomo occidentale. Accanto a un Natale storico, nel quale una sola volta, in un solo luogoe in una sola persona, il divino è nato sulla terra, c’è dunque un Natale eterno, per cui, secondo le parole di Origene, il divino si genera nell’anima non una volta soltanto, ma in ogni istante, in ogni luogo e in ogni uomo, in ogni pensiero che egli rivolge a Dio con purezza, in ogni gesto di amore che compie.

Anche se non legata al solstizio d’inverno, la nascita di Gesù è comunque un evento reale, non un mito. In quanto ha a che fare con realtà profonde ed universali dell’anima umana, il mito riguarda ciò che non è mai avvenuto ma in eterno avviene, come diceva un filosofo pagano, mentre per il Natale noi dobbiamo dire: ciò che è avvenuto una volta e in eterno avviene. Attenzione però: avviene solo se avviene. Perciò lo stesso poeta mistico che abbiamo prima citato lancia al suo lettore un avvertimento davvero terribile: «Nascesse mille volte Cristo in Betlemme, se in te non nasce, sei perduto in eterno».

© la Repubblica, 24 dicembre 2013

La legge è per la persona. L’indicazione del Papa

di Mauro Cozzoli

Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium Papa Francesco porta l’attenzione non solo sul dovere e l’urgenza della nuova evangelizzazione, ma anche sul «modo di comunicare il messaggio». Un «modo» – egli dice – che deve mettere in luce «l’essenziale, ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario», per evitare che «il messaggio che annunciamo sia identificato con aspetti secondari che, pur rilevanti, per sé soli non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo». Insistere su aspetti secondari, procedere con «la trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere», ha un effetto distorcente l’intero messaggio. Tanto più nell’oggi della comunicazione massmediale: «Nel mondo di oggi – rileva il Papa – con la velocità delle comunicazioni e la selezione interessata dei contenuti operata dai media, il messaggio che annunciamo corre più che mai il rischio di apparire mutilato e ridotto ad alcuni suoi aspetti secondari».

Il che è particolarmente vero ed evidente per il messaggio morale. Messaggio troppo spesso disarticolato e ridotto a norme di comportamento. Norme in se stesse vere. Ma, se semplicemente elencate e comandate, se freddamente proposte in modo ripetitivo, fanno perdere e dimenticare l’essenziale: il contesto di verità e di grazia della morale evangelica. «Ne deriva che alcune questioni che fanno parte dell’insegnamento morale della Chiesa rimangono fuori del contesto che dà loro senso». Di tale insegnamento vengono recepiti – ampliati spesso dai media – gli obblighi e i divieti morali. Non “passa” invece il messaggio fondativo – il mistero di Cristo e della vita in Cristo – di cui ogni obbligo morale costituisce la fedeltà operativa, la coerenza di vita. Così il Vangelo è ridotto a morale e la Chiesa ad “agenzia etica”. Mentre, il Vangelo è la lieta notizia «dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» e la Chiesa il sacramento nel mondo di questo amore. Per questa perdita di fontalità e centralità evangelica, aspetti secondari e derivati sopravanzano e mettono in ombra il prioritario e l’essenziale.

Di qui il richiamo insistente del Papa a ricondurre al Vangelo l’annuncio morale: «Quando la predicazione è fedele al Vangelo, si manifesta con chiarezza la centralità di alcune verità e risulta chiaro che la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, è più che un’ascesi, non è una mera filosofia pratica né un catalogo di peccati ed errori. Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva». «Quest’invito – rileva il Papa – non va oscurato in nessuna circostanza». La morale cristiana nasce da questo invito e consiste nella risposta che suscita. Essa sta in questa relazione: è morale vocazionale e dialogica. Non un codice di doveri e divieti – «un catalogo di peccati ed errori» – ma la risposta grata a un evento di grazia, a ciò che Dio ha fatto e fa per noi. Una risposta non verbale – un dire «Signore, Signore!» (cf Mt 7,21) – ma operativa. «Risposta di amore» che la legge morale aiuta a formulare e praticare.

Donde il monito di Francesco a centrare la proposta cristiana sul primato di Dio, della sua grazia, della sua chiamata, di cui la morale è accoglienza attuativa e fedele. Dissociare la morale da questo “primo” di Dio, e del suo invito, è inaridirne la radice teologale ed evangelica: «Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del Vangelo”».

La morale non è un “fatto” primo del vivere cristiano, ma derivato e secondo. È una fedeltà suscitata da ciò che è primo e fondante. E Francesco cita Benedetto XVI: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva». È questo incontro il cuore del messaggio cristiano e del suo annuncio: «Si tratta – ci dice Francesco – di lasciarsi trasformare in Cristo per una progressiva vita “secondo lo Spirito”».

Di qui il richiamo non insistente, ma neppure episodico, di Papa Francesco su talune tematiche morali, e rispettive norme, appartenenti al magistero etico della Chiesa. Da taluni erroneamente interpretato (e fatto intendere) come cambiamento di magistero. Non è in atto un mutamento di dottrina morale della Chiesa sul piano normativo. Dottrina peraltro molto chiara, che il Papa presuppone e cui egli rimanda. È piuttosto in atto una ricentratura della morale su ciò che è primo ed essenziale, un riequilibrio sulla “persona” del rapporto con la “norma”, nella catechesi e nella predicazione morale. Il che ha ricadute rilevanti, apportatrici di significativi cambiamenti di mentalità, d’impostazione e di metodo, come il Papa stesso fa vedere, nell’annuncio morale del Vangelo e nei suoi operatori; e di nuova consapevolezza, incoraggiamento, rinnovata fiducia e speranza nel vissuto morale dei cristiani.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

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