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“Noi e la Giulia” e un Sud asfissiato dall’antimafia

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Il film “Noi e la Giulia” pare sia un film da andare a vedere per trarne positivi giudizi. Della pellicola diretta da Edoardo Leo ne parlano Ottavio Cappellani, nella rubrica settimanale “Sicilian comedi” pubblicata su La Sicilia, e Pietrangelo Buttafuoco, nel suo “Il riempitivo” pubblicato su Il Foglio, ed entrambi lo fanno per giungere quasi alla medesima conclusione, ovvero: non è con le teorie che si genera il cambiamento, bensì osservando e mettendosi al servizio della realtà.

“Noi e la Giulia” oltre a essere una commedia sarà forse anche un film di denuncia, una denuncia amara verso istituzioni che continuano a occuparsi di anacronistiche teorie antimafiose, tralasciando di intervenire laddove la criminalità spicciola rende davvero difficile la vita e ogni possibile cambiamento.

Articolo pubblicato su IMGPress.it

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Genovese e la gallina dalle uova d’oro da spennare

Gallina dalle uova d'oroSi dice che gli affari, quelli veri, si consumino nelle segrete stanze di alcuni potenti. Così si è detto, per esempio, di Francantonio Genovese e dei suoi presunti “affari” nella formazione, omettendo però di raccontare degli “affari” preelettorali che si concordarono, alla presenza del satrapo pappagone, a cena in una villa di Circuito Torrefaro. La stessa villa che gli inquirenti indicano come sede della Calaservice S.r.l., nonché residenza dell’on. Genovese. Misteri della giustizia e dell’informazione, vittime rispettivamente della sindrome da delirio d’onnipotenza l’una e della sindrome da giornalismo collettivo l’altra. Giustizia e informazione che usano la stessa tecnica: puntato il “cattivo” di turno rivolgono a lui tutta l’attenzione sino ad annientarlo col risultato di distogliere l’attenzione su tutte le altre importanti questioni che riguardano i cittadini.

E’ in contesti di questo tipo che gruppi di potere, quelli veri che agiscono all’oscuro di tutto e tutti, realizzano affari d’oro a discapito dell’interesse collettivo. Nessun organo d’informazione, tanto per fare un esempio, si sta occupando delle prossima gallina dalla uova d’oro che in molti sono pronti a spennare e che prende il nome di “Aree Zir e Zis” (non si esclude che le indagini su Genovese riguardino anche questa imminente spartizione, giusto per eliminare uno scomodo competitor!).

Non è un caso che oggi, mentre tutti si ritrovano a banchettare alle spalle dei Messinesi, l’unica vera opposizione esistente a Messina, ovvero la consigliera comunale Nina Lo Presti, stia puntando l’attenzione sull’importante questione dell’assenza di un Piano particellare degli espropri, nelle aree ex Asi, oggi di competenza Irsap, che potrebbe dar vita a dannose speculazioni a favore dei soliti noti. E’ un dato di fatto che allo stato attuale «sovrapposizioni tecniche, politiche e normative rischiano di confondere e dilatare strumenti e percorsi che dovrebbero essere trasparenti, legali e realizzati nell’interesse della collettività» ma che invece rischiano di produrre, come al solito, e all’ultimo momento utile, cambi di destinazione d’uso delle attività esistenti per consentire che «parametri di tipo economico/privatistico finiscano per prevalere su una complessiva strategia urbanistica in funzione di un superiore interesse collettivo».

Ecco non verremo che, intenti come siamo a liberarci dal male assoluto e dal cattiverio che gli ruota attorno, noi cittadini la prendessimo comunque in quel posto senza accorgercene e col benestare della magistratura, dell’informazione e della sempre indignata opinione pubblica.

Articolo pubblicato su IMGPress.it

Il 12,7% delle famiglie italiane vive in condizioni di povertà

Il rapporto Istat sulla coesione sociale: «Nel 2013 diminuiscono i contratti a tempo indeterminato e l’assunzione è ormai un miraggio»

Non era necessaria la conferma, ma se qualcuno l’aspettava, oggi è arrivata firmata dall’Istat: il numero medio di lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato nel 2013 è diminuito rispetto all’anno precedente (-1,3%) attestandosi a quota 10.352.343. È quanto emerge dal Rapporto sulla coesione sociale 2013 dell’Istat che conferma quanto ormai il posto fisso sia sempre più un miraggio.

