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SCUOLE PARITARIE TRA STATO E LIBERTÀ

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È da leggere con attenzione l’intervista rilasciata da mons. Pennisi a Tempi.it riguardo le scuole paritarie che in Sicilia sono state ancora una volta colpite da una politica miope e inconcludente da tutti i punti di vista. Da genitore con due figli iscritti in una scuola paritaria mi sento chiamato in causa, anche e soprattutto per l’impegno che negli anni ho profuso a favore della libertà di educazione, non ultimo l’incontro “Il diritto alla libertà educativa” che organizzai, quasi due anni fa, a Messina in preparazione dell’incontro di tutte le scuole con il Papa che si svolse a Roma il 10 maggio 2014.

Le difficoltà delle scuole paritarie italiane sono oramai noti da anni, pur tuttavia qualche riflessione sul problema si rende necessaria per non finire ancora una volta impantanati nelle sabbie mobili di un dualismo statale – paritario che sta producendo il totale collasso dell’intero sistema scolastico.

La Sicilia ultimamente è alle prese con una altro grande problema, legato alla formazione professionale: numerosi enti di formazione hanno chiuso i battenti per via degli scandali che li hanno travolti, migliaia di operatori sono senza lavoro, schiere di giovani che vorrebbero intraprendere percorsi di formazione professionale non possono farlo. Il sistema della formazione professionale era un sistema variegato, assieme a molti operatori laici vi erano anche operatori di matrice cattolica, e tutti per anni hanno usufruito di ingenti finanziamenti pubblici. Il sistema era però tutt’altro che efficiente ed efficace, ma nessuno ha mai avanzato dubbi o critiche su come veniva gestita la formazione in Sicilia, neanche gli enti cattolici hanno mai tentato un giudizio che riuscisse a porre argini alle storture del sistema che erano evidenti a tutti. Ora la stessa storia, in Sicilia, sembra ripetersi con le scuole paritarie e allora è opportuno porsi qualche domanda per superare quel dualismo cui si faceva riferimento più su: siamo proprio sicuri che gli istituti paritari siano esenti da colpe rispetto al crearsi di una situazione che li vede sull’orlo del baratro? Il disastro formazione ha insegnato o no qualcosa a chi dirige istituti scolastici paritari?

L’esperienza maturata negli ultimi tempi mi spinge a osservare come il problema delle scuole paritarie non sia appena la discriminazione operata dalla politica, quanto l’essersi messe a scimmiottare, pure male, le scuole statali. Le scuole paritarie, che in Sicilia sono per lo più cattoliche, stanno morendo non solo per mancanza di fondi statali, stanno morendo perché il morbo dello statalismo ha colpito pure coloro che le dirigono. Oggi chi ha la responsabilità di una scuola paritaria non riesce a trovare alternative a una gestione totalmente appiattita e dipendente dalla Stato, così ci si ritrova con carismi che hanno notevolmente perso la loro funzione educativa e la creatività dei fondatori diviene sempre più un nostalgico ricordo. Vale la pena ricordare una figura su tutte, don Bosco che operò in un contesto sociale ben più difficile di quello attuale eppure riuscì a mettere in piedi numerose opere e a sostenere e aiutare centinaia di ragazzi senza aspettare che fosse lo Stato a dargli i quattrini necessari per fare quel che ha fatto.

A mio avviso il problema delle scuole paritarie non è più un problema economico quanto un problema identitario. Oggi, nel contesto di grave crisi educativa, i genitori, ancor prima che problemi di natura economica, spesso non hanno ragioni adeguate per mandare i figli in scuole paritarie preferendo le statali. Per quale motivo un genitore dovrebbe mandare il proprio figlio in una scuola paritaria se questa non offre nulla più di quel che offre la scuola statale?

Su questo aspetto i vertici delle scuole paritarie, soprattutto se cattoliche, dovrebbero interrogarsi ancor prima che recriminare sui mancati fondi ricevuti. La missione educativa infatti non può mai essere subordinata a ragionamenti di tipo esclusivamente economico. Le scuole paritarie devono scegliere se continuare a scimmiottare le scuole statali oppure liberarsi dalle catene stataliste per recuperare l’origine della loro missione.

© Tempi.it

La rivincita di Galantino e Carron

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Don Julian Carron e mons. Nunzio Galantino

Non era difficile prevedere che il Family day, come accadde nel 2007, avrebbe avuto come conseguenza la tentazione della politica. Oggi come allora si sta operando l’appropriazione indebita di un popolo che ingenuamente e genuinamente ha deciso di scendere in piazza per esprimere una visione positiva della società e per difendere la famiglia, non già per avallare i pruriti elettorali di qualche aspirante politico che vuole capitalizzare a proprio favore il grido d’allarme di migliaia di cittadini.

