Archivi della categoria: Mass Media

A Messina la veglia delle “Sentinelle in piedi” e di “Le Manif Pour Tous”

Non sarà grazie a una legge liberticida che si risolveranno i problemi di discriminazione degli omosessuali

Sentinpiedi e LMPT Me Venerdì 13 giugno a P.zza Cairoli (di fronte al bar Billè) le Sentinelle in piedi e La Manif Pour Tous, a partire dalle ore 18.00, per un’ora veglieranno in silenzio e leggendo un libro a difesa delle libertà d’opinione e di parola dei cittadini messe seriamente in pericolo dalla Proposta di legge Scalfarotto sulla lotta all’omofobia, attualmente in discussione alla Camera (per chi volesse approfondire i contenuti del testo di legge utile è l’articolo che potete leggere sul sito giuristiperlavita.org).

La Proposta di legge Scalfarotto, nel caso venisse approvata e dovesse dunque diventare legge dello Stato, minerebbe profondamente la libertà d’opinione e di parola dei cittadini. In futuro, con una legge del genere, anche la sola e semplice affermazione: “La famiglia è formata da un uomo e una donna” potrebbe costare una denuncia e quindi la galera poiché, sempre secondo la proposta di legge richiamata, un’affermazione del genere discriminerebbe le coppie omosessuali.

E’ molto importante allora testimoniare il dissenso nei confronti di una legge ideologica, che annulla la ragione e riduce l’umano alla moda del momento.

Non sarà grazie a una legge liberticida che si risolveranno i problemi di discriminazione degli omosessuali.

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Pasolini distingue tra progresso e sviluppo

La distinzione operata da Pasolini tra progresso e sviluppo e un po’ la stessa distinzione che passa tra il governo di una nazione e Renzi.

Il bikini della Bacchiddu? Una bella provocazione per gli elettori!

Paola Bacchiddu, fidanzata di Tspiras e responsabile comunicazione de “L’Altra Europa”, la lista che raggruppa  tutta l’intellighenzia e la cultura di sinistra europea

La superiorità antropologica delle sinistre è cosa oramai acclarata e nessuno osa contestare un dogma di siffatta levatura civile, nonostante la realtà lo renda, ogni piè sospinto, alquanto vetusto. Quella di sinistra è, però, un’antropologia che ha la capacità di rendere bello e immacolato ciò che ad altri viene contestato come lurido e stomachevole. Senza andare a scomodare l’affaire “Ruby rubacuori”, le “olgettine” e quant’altro, quel che è interessante è puntare l’attenzione su quella infame piaga sociale rappresentata dal femminicidio.

Schiere di antropologi di sinistra e femministe d’antan ci hanno spiegato che le cause del femminicidio sono tutte riconducibili alla mercificazione capitalistica del corpo delle donne. Mercificazione che l’industria pubblicitaria sfrutta per attirare l’attenzione dei consumatori sui prodotti dei quali si promoziona la vendita. Da qualche ora abbiamo scoperto che la mercificazione del corpo delle donne è però tale solo se riguarda il capitalismo. Al contrario, se sponsorizza la lista del partito politico che alle elezioni europee raggruppa tutto il mondo della cultura e dell’intellighenzia europea, ovvero la lista “L’Altra Europa” guidata dal greco Alexis Tsipiras, la mercificazione del corpo femminile è quanto di più etico possa esistere.

C’è una foto che sta facendo il giro della rete, postata su Twitter, che mostra Paola Bacchiddu in uno splendido bikini. La foto, oltre a farci prendere consapevolezza che le sinistre sono disposte a usare qualunque mezzo per conquistare il potere, mette in luce una questione filosofica e antropologica interessante, ovvero che la mercificazione della donna a uso propagandistico operata dalla sinistra ha il solo scopo di “provocazione” etica! Poi se la frase che l’accompagna è peggio del messaggio che lancia la foto, trattasi solo di secondarie quisquilie: la Banchiddu mica è di destra!

Ringraziamo dunque Tsipiras e la sua fidanzata per la provocazione attraverso la quale ancora una volta ci hanno mostrato quale sia il meraviglioso lasciapassare morale cui si ha automaticamente diritto se ci si proclama ‘de sinistra’.

Luca Casarini

L’ossimoro di una laicità che sceglie di censurare

di Carlo Cardia

Si consolida in alcune parti d’Europa un’idea strana di laicità, con sentenze, leggi, proposte, dirette a togliere spazio all’obiezione di coscienza, cancellare simboli religiosi, parole radicate nell’intimità della tradizione familiare. Stefano Fontana – ragionando sul rapporto annuale dell’Osservatorio Van Thuân – ne ha scritto pochi giorni fa su queste colonne. E Lucia Bellaspiga ha poi ragionato sulla pretesa di imporre persino ai giornalisti italiani un lessico “politicamente corretto” sulla questione delle nozze gay, della teoria del “gender”, dell’indegno mercato delle maternità surrogate. In questa fase, e questo proposito, novità vengono soprattutto dalla Francia, da ultimo con il progetto di una festa della laicité: poiché «la laicità è il principio fondamentale, ciò che ci permette di vivere insieme (…), si chiede che la Repubblica francese fissi per il 9 dicembre una giornata nazionale della laicità». Il deputato Jean-Christophe Lagarde ha specificato che «la laicità non si basa sulla tolleranza delle differenze, ma sull’eguaglianza dei cittadini». Per parte sua, il ministro Vincent Peillon, aumenta la pressione sulla scuola, attuando idee esposte nel libro La Révolution n’est pas terminée (La Rivoluzione non è finita), ricco di nostalgia per antiche glorie repubblicane.

Non è solo nostalgia. Il 30 ottobre scorso il Conseil Constitutionnel ha respinto l’obiezione di coscienza dei sindaci che non intendono celebrare nozze gay. La sentenza poggia su asserzioni apodittiche, ad esempio che la legge rispetta la Costituzione perché «il legislatore ha inteso assicurarne l’applicazione, garantire il buon funzionamento e la neutralità del servizio di stato civile». Ma