I GIOVANI – Soprattutto per i giovani: il fenomeno ha riguardato infatti gli under 30, diminuiti del 9,4%. Nel periodo 2010-2013 il peso dei giovani rispetto al complesso dei lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato è passato dal 16,8% al 14,0%. Ma non solo. Il rapporto sulla coesione sociale svela anche che in Italia la povertà relativa è ormai ai massimi storici: «nel 2012 — fa sapere l’Istat — si trova in condizione di povertà relativa il 12,7% delle famiglie residenti in Italia e il 15,8% degli individui. Si tratta dei valori più alti dal 1997, anno di inizio della serie storica». I poveri in senso assoluto sono raddoppiati dal 2005 e triplicati nelle regioni del Nord (dal 2,5% al 6,4%).

I POVERI – La povertà assoluta colpisce invece il 6,8% delle famiglie e l’8% degli individui. Un dato raddoppiato dal 2005 e triplicato nelle regioni del Nord (dal 2,5% al 6,4%). A conferma di ciò il rapporto evidenzia che, sempre l’anno scorso, la retribuzione mensile netta è stata di 1.304 euro per i lavoratori italiani e di 968 euro per gli stranieri. Rispetto al 2011, il salario netto mensile è rimasto quasi stabile per gli italiani (4 euro in più) mentre risulta in calo di 18 euro per gli stranieri, il valore più basso dal 2008. Quasi un pensionato su due (46,3%) secondo l’istituto di statistica, ha un reddito da pensione inferiore a mille euro, il 38,6% ne percepisce uno fra mille e duemila euro, solo il 15,1% dei pensionati ha un reddito superiore a duemila euro.

I PENSIONATI – Dal 2010 al 2012 il numero di pensionati è diminuito mediamente dello 0,68%, mentre l’importo annuo medio è aumentato del 5,4%. A fronte di tutto ciò il rapporto rileva che il tasso di disoccupazione nel 2012 ha raggiunto il 10,7%, con un incremento di 2,3 punti percentuali rispetto al 2011 (4 punti percentuali in più rispetto al 2008). Il tasso di disoccupazione giovanile ha superato il 35%, con un balzo in avanti rispetto al 2011 di oltre 6 punti percentuali (14 punti dal 2008). Non mancano i segnali di fiducia come quello delle imprese che sale ancora a dicembre attestandosi al massimo da luglio 2012. In particolare, l’indice calcolato dall’Istat si attesta a 83,6 da 83,4 di novembre. L’andamento dell’indice complessivo, spiega l’istituto, rispecchia «un miglioramento significativo della fiducia tra le imprese del settore delle costruzioni, una crescita lieve per le imprese manifatturiere e dei servizi di mercato, mentre risulta stazionaria la fiducia delle imprese del commercio al dettaglio».

© Corriere della Sera, 30 dicembre 2013

Il Sud Italia in profonda crisi: per le imprese è un Mezzogiorno di fuoco

Dal Rapporto Confindustria si evince che al Sud in sei anni sono andati in fumo 43 miliardi di Pil. L’economia del Meridione paga un conto carissimo alla crisi e i fondi europei rappresentano l’ennesima occasione sprecata. Per il ministro Trigilia spesso «i comportamenti della Pa non sono efficaci ed efficienti» fatto sta che le difficoltà del Meridione a superare la congiuntura negativa sono evidenti e dal 2007 a oggi si sono persi ben 600mila posti di lavoro e 30mila imprese A pagare il prezzo più alto sono state le aziende piccole: per loro il fatturato è calato del 9,3%