Ora che la Legge Cirinnà è stata votata al Senato e che una parte dei promotori del Family Day ha scoperto le carte sono possibili alcune considerazioni di carattere generale. Anzitutto, si può tranquillamente affermare che la posizione espressa dal segretario della Cei, mons. Galantino, è stata una posizione lungimirante che ha saputo mantenere salda e dentro l’alveo della Dottrina Sociale l’opposizione della Chiesa alla legge sulle cosiddette “unioni civili”. Galantino è stato lungimirante considerato che già in occasione del primo raduno di giugno qualche componente del comitato organizzatore del Family Day mostrò impazienza prendendo decisioni non condivise e gettando così le basi per una disunità del mondo cattolico. Un plauso a Galantino dunque che non ha ceduto alle sirene di una visione muscolare della presenza cristiana nella società per convergere sulle posizioni espresse da Papa Francesco, il quale sta portando la Chiesa a “battagliare” su tutti i fronti ma in modo intelligente.

Ritengo inoltre che sulla scia di Galantino anche don Julian Carron abbia mostrato di avere una chiara visione della situazione che ci coinvolge quotidianamente. A differenza di quanti sostengono che CL abbia operato una “scelta spiritualista”, abdicando al ruolo di presenza originale nella società, don Carron ha capito che, nel contesto in cui viviamo, c’è bisogno di una rinnovata presenza dei cattolici nella società proprio perché le evidenze di un tempo non sono più tali e quindi si rende necessaria un’azione che non dia nulla per scontato. Oggi perché l’esperienza cristiana ritorni a essere incisiva nella società sono necessarie nuove modalità comunicative che favoriscano e aiutino a far incontrare Cristo a chi Cristo non sa più nemmeno chi sia o dove si trovi. Oggi c’è bisogno di ricostruire l’umano dalle fondamenta e solo Cristo è in grado di farlo, saremmo degli illusi se pensassimo che basti una piazza per rimettere l’uomo al centro del proprio io. La piazza al limite può servire da argine temporaneo per un fiume in piena, ma se l’argine non viene sostenuto e rinforzato nelle sue fondamenta è destinato a cedere. Cantava Bob Dilan che tutto ciò che non si rigenera degenera, questo vale anche e soprattutto per l’esperienza cristiana rispetto alla quale nessuno può mai arrivare a sostenere di aver capito una volta per tutte. Il ruolo della Chiesa è aiutare l’uomo in questa continua rigenerazione in Cristo.

Dalle reazioni da parte di coloro che hanno sostenuto il Family Day, alcuni favorevoli altri contrari alla nascita del Partito della Famiglia, si ha l’impressione che si stia tentando di giustificare posizioni che evidentemente erano chiare fin da principio. Sostenere dei valori senza riferirsi a ciò che li ha generati nel corso della storia significa gettare le basi affinché la presenza cristiana divenga totalmente irrilevante nella società. Molti ritengono che di fronte alle sfide antropologiche dei nostri giorni don Carron abbia snaturato la natura del movimento di CL, vista l’evoluzione politica avuta dal Family Day possiamo constatare come invece abbia avuto ragione su tutta la linea. A questo punto onestà intellettuale vorrebbe che qualcuno chiedesse pubblicamente scusa sia a don Carron che a mons. Galantino: non è operando la divisione o affidandosi a persone di dubbia consistenza intellettuale che si rende un buon servizio a ciò che a parole si dice di voler difendere.

A Messina la veglia delle “Sentinelle in piedi” e di “Le Manif Pour Tous”

Non sarà grazie a una legge liberticida che si risolveranno i problemi di discriminazione degli omosessuali

Sentinpiedi e LMPT Me Venerdì 13 giugno a P.zza Cairoli (di fronte al bar Billè) le Sentinelle in piedi e La Manif Pour Tous, a partire dalle ore 18.00, per un’ora veglieranno in silenzio e leggendo un libro a difesa delle libertà d’opinione e di parola dei cittadini messe seriamente in pericolo dalla Proposta di legge Scalfarotto sulla lotta all’omofobia, attualmente in discussione alla Camera (per chi volesse approfondire i contenuti del testo di legge utile è l’articolo che potete leggere sul sito giuristiperlavita.org).

La Proposta di legge Scalfarotto, nel caso venisse approvata e dovesse dunque diventare legge dello Stato, minerebbe profondamente la libertà d’opinione e di parola dei cittadini. In futuro, con una legge del genere, anche la sola e semplice affermazione: “La famiglia è formata da un uomo e una donna” potrebbe costare una denuncia e quindi la galera poiché, sempre secondo la proposta di legge richiamata, un’affermazione del genere discriminerebbe le coppie omosessuali.

E’ molto importante allora testimoniare il dissenso nei confronti di una legge ideologica, che annulla la ragione e riduce l’umano alla moda del momento.

Non sarà grazie a una legge liberticida che si risolveranno i problemi di discriminazione degli omosessuali.

Il Papa incontra la scuola «pubblica, cioè statale e paritaria» il 10 maggio. «Va difesa a ogni costo»

Monsignor Galantini (Cei) rilancia l’incontro del 10 maggio a San Pietro: «La scuola pubblica, statale e paritaria, va difesa a costo di qualsiasi sacrificio. Non deve dare risposte ma mettere in mano agli studenti gli strumenti critici per stare nel mondo»

scuola bambini zaino«Non esiste la scuola pubblica e la scuola privata. C’è solo la scuola pubblica, che può essere statale e paritaria». Lo ha detto ieri il segretario generale “ad interim” della Cei, monsignor Nunzio Galantino, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio permanente. Che ha anche ricordato e rilanciato l’incontro del 10 maggio tra il mondo della scuola e papa Francesco. «Non è intenzione della Cei portare in piazza San Pietro la gente per dire “abbiamo bisogno di soldi”. Siamo tutti consapevoli della crisi economica che non risparmia neanche i beni di prima necessità», ha affermato monsignor Galantino. Tra questi, però, «la scuola va difesa e promossa a costo di qualsiasi sacrificio perché ne va della salute pubblica e della stessa democrazia».

Per far questo, secondo il segretario generale ad interim della Cei, «occorre evitare che la scuola sia aggredita dall’ideologia di chi vuole ridurla a un sapere funzionale al mercato oppure orientato a una visione prefabbricata della realtà. Essa è piuttosto l’esperienza di crescere insieme attraverso un confronto serrato con tutte le forme della conoscenza. Solo persone libere e critiche possono dar seguito a una società giusta e aperta».

Ad accogliere il mondo delle scuole in piazza San Pietro ci sarà naturalmente papa Francesco. «Non c’è testimone migliore per assicurare a tutti che la Chiesa intende promuovere la scuola per il bene di tutti, a favore di ciascuno. Il Pontefice avrà sicuramente qualcosa di bello da dire. La scuola deve recuperare il suo ruolo fondamentale: non deve dare risposte ma mettere in mano agli studenti gli strumenti critici per stare in modo consapevole in questo mondo».

© Tempi.it

La crisi ha portato al boom delle mense di carità

Migranti, padri separati, famiglie numerose, anziani… Attorno alle tavole della carità s’intersecano le storie dei nuovi poveri, ma anche tanti esempi di solidarietà concreta. Un libro traccia la mappa di un Paese che cambia

di Mimmo Muolo

Entrano in scena come i personaggi di un romanzo. Ognuno con la sua storia condita di affanni (molti) e speranze (poche, anche se dure a morire). Ma quello di Alessia Guerrieri –Quando il pane non basta. Viaggio nelle mense della carità (Ancora, pagine 158, euro 15,00, disponibile in e-book) – un romanzo non è. Anche se in un certo senso non gli mancano trama, colpi di scena, ritratti di buoni e cattivi e persino una specie di “lieto fine”.

L’ambientazione è ampia. Le mense di molte realtà del mondo cattolico. E cioè gran parte dell’Italia. Anzi, di una “povera Italia” segnata dalla crisi e dalla recessione. Su questa scena si muovono le diverse vicende narrate nel libro. C’è Abdul, ingegnere industriale marocchino, che vende rose nei ristoranti pur parlando cinque lingue. Mario, impiegato di banca torinese, separato e rovinato dai doveri del mantenimento. Alessandro, ex broker ridotto sul lastrico da speculazioni sbagliate. Elia, anziano maggiordomo delle star, che al momento di andare in pensione si è accorto che in pochi gli avevano versato i contributi e ha realizzato che una pensione lui non l’avrebbe avuta mai. E c’è la piccola Cristel, alla quale i genitori, disoccupati, sono costretti a raccontare una pietosa bugia: «Oggi si va al ristorante». Quando in realtà quello che frequentano più di una volta a settimana è appunto una delle mense di cui si parla nel libro.