di Giuseppe Matarazzo

I numeri sono da bollettino di guerra. L’eco­nomia del Mezzogiorno già fortemente de­pressa di suo, al termine di sei anni di crisi, dal 2007 al 2013, si è polverizzata: persi 43,7 mi­liardi di euro di Pil, 30mila imprese e 600mila posti di lavoro. I dati arrivano da Confindustria – Studi e Ricerche per il Mezzogiorno pubbli­cati nel volume ‘Check up Mezzogiorno’. Un’a­nalisi dettagliata che fa emergere le difficoltà del Meridione a superare l’ultima coda della crisi, quella di quest’anno, con una impressio­nante moria di imprese: nei primi nove mesi del 2013, quasi 100mila imprese hanno cessa­to la loro attività, a un ritmo di 366 cessazioni al giorno. Ben 2.527 sono le aziende fallite. Con­frontando, aperture e cessazioni dal 2007 al 2013, si sono ‘perse’ circa 30mila imprese, di cui circa 15mila solo nei primi 9 mesi del 2013. Un confronto che dà l’idea di quanto stia suc­cedendo oggi al Sud.

Eppure dal check up emergono anche alcuni se­gnali che indicano un rallentamento della ca­duta. Fra gli indici di speranza, l’aumento del­le società di capitali (+3,2% nel 2013) e il rad­doppio delle imprese aderenti a contratti di re­te, mentre il clima di fiducia delle imprese del Sud è tornato ai livelli dell’estate 2011. Duran­te la crisi alcune aziende si sono anche raffor­zate: si tratta delle imprese di media dimensio­ne, che vedono crescere il proprio fatturato (+8,2%), così come le grandi imprese (escluse le raffinerie), che lo accrescono seppur di po­co. A pagare la crisi sono invece le piccole a­ziende con un calo del 9,3% tra il 2007 ed il 2012. Sia le une sia le altre soffrono il credit crunch: gli impieghi nel Mezzogiorno continuano a scendere (9,3 miliardi in meno rispetto al 2012), mentre i crediti in sofferenza hanno superato i 31 miliardi, cioè l’11,1% del totale. L’andamen­to dell’export spiega una parte dei risultati: le esportazioni si sono ridotte nel III trimestre 2013 del 9,4% rispetto al III trimestre 2012. Si tratta di risultati condizionati dal calo della siderur­gia e degli idrocarburi, mentre segnali positivi fanno registrare i prodotti alimentari e quelli chimici.

In un Mezzogiorno che viaggia a livelli di di­soccupazione record, soprattutto fra i giovani (oltre il 47%), è evidente che serve un’inversio­ne di marcia. Che deve partire dal Sud stesso. Da una nuova cultura, da nuove politiche, da nuove classi dirigenti che liberino il territorio dallo schiavismo della clientela e dell’assisten­za.

Una grande opportunità sprecata negli ultimi vent’anni è stata quella dei fondi europei. Mi­liardi dispersi in mille rivoli, utilizzati come so­stitutivi dei fondi ordinari per garantire l’esi­stente e non come aggiuntivi per creare svilup­po. Per il Sud è l’ultima chiamata. Nella ripresa del Sud, sottolinea lo studio Confindustria-Srm, un ruolo importante lo potranno giocare pro­prio le risorse disposte dalla politica di coesio­ne, nazionale e comunitaria, se verranno «im­messe rapidamente nel circuito economico». Sono circa 60 i miliardi di euro, tra risorse dei fondi strutturali 2007-13, del Piano d’Azione Coesione, del Fondo Sviluppo e Coesione, che potrebbero essere rapidamente trasformati in investimenti pubblici e privati, e costituire un volano straordinario di crescita economica. Senza contare le risorse del ciclo di program­mazione 2014-2020 che sta per aprirsi. Su que­sto sta lavorando in particolare il ministro Car­lo Trigilia, che proprio ieri, in Consiglio dei mi­nistri ha presentato una informativa sugli in­terventi urgenti a sostegno della crescita con u­na riprogrammazione di fondi Ue per 6,2 mi­liardi. Lo stesso ministro, parlando a Palermo per la presentazione del rapporto 2013 della Fondazione Res, giorni fa, ha rilevato come «spesso i comportamenti della pubblica am­ministrazione non sono efficaci e efficienti, que­sto genera una minore fiducia negli operatori». Un sistema che non aiuta a generare sviluppo. «Siamo tecnicamente in fondo a un ciclo – ha detto il presidente della Svimez, Adriano Gian­nola – perché pare che peggio di così non si pos­sa andare, ma la luce in fondo al tunnel è dav­vero flebile, in coerenza con le attuali politiche: siamo tornati indietro di quasi 20 anni al Sud, con situazioni completamente diverse rispet­to all’Europa». Con un problema ‘silenzioso’ che riguarda i pesanti tassi di emigrazione gio­vanile: «Restare o partire – osserva Giannola – dipende molto dall’ambiente in cui si vive e da quanto un territorio riesce a offrire in termini di sviluppo, di sperimentazione e di propen­sione all’innovazione». Il rischio è la desertifi­cazione, industriale e umana, di un pezzo di Paese. «Bisogna resettare tutto, l’Italia non può restare in questa situazione». 