Le loro storie poi si intrecciano con quelle di altra gente. Gente che aumenta. Perché la crisi morde più della fame e sono sempre di più quelli che per andare avanti devono affidarsi alle numerose reti di solidarietà del Belpaese. Ma qui c’è il colpo di scena. Si potrebbe pensare, infatti, al classico libro pietistico. E invece l’autrice, giornalista esperta di sociale e collaboratrice di “Avvenire”, racconta anche l’altra faccia della medaglia. Quella della speranza. Protagonisti questa volta sono i volontari che prestano il loro servizio nelle mense visitate da Guerrieri. Un esercito di ventiduemila persone di ogni età e classe sociale, dal quale l’autrice distilla nelle sue pagine volti e presenze a loro modo emblematici. La maggior parte sono operatori abituali. Stefano, da otto anni in servizio alla mensa Caritas del Casilino di Roma: «Quando non vengo a fare servizio – dice – sono io che mi sento più povero». Oppure Stefania, Itala, Marisa. E Luana: «Noi volontari partiamo dal presupposto che non salviamo nessuno. Stiamo solo accanto come farebbe un amico». Ma poi ci sono anche le sorprese. Come ad esempio gli studenti dell’Itis “Alessandro Volta” di Brancaccio, Palermo (non a caso il quartiere del beato padre Puglisi), che hanno scelto di trascorrere la loro gita scolastica venendo a servire per una settimana nelle mense di Roma.

Di ognuno l’autrice propone un ritratto a tutto tondo. Perché il volume, anche se composto in gran parte prima dell’elezione di papa Francesco, appare perfettamente in linea con la lezione del Pontefice. E quindi i poveri, e chi li aiuta, ce li fa guardare in faccia. «Questo libro dà voce a milioni di persone e di famiglie che si sentono dimenticate, ma anche a migliaia di volontari che camminano al loro fianco», scrive nella prefazione Andrea Riccardi, il fondatore di Sant’Egidio. E il direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, aggiunge nella postfazione: «Il viaggio in questa “Italia immergente” non dimentica nessuno, italiani e stranieri, padri separati e intere famiglie con bambini, anziani con figli e nipoti senza stipendio». Ma tutti «mantengono una straordinaria dignità».

C’è poi un valore aggiunto, che fa da sottofondo a tutto il viaggio. Guerrieri infatti offre al lettore anche le cause del fenomeno. Come si finisce a mangiare in una mensa per poveri? Prendete Alessandro, il broker sul lastrico. «Sono senza casa perché strangolato da un mondo che pensavo di domare e mi ha punito», confessa. Fino al 2008 guadagnava quasi cinquantamila euro al mese. Poi ha investito su titoli sbagliati e la recessione ha fatto il resto. Per Laura e Giuseppe di Torino, come per Nicola e Tiziana di Ascoli Piceno, la causa scatenante è stata la perdita del lavoro. Idem per Marilù, sessantenne badante peruviana. Lei è finita in mensa quando non ha avuto più anziani a cui badare. Ma la causa forse più sorprendente di tutte è quella che ha portato sui tavoli della carità Mario e tanti altri mariti separati. Dopo aver pagato gli alimenti ai figli, l’affitto per il nuovo miniappartamento e le bollette gli avanzano sì e no tre-quattrocento euro al mese.

Tutto qui? No, perché Alessia Guerrieri, dopo le storie in negativo, racconta anche l’esperienza dei vari banchi alimentari che raccolgono derrate per distribuirle alle famiglie in difficoltà. E alla fine del libro, quasi a segnare un approdo, appare il Villaggio della Speranza. Non il classico miraggio nel deserto, ma una realtà bella e buona. Brecciarola, vicino Chieti. Qui le suore Figlie dell’Amore di Gesù e Maria hanno impiantato venti villette prefabbricate e danno ospitalità a ragazze-madri, padri separati, anziani soli, coppie disoccupate sfrattate per morosità. Come si sostengono? Con i proventi dell’azienda agricola in cui il Villaggio è incastonato. Un esempio da cui ripartire nella “povera Italia” di oggi. Perché anche certi romanzi possono avere un lieto fine.

© Avvenire, 22 dicembre 2013

Scuole cattoliche: il caso Italia

Nel mondo la scuola cattolica cresce, in controtendenza il Belpaese dove gli istituti paritari sono in grosse difficoltà

di Enrico Lenzi

La scuola per legatori di libri presso l’Istituto salesiano di ValdoccoScuola cattolica in aumento nel mondo, ma in I­talia l’esistenza di questo patrimonio è quanto mai a rischio. L’ultimo caso in ordine di tempo l’ar­rivo delle bollette relative al pagamento dei rifiuti e dei servizi (Tares): la legge nazionale ha quadru­plicato le tariffe e i Comuni hanno applicato, come accaduto proprio nei giorni scorsi, mentre le as­sociazioni della scuola cattolica hanno espresso la propria preoccupazione per questo brutto «rega­lo» di Natale. Anche perché il risultato è stato un salasso, che in alcuni casi ha raggiunto cifre da decine di migliaia di euro, che va ad aggiungersi a bilanci degli istituti già in difficoltà. Anche in que­st’ultimo caso la responsabilità è il taglio dei fon­di messi a bilancio dallo Stato per la scuola pari­taria e il lungo quanto tormentato iter per recupe­rare i tagli effettuati. E nell’attesa di recuperare fondi erogati e recuperati, le scuole paritarie cat­toliche devono sostenere i costi del personale e del­le strutture. Una situazione che da cinque anni con­diziona la vita di questi istituti, mettendone a ri­schio la prosecuzione dell’attività.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

Scuola cattolica, educare nel mondo multiculturale

Presentato dalla Congregazione per l’educazione cattolica il documento che pone al centro dell’azione di questi istituti anche il dialogo multiculturale. Complessivamente gli istituti sono aumentati in Africa, Americhe e Oceania In flessione in Asia e in Europa, dove il fenomeno risulta molto accentuato

di Salvatore Mazza

Il «rilevante fenomeno» delle migrazioni ha oggi «glo­balizzato la realtà del multiculturalismo e della mul­tireligiosità». Di qui «la necessità di una adeguata e­ducazione interculturale», contesto nel quale «la scuola cattolica è chiamata a fornire alle giovani generazioni gli elementi necessari per sviluppare una visione intercul­turale del vivere insieme». È da questa premessa che nasce il documento «Educa­re al dialogo interculturale nella scuola cattolica. Vivere insieme per una civiltà dell’amore», pubblicato con la data del 28 ottobre 2013 (a ricordare il 48° della pro­mulgazione della dichiarazione conciliare Gravissimum educationis sull’educazione cristiana) dalla Congrega­zione per l’educazione cattolica. Il testo, presentato ie­ri dal cardinale Zenon Grocholewski e da monsignor Angelo Vincenzo Zani, rispettivamente prefetto e se­gretario del dicastero vaticano, e da Italo Fiorin, docente dell’Università Lumsa di Roma, ha avuto una lunga ge­stazione, avviata nel 2008, e ha «come principali desti­natari – ha detto il porporato – i genitori, responsabili primi e naturali dell’educazione dei figli, nonché gli or­ganismi che rappresentano la famiglia, i dirigenti, i do­centi ed il personale delle scuole cattoliche, le Com­missioni episcopali nazionali e diocesane, gli Istituti re­ligiosi, i vescovi, i movimenti, le associazioni».

Ma, insieme, «siamo lieti – ha aggiunto Grocholewski – di offrire questo testo come mezzo di dialogo e di ri­flessione anche a tutti quelli che hanno a cuore l’edu­cazione della persona per la costruzione di una società pacifica e solidale». Aspirazione comprensibile, se si considera che i «numeri» della scuola in tutto il mon­do parla di oltre un miliardo di ragazzi in età scolare, con cinquantotto milioni di insegnanti, oltre al perso­nale non docente, con 209.670 strutture d’istruzione cattoliche frequentate da quasi 58 milioni di studenti. Dati in crescita negli ultimi anni (+6.273 scuole e qua­si 3 milioni di studenti in più), anche se in un panora­ma variegato: aumenti in Africa, Oceania e Americhe, in calo in Asia e consistente in Europa.

Il documento, ovviamente, sviluppa una riflessione teo­rica, ma si basa anche su contributi arrivati da tutto il mondo, specie da quelle istituzioni educative cattoliche che già vivono una realtà interculturale, come in Africa, in Bosnia Erzegovina, in Amazzonia, in Perù e in Medio Oriente. Esperienze diverse, ha messo in rilievo Zani, «cia­scuna delle quali fa capire concretamente come la diver­sità delle religioni, delle lingue e delle tradizioni possa es­sere trattata con cura e rispetto e diventare un’autentica ricchezza per ogni gruppo ed individuo, per costruire pon­ti di comprensione e di pace e un destino fondato sull’a­more e sulla fraternità, come ideale da realizzare».