© Avvenire, 28 dicembre 2013

Il riscatto del Sud può partire dal Terzo settore

Le esperienze della Fondazione con il Sud. Borgomeo: «Il vero gap è sociale»

di Giuseppe Matarazzo

Ci sono numeri che sembrano inchiodare tutto il Sud a un destino amaro. Irreversibile. Di declino. Imprese che annaspano e giovani che fuggono. E poi ci sono storie che raccontano un Sud possibile. Che dimostrano che fare impresa è possibile anche lì. Giovani, associazioni, aziende che ci provano. E ci riescono. Che si guardano attorno e sfruttano le opportunità che ci sono. Fondi europei, ma anche i finanziamenti di enti privati che investono e sostengono progetti di riscatto.

È il caso della Fondazione con il Sud, ente non profit privato nato nel 2006 dall’alleanza tra le fondazioni di origine bancaria e il mondo del terzo settore e del volontariato, che ha sostenuto oltre 470 iniziative, coinvolgendo nelle partnership di progetto oltre 5.500 organizzazioni ed erogando oltre 104 milioni di euro. Con bandi che riguardano soprattutto le fasce deboli, i giovani, gli immigrati.

Così ecco che a Palermo si bandisce un concorso di idee rivolto ai giovani neolaureati palermitani, «Progetti in cantiere» per rilanciare il settore turistico, la gestione dei beni monumentali e artistici e promuovere una nuova visione dell’artigianato fondata sull’utilizzo di materiali da riciclo e riuso (scadenza il 25 gennaio). A Bari, al quartiere Libertà, nascerà invece un polo della legalità: l’Istituto Salesiano SS. Redentore, promotore del progetto di sviluppo locale “Finis Terrae”, ha ricevuto dal Comune un appartamento confiscato alla criminalità per trasformarlo in un centro servizi. In Basilicata, in provincia di Potenza, si è realizzato il polo lucano dell’accoglienza, della cultura e del turismo sociale: un progetto da 800mila euro per sviluppare iniziative basate sul messaggio sociale di San Gerardo Maiella e rivolte a valorizzare le caratteristiche culturali, naturalistiche e religiose del territorio.

Esempi di un dinamismo che contagia. I primi di dicembre è stato lanciato il Bando volontariato 2013 (www.fondazioneconilsud.it) con finanziamenti per un totale di 10 milioni di euro. L’obiettivo – ha speigato il presidente Carlo Borgomeo – è «accrescere l’impatto sociale sulla comunità delle reti nazionali e ampliare l’offerta dei servizi ai cittadini». Borgomeo, autore di «L’equivoco del Sud» (Laterza), punta proprio sul gap sociale: «Il Sud è meno ricco del Nord, ma la distanza più grave è nei diritti di cittadinanza, nella scuola, nei servizi sociali, nella cultura della legalità. È da qui che bisogna ripartire convincendosi che la coesione sociale è una premessa, non un effetto dello sviluppo».

© Avvenire, 28 dicembre 2013

La crisi ha portato al boom delle mense di carità

Migranti, padri separati, famiglie numerose, anziani… Attorno alle tavole della carità s’intersecano le storie dei nuovi poveri, ma anche tanti esempi di solidarietà concreta. Un libro traccia la mappa di un Paese che cambia

di Mimmo Muolo

Entrano in scena come i personaggi di un romanzo. Ognuno con la sua storia condita di affanni (molti) e speranze (poche, anche se dure a morire). Ma quello di Alessia Guerrieri –Quando il pane non basta. Viaggio nelle mense della carità (Ancora, pagine 158, euro 15,00, disponibile in e-book) – un romanzo non è. Anche se in un certo senso non gli mancano trama, colpi di scena, ritratti di buoni e cattivi e persino una specie di “lieto fine”.