D’altra parte, ha puntualizzato ancora Grocholewski, «la civiltà dell’amore, per i cristiani, non è una vaga solida­rietà, ma esprime la carità di Cristo. Questo è il servizio con cui, cito, come afferma papa Francesco, ‘le scuole cattoliche, che cercano sempre di coniugare il compito e­ducativo e l’annuncio esplicito del Vangelo, costituisco­no un contributo molto valido all’evangelizzazione della cultura, anche nei Paesi e nelle città dove una situazione avversa ci stimola ad usare la creatività, per trovare i per­corsi adeguati’». In risposta poi a una domanda sull’ideologia del gender (riferita al recente vademecum dell’Organizzazione mon­diale della salute che esorta i governi europei a tenere cor­si di educazione sessuale che spieghino, già a quattro an­ni, cos’è la masturbazione e informino sul sesso, sia ete­ro che omo, e sulle sue conseguenze), Grocholewski ha affermato che «una scuola cattolica che si lascia influen­zare da queste correnti non si rende conto della sua mis­sione ». D’altra parte «quando qualcosa è malato le stra­de sono due: ammazzare o sanare. La nostra via è sem­pre sanare. Naturalmente non mandiamo la polizia, ma a volte bisogna intervenire». Nello specifico, ha aggiunto Zani, «non scendiamo a livello d’indicazioni didattiche specifiche», in quanto le istituzioni educative cattoliche nel mondo «fanno riferimento a indirizzi scolastici di­versi».

I NUMERI
209 mila: LE SCUOLE CATTOLICHE NEL MONDO
+6.273: LE SCUOLE CATTOLICHE IN PIÙ NEGLI ULTIMI 5 ANNI
57 milioni: GLI STUDENTI ISCRITTI ALLE CATTOLICHE

© Avvenire, 20 dicembre 2013

L’ossimoro di una laicità che sceglie di censurare

di Carlo Cardia

Si consolida in alcune parti d’Europa un’idea strana di laicità, con sentenze, leggi, proposte, dirette a togliere spazio all’obiezione di coscienza, cancellare simboli religiosi, parole radicate nell’intimità della tradizione familiare. Stefano Fontana – ragionando sul rapporto annuale dell’Osservatorio Van Thuân – ne ha scritto pochi giorni fa su queste colonne. E Lucia Bellaspiga ha poi ragionato sulla pretesa di imporre persino ai giornalisti italiani un lessico “politicamente corretto” sulla questione delle nozze gay, della teoria del “gender”, dell’indegno mercato delle maternità surrogate. In questa fase, e questo proposito, novità vengono soprattutto dalla Francia, da ultimo con il progetto di una festa della laicité: poiché «la laicità è il principio fondamentale, ciò che ci permette di vivere insieme (…), si chiede che la Repubblica francese fissi per il 9 dicembre una giornata nazionale della laicità». Il deputato Jean-Christophe Lagarde ha specificato che «la laicità non si basa sulla tolleranza delle differenze, ma sull’eguaglianza dei cittadini». Per parte sua, il ministro Vincent Peillon, aumenta la pressione sulla scuola, attuando idee esposte nel libro La Révolution n’est pas terminée (La Rivoluzione non è finita), ricco di nostalgia per antiche glorie repubblicane.

Non è solo nostalgia. Il 30 ottobre scorso il Conseil Constitutionnel ha respinto l’obiezione di coscienza dei sindaci che non intendono celebrare nozze gay. La sentenza poggia su asserzioni apodittiche, ad esempio che la legge rispetta la Costituzione perché «il legislatore ha inteso assicurarne l’applicazione, garantire il buon funzionamento e la neutralità del servizio di stato civile». Ma l’obiezione si ribella alla sostanza della legge, non alla sua applicazione eguale: si può imporre egualmente a tutti una misura che offende. L’obiezione è respinta poi perché si parla delle funzioni di pubblici ufficiali dei sindaci; eppure proprio i sindaci hanno fatto ricorso, e se la loro coscienza è ferita non può dirsi che i pubblici ufficiali non hanno una coscienza, o che devono silenziarla. Con questa logica non si riconoscerebbe mai l’obiezione al servizio militare: il dovere di difendere la Patria è conforme a Costituzione, la legge chiede che tutti lo assolvano, se poi si tratta di un ufficiale deve osservarlo più degli altri. In realtà, mentre i legislatori da tempo riconoscono diverse obiezioni, anche di minor peso, e rendono onore a principi radicati nel sentire comune, la pronuncia francese azzera il cammino compiuto dalla cultura giuridica europea.

Con analogo intento di mortificazione il Governo di Parigi vuole cancellare festività tradizionali, proibisce d’indossare il velo o simboli religiosi (se non piccolissimi) ai genitori che si uniscono ai figli in una gita scolastica, perfino se ci si trova al museo, al ristorante, in un prato per il pic-nic. E vorrebbe estendere il divieto dentro l’Università, che da sempre è tempio della cultura e di confronto delle identità.
L’idea di una festa della laicità ha suggerito una singolare riflessione a un nostro intellettuale. Il quale dopo averla criticata aggiunge che l’Italia comunque non avrebbe nulla da festeggiare perché non sa nemmeno cosa sia la laicità: a suo dire, su questioni come quelle del dolore, della malattia e della morte, saremmo etero-diretti da «ayatollah teocratici» che dettano legge. In altri termini dovremmo introdurre l’eutanasia, il suicidio assistito, per dimostrare che siamo un Paese laico. Il rapporto tra eutanasia e laicità è surreale e funambolico, altrimenti dovremmo concludere che il Paese più laico al mondo sarebbe il Belgio che sta per introdurre l’orrore dell’eutanasia dei minori, senza soglia d’età.

Di altre patologie si è parlato a più riprese su “Avvenire”: in Gran Bretagna si obbligano gli istituti religiosi ad affidare i bambini che hanno in custodia a coppie gay; in Norvegia una conduttrice televisiva ha dismesso un piccolo crocifisso per non perdere il posto di lavoro; pure in Italia ogni tanto affiora questa tendenza, anche nei giorni scorsi è stata annunciata, questa volta al Liceo Mamiani di Roma, la proposta di cancellare dai documenti scolastici le parole “padre” e “madre”. Fantasie, eco di vecchie logiche, vere censure, in questi fatti? C’è un po’ di tutto questo. Ma soprattutto c’è il filo rosso di una concezione deformata della laicità, che censura idealità e momenti fondativi della comunità, preferisce l’orizzonte della solitudine a quello della solidarietà, elimina le parole più belle dal lessico pubblico.

La laicità è altra cosa, è quella delle Carte dei diritti scritte in risposta ai totalitarismi del Novecento: è inclusiva, accogliente, anche per le differenze legittime, apre e non chiude la scuola alla religione, non offusca i colori delle fedi che arricchiscono la nostra identità. È una laicità che alimenta la cultura, invece di mortificarla, non stabilisce arbitrariamente i confini della civitas, li estende perché tutti si sentano a casa propria.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

Il Natale deve essere cancellato!

20131227-173549.jpgLo ammetto: sono stato tentato dall’acquistare “L’infanzia di Gesù”, l’ultimo romanzo scritto dal sudafricano J. M. Coetzee. Sono stato tentato, ma ho desistito. Non è detto però che, finite le feste natalizie, non mi rechi in libreria ad acquistarlo, incuriosito come sono dalla sinossi e dalla frase finale del libro che è di sicuro effetto per chi nutre interessi di tipo religioso: se il Messia tornasse oggi saremo in grado di riconoscerlo?

L’interrogativo di Coetzee devono essere in molti a porselo considerato che tutti gli anni, in prossimità del Natale, non si contano i titoli dei libri dedicati alla figura di Gesù che vanno ad occupare gli scaffali delle librerie. Secondo Andrea Colombo, che su Libero ha dedicato un articolo al tema, quest’anno sono almeno 5 i titoli di scrittori importanti dedicati a Gesù: “Gesù è davvero esistito?” di Bart D. Erhman (Mondadori, pag. 366, € 19), “Tornare a Gesù” di Hans Kung (Rizzoli, pag. 254, € 20), “Gesù il ribelle” di Reza Aslan (Rizzoli, pag. 342, € 19,50), il già citato “L’infanzia di Gesù” di J. M. Coetzee e infine “Lo spirito del Natale” di Gilbert K. Chesterton (D’Ettoris, pag. 144, € 12,90).

Visti i nomi e i titoli, per chi non ha particolari preferenze o conoscenze letterarie, c’è davvero l’imbarazzo della scelta. L’interrogativo posto da Coetzee, però, richiamando il versetto 8 del capitolo 18 di Luca e il titolo di un libro scritto da Papa Benedetto XVI, pone una discriminante non di poco conto rispetto alla scelta da compiere. Chi, infatti, riconobbe in modo limpido e sincero la venuta di Gesù sulla terra è stato sicuramente quel gran simpaticone di Chesterton e dunque la scelta a questo punto pare obbligata. Bisogna davvero ringraziare la D’Ettoris Editori per quest’importante pubblicazione che consente, a chi vuole, di recuperare il vero senso del Natale.

“Lo spirito del Natale” è una raccolta di testi scritti scritti agli inizi del secolo scorso, nel pieno della temperie ateistica, attraverso i quali l’autore di “Ortodossia” recupera “i santini della nonna, in una visione di senso comune, ma non ingenua, del cristianesimo”
. La temperie ateistica vissuta dallo scrittore inglese ha impressionanti punti di similitudine con l’avanzato processo di secolarizzazione in atto in tutto l’Occidente, cui ci tocca assistere nostro malgrado. La “tradizione”, che lungo i secoli ha forgiato la nostra civiltà, oggi è fortemente messa sotto attacco come fosse qualcosa dalla quale liberarsi per giungere infine alla completa modernità cui il mondo aspira, ma che sembra essere ostacolata da quella antica pratica che qualcuno definì “oppio dei popoli”.