L’ambientazione è ampia. Le mense di molte realtà del mondo cattolico. E cioè gran parte dell’Italia. Anzi, di una “povera Italia” segnata dalla crisi e dalla recessione. Su questa scena si muovono le diverse vicende narrate nel libro. C’è Abdul, ingegnere industriale marocchino, che vende rose nei ristoranti pur parlando cinque lingue. Mario, impiegato di banca torinese, separato e rovinato dai doveri del mantenimento. Alessandro, ex broker ridotto sul lastrico da speculazioni sbagliate. Elia, anziano maggiordomo delle star, che al momento di andare in pensione si è accorto che in pochi gli avevano versato i contributi e ha realizzato che una pensione lui non l’avrebbe avuta mai. E c’è la piccola Cristel, alla quale i genitori, disoccupati, sono costretti a raccontare una pietosa bugia: «Oggi si va al ristorante». Quando in realtà quello che frequentano più di una volta a settimana è appunto una delle mense di cui si parla nel libro.

Le loro storie poi si intrecciano con quelle di altra gente. Gente che aumenta. Perché la crisi morde più della fame e sono sempre di più quelli che per andare avanti devono affidarsi alle numerose reti di solidarietà del Belpaese. Ma qui c’è il colpo di scena. Si potrebbe pensare, infatti, al classico libro pietistico. E invece l’autrice, giornalista esperta di sociale e collaboratrice di “Avvenire”, racconta anche l’altra faccia della medaglia. Quella della speranza. Protagonisti questa volta sono i volontari che prestano il loro servizio nelle mense visitate da Guerrieri. Un esercito di ventiduemila persone di ogni età e classe sociale, dal quale l’autrice distilla nelle sue pagine volti e presenze a loro modo emblematici. La maggior parte sono operatori abituali. Stefano, da otto anni in servizio alla mensa Caritas del Casilino di Roma: «Quando non vengo a fare servizio – dice – sono io che mi sento più povero». Oppure Stefania, Itala, Marisa. E Luana: «Noi volontari partiamo dal presupposto che non salviamo nessuno. Stiamo solo accanto come farebbe un amico». Ma poi ci sono anche le sorprese. Come ad esempio gli studenti dell’Itis “Alessandro Volta” di Brancaccio, Palermo (non a caso il quartiere del beato padre Puglisi), che hanno scelto di trascorrere la loro gita scolastica venendo a servire per una settimana nelle mense di Roma.

Di ognuno l’autrice propone un ritratto a tutto tondo. Perché il volume, anche se composto in gran parte prima dell’elezione di papa Francesco, appare perfettamente in linea con la lezione del Pontefice. E quindi i poveri, e chi li aiuta, ce li fa guardare in faccia. «Questo libro dà voce a milioni di persone e di famiglie che si sentono dimenticate, ma anche a migliaia di volontari che camminano al loro fianco», scrive nella prefazione Andrea Riccardi, il fondatore di Sant’Egidio. E il direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, aggiunge nella postfazione: «Il viaggio in questa “Italia immergente” non dimentica nessuno, italiani e stranieri, padri separati e intere famiglie con bambini, anziani con figli e nipoti senza stipendio». Ma tutti «mantengono una straordinaria dignità».

C’è poi un valore aggiunto, che fa da sottofondo a tutto il viaggio. Guerrieri infatti offre al lettore anche le cause del fenomeno. Come si finisce a mangiare in una mensa per poveri? Prendete Alessandro, il broker sul lastrico. «Sono senza casa perché strangolato da un mondo che pensavo di domare e mi ha punito», confessa. Fino al 2008 guadagnava quasi cinquantamila euro al mese. Poi ha investito su titoli sbagliati e la recessione ha fatto il resto. Per Laura e Giuseppe di Torino, come per Nicola e Tiziana di Ascoli Piceno, la causa scatenante è stata la perdita del lavoro. Idem per Marilù, sessantenne badante peruviana. Lei è finita in mensa quando non ha avuto più anziani a cui badare. Ma la causa forse più sorprendente di tutte è quella che ha portato sui tavoli della carità Mario e tanti altri mariti separati. Dopo aver pagato gli alimenti ai figli, l’affitto per il nuovo miniappartamento e le bollette gli avanzano sì e no tre-quattrocento euro al mese.

Tutto qui? No, perché Alessia Guerrieri, dopo le storie in negativo, racconta anche l’esperienza dei vari banchi alimentari che raccolgono derrate per distribuirle alle famiglie in difficoltà. E alla fine del libro, quasi a segnare un approdo, appare il Villaggio della Speranza. Non il classico miraggio nel deserto, ma una realtà bella e buona. Brecciarola, vicino Chieti. Qui le suore Figlie dell’Amore di Gesù e Maria hanno impiantato venti villette prefabbricate e danno ospitalità a ragazze-madri, padri separati, anziani soli, coppie disoccupate sfrattate per morosità. Come si sostengono? Con i proventi dell’azienda agricola in cui il Villaggio è incastonato. Un esempio da cui ripartire nella “povera Italia” di oggi. Perché anche certi romanzi possono avere un lieto fine.

© Avvenire, 22 dicembre 2013

I giovani aspettano che il lavoro chieda loro amicizia su FB

Garanzia Giovani al via da febbraio: obiettivo i “Neet”

di Francesco Riccardi

Disomogenei, territorialmente sparsi e con una distribuzione del personale fortemente squilibrata. Sono i 556 Centri per l’impiego funzionanti in Italia, secondo il monitoraggio appena pubblicato dal ministero del Lavoro. Una mappa e una prima analisi particolarmente importante se si considera che i Cpi, oltre alla funzioni che già svolgono per chi è in cerca di un’occupazione, saranno il fulcro della “Garanzia giovani”, il programma europeo finanziato con 1,5 miliardi che si prefigge l’obiettivo di trovare un’occupazione o uno stage o un’opportunità formativa o ancora di indirizzare verso l’autoimprenditorialità i ragazzi tra i 15 e 25 anni, entro 4 mesi dalla fine del loro percorso di studi o dall’ingresso nella disoccupazione.

Programma che è in attesa dell’ok definitivo della Commissione europea all’ultima bozza del piano nazionale inviato dal nostro governo. Difficile quindi che possa essere avviato concretamente prima di febbraio, perché nel frattempo devono essere elaborati i 20 piani regionali, completata l’infrastruttura informatica e firmati i protocolli operativi con le parti sociali. Inoltre, a fine gennaio scade il bando per la campagna di comunicazione che quindi non partirà prima di metà febbraio. Anche il target degli utenti è ancora da definire. L’idea è quella di concentrarsi sugli under 25 ma dei 900mila-1 milione di Neet (i giovani che non lavorano né studiano né sono in formazione) presenti in questa fascia, probabilmente si riuscirà a farsi carico solo di 500mila.

Torniamo però al rapporto sui Centri per l’impiego. Il primo dato che balza agli occhi è la situazione fortemente anomala della Sicilia. È la regione con il più alto numero in assoluto di addetti – 1.582 – più del doppio della Campania (724), quasi il triplo di quelli del Lazio (602) e della Lombardia (577). Ma, si dirà, in Sicilia ci sono molti disoccupati e molta popolazione. Certo, se però si confronta il numero medio di Neet under 29 per addetto, ci si accorge che la Sicilia ne ha appena 223 per ogni operatore contro i 399 della Lombardia e della Puglia o i 310 del Veneto o addirittura i 548 della Campania.

La Sicilia riesce poi a raggiugere altri record, tutti negativi. È, ad esempio, la Regione in cui ci sono operatori meno qualificati, con appena il 9,2% di laureati fra i dipendenti contro una media nazionale del 26,6% e il 47% di Marche e Molise, fino al 53,7% della Toscana. Ci si aspetterebbe poi che questo esercito di addetti nella Regione autonoma fosse tutto schierato sulla prima linea della lotta alla disoccupazione. E invece no, i Cpi della Sicilia sono quelli con la minore incidenza di personale impegnato in attività di front office (accoglienza ed erogazione dei servizi) rispetto al totale degli addetti. Appena il 49,4% contro la media nazionale del 71,8%, l’84,2% della Lombardia e addirittura il 94,4% dell’Umbria.