Oggi il Natale viene vissuto con un certo fastidio da parte dell’intellighenzia di stampo radical-chic e l’avversione agli addobbi natalizi delle città, manifestata e attuata da molte amministrazioni comunali italiane, ne è la prova più evidente. Il Natale deve essere cancellato proprio perché, come scrive Chesterton, “il Natale è inadatto alla vita moderna: la sua attenzione alla famiglia al completo fu concepita senza tener conto della dimensione e delle comodità dell’hotel moderno; il suo retaggio di rituali prescindeva dall’attuale consuetudine consolidata di conformarsi all’anticonformismo; il suo appello all’infanzia era in conflitto con le idee più progressiste sul concepimento; in base al Natale, i Bright Young Things dovrebbero sempre sentirsi vecchi e parlare come se fossero insulsi. Quella scuola di buone maniere più libera e più schietta, che consiste nell’annoiarsi con chi c’è e nel dimenticare chi non c’è, è irrisa, nella sua prima parte, dalla vecchia abitudine di bere alla salute di qualcuno e di scambiarsi gli auguri, e, nella seconda parte, dall’abitudine di scrivere lettere o spedire cartoline di Natale“.

Il Natale rappresenta per il mondo un gran fluire di significato. Il fatto che Dio abbia però deciso di farsi uomo tra gli uomini, nel tentativo di rendere lieta l’esistenza terrena di ciascuno di noi, infastidisce chi invece vede nell’incarnazione del Mistero un limite alla propria istintività e non invece la grande misericordia di un Padre che vuole la felicità dei propri figli.

Sarà pure «un ostacolo al progresso», «una superstizione», «un relitto del passato» e per questo il Natale deve essere cancellato, ma ancora oggi per molti, compreso chi scrive, il Natale “continua a ergersi dritto, integro e spiazzante: per noi rappresenta una cosa ben precisa, per gli altri un marasma d’incongruenze. Il Natale giudica il mondo moderno, perciò vogliono che se ne vada. Infatti sta andando” e c’è da scommettere che andrà sempre più forte fintanto che ci saranno editori come D’Ettoris che avranno il coraggio di pubblicare opere e autori assolutamente anticonformisti come G. K. Chesterton che ci richiamano al vero senso del Natale.

Qui si sta con Costanza Miriano!

Impressiona la china chiaramente totalitaria verso cui sta scivolando l’Italia. Nel nostro Paese c’è in atto un chiaro tentativo di limitazione della libertà di espressione e di parola per tutti coloro che non si intendono conformarsi all’ideologia gender che ha connotati davvero pericolosi. Basti pensare che l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali del Ministero delle Pari Opportunità non fa in tempo a pubblicare le «Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT» (linee che, detto per inciso, sono alla stregua della famosa censura operata dal fascismo nei confronti dell’informazione non allineata al regime), che già la macchina del fango e della censura è pesantemente all’opera contro una delle più interessanti scrittrici dei nostri giorni.

Il riferimento è alla brava Costanza Miriano, giornalista Rai e autrice di due veri e propri casi letterari quali “Sposati e sii sottomessa” e “Sposala e poi muori per lei”. Due libri, quelli scritti dalla Miriano, dai contenuti chestertoniani dunque ironici e allo stesso tempo piacevoli da leggere. Ebbene, capita che l’autrice dei summenzionati libri venga inviata da Cruciani a intervenire nell’ascoltatissimo programma La zanzara in onda su Radio24, che all’interno di ampie riflessioni sui temi della famiglia, dell’omosessualità, dai gay e delle unioni tra questi ultimi pronuncia una banale frase, che immediatamente scatta la censura e la macchina del fango da parte delle lobby gay e gender tutta a tesa a screditare una brava giornalista e, ripetiamo, una delle più interessanti scrittrici dei nostri giorni.

Tutto questo ovviamente avviene nel silenzio dei media e senza che nessuno apra bocca. Invece dovrebbe apparire quantomeno intollerabile che in un Paese libero e civile come l’Italia si voglia limitare a qualcuno la possibilità di esprimere il proprio pensiero su argomenti che riguardano il vivere civile proprio e di un intero popolo. Ed è per questo che difendiamo e solidarizziamo con Costanza Miriano: difendere la sua libertà oggi significa difendere la libertà di tutti noi da un neo fascismo montante che vuole omologarci al pensiero dominante.

Pubblicato su IMGPress.it

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