In compenso, però, un record positivo la Sicilia lo detiene: ha il personale più stabile della nazione. Dei 1.582 addetti il 99,6% è assunto a tempo indeterminato, quelli a termine sono appena 7. La media italiana viaggia intorno all’88%, mentre Toscana e Molise restano tra il 65 e il 61%. Insomma, nell’Italia dei precari, l’unico posto fisso è quello dei Centri per l’impiego della Sicilia.

© Avvenire, 22 dicembre 2013

Scuole cattoliche: il caso Italia

Nel mondo la scuola cattolica cresce, in controtendenza il Belpaese dove gli istituti paritari sono in grosse difficoltà

di Enrico Lenzi

La scuola per legatori di libri presso l’Istituto salesiano di ValdoccoScuola cattolica in aumento nel mondo, ma in I­talia l’esistenza di questo patrimonio è quanto mai a rischio. L’ultimo caso in ordine di tempo l’ar­rivo delle bollette relative al pagamento dei rifiuti e dei servizi (Tares): la legge nazionale ha quadru­plicato le tariffe e i Comuni hanno applicato, come accaduto proprio nei giorni scorsi, mentre le as­sociazioni della scuola cattolica hanno espresso la propria preoccupazione per questo brutto «rega­lo» di Natale. Anche perché il risultato è stato un salasso, che in alcuni casi ha raggiunto cifre da decine di migliaia di euro, che va ad aggiungersi a bilanci degli istituti già in difficoltà. Anche in que­st’ultimo caso la responsabilità è il taglio dei fon­di messi a bilancio dallo Stato per la scuola pari­taria e il lungo quanto tormentato iter per recupe­rare i tagli effettuati. E nell’attesa di recuperare fondi erogati e recuperati, le scuole paritarie cat­toliche devono sostenere i costi del personale e del­le strutture. Una situazione che da cinque anni con­diziona la vita di questi istituti, mettendone a ri­schio la prosecuzione dell’attività.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

Il valore condiviso del volontariato d’impresa

di Andrea Di Turi

Ogni anno, il 10 dicembre, si celebra uno degli avvenimenti di cui l’umanità intera può andar fiera: la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Questa data di enorme carica simbolica è stata scelta da qualche anno da Edenred, società leader mondiale dei buoni servizio prepagati per le imprese, per organizzare attività di solidarietà nei Paesi in cui è presente. Con un evento, denominato Eden for All, in cui promuove fra i suoi dipendenti (circa 6mila nel mondo) iniziative di volontariato d’impresa a beneficio delle comunità locali. Un’attività, quella del volontariato d’impresa, che per un crescente numero di imprese sta acquisendo spazio e rilevanza all’interno delle politiche di responsabilità sociale d’impresa, o csr. Probabilmente anche in virtù dell’opportunità che il volontariato d’impresa offre al mondo profit e al non profit di dialogare, di conoscersi in profondità, agire congiuntamente nel concreto, arricchirsi di competenze diverse e, soprattutto, di riconoscere che alla base dell’uno e dell’altro è indispensabile e allo stesso tempo reciprocamente vantaggioso porre i medesimi valori universali. Come quelli, appunto, mirabilmente espressi nella Dichiarazione universale del1948.

Quest’anno, in Italia, per Eden for All è stata organizzata un’attività di raccolta di proventi a favore della cooperativa sociale La Fabbrica Olinda, costituita a Milano dal 1994 con l’intento di superare l’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini facendo impresa sociale, declinata in numerose attività: ristorante, ostello, servizi di catering e altro ancora. Compreso il laboratorio settimanale Le mani in Pasta, costituito da operatori del Dipartimento di Salute mentale dell’Ospedale Niguarda e da persone seguite dal Centro diurno, che si occupa di pre-lavorare a mano la pasta fresca per vari committenti. «Per la nostra società – ha commentato nell’occasione Andrea Keller, ad e direttore generale di Edenred Italia – la solidarietà è una componente fondamentale per integrarsi con le comunità in cui opera».

L’iniziativa a favore de La Fabbrica Olinda si inserisce nel programma internazionale di solidarietà Ideal Care, con cui Edenred mira a creare e mantenere nel lungo termine relazioni con le comunità, attraverso il supporto ad organizzazioni benefiche e l’incentivazione del volontariato dei dipendenti. Ma ad essere spesso coinvolti in queste iniziative, oltre ai dipendenti, sono anche altri stakeholder della società: clienti, affiliati, beneficiari. Nel 2012, Ideal Care complessivamente ha sovvenzionato quasi 300 organizzazioni benefiche, con contributi per circa 870mila euro, focalizzando la propria attività sugli aiuti alimentari, il supporto all’educazione e al rientro al lavoro. Ma si è occupato anche di raccolta di fondi e vestiti per persone disagiate e pensionati, di materiali scolastici e giocattoli per bambini, di organizzazione di eventi speciali a favore di orfani e malati, di aste di beneficenza, di donazioni di sangue. Il tutto all’insegna del motto ‘We care, we share’: prendersi cura è condividere.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

Così Ecie batte la crisi grazie alla comunione

di Daniele Garavaglia

Ci sono imprese che continuano a credere negli uomini, oltre che nei numeri, e la crisi le cambia: in meglio. È il caso della E­cie di Lainate, una realtà aziendale piccola nelle dimensioni (una cin­quantina di addetti) ma grande nel­la visione strategica e nella mission, direttamente ispirate ai principi dell’economia di comunione mes­si in pratica dal Movimento dei Fo­colari di Chiara Lubich.

«Anche quando la situazione si è fatta più critica, intorno al 2008, non abbiamo mai pensato di li­cenziare: la nostra forza sono la ca­pacità progettuale e tecnica di fare un ottimo prodotto, il cui valore è riconosciuto dal mercato mondia­­le, e quella di condurre la nostra im­presa familiare proprio come se fosse una famiglia, unita nel bene e nel male, senza lasciar fuori nes­suno»: così Erika Delfi, figlia del fon­datore Luigi che nel 1991 ha dato vi­ta alla produzione di fanalerie e strumentazioni per moto, inqua­dra la situazione delle Ecie, diven­tata nel tempo fornitrice dei più im­portanti marchi mondiali del mo­tociclismo (Ducati, Yamaha, Piag­gio, Triumph, Bmw e tantissimi al­tri). «Abbiamo tenuto duro e vinto la sfida della crisi proprio grazie ai nostri tecnici, perché tutta la pro­gettazione meccanica, ottica ed e­lettronica, sia hardware sia softwa­re, è realizzata dai nostri laborato­ri a garanzia della proprietà e dello sviluppo del know how aziendale». Un business che oggi, dopo gli ul­timi difficili anni di riduzione degli ordinativi, vale circa 10 milioni di euro e fronteggia l’agguerrita con­correnza asiatica ed europea pun­tando sempre alla miglior soluzio­ne tecnologica, grazie a un ufficio tecnico di grande qualità che sfor­na idee e innovazioni per le diver­se famiglie di prodotti richiesti dal­le case motociclistiche e, da qual­che anno, anche dai produttori di macchine agricole e di illumino­tecnica.

Ma in che modo una giovane figlia di imprenditore è riuscita nella non facile impresa di ‘entrare’ nell’im­presa di famiglia? «Dopo qualche anno di esperienza nelle diverse a­ree aziendali ho deciso di iscriver­mi al master Pmi e Competitività di Altis, l’Alta Scuola Impresa e So­cietà dell’Università Cattolica». Un percorso formativo congeniale per piccoli e giovani imprenditori, «per acquisire, oltre che più approfon­dite competenze in materie eco­nomico-finanziarie e gestionali, an­che una coscienza e una visione più ampie del ruolo di imprenditore». Il master ha consentito a Erika di sviluppare come tesi finale un project work in collaborazione con un suo cliente, per ottimizzare a­spetti legati alla catena logistica: «Abbiamo subito implementato in azienda il know how teorico e prag­matico acquisito durante il corso, migliorando notevolmente la ge­stione della produzione e della di­stribuzione ». Ora per Ecie lo sce­nario si fa ancor più interessante: l’azienda sta infatti procedendo sulla strada dell’aggregazione con un’altra primaria società del setto­re, per dare vita al più importante polo italiano della fanaleria per mo­to e automotive.

© Avvenire, 11 dicembre 2013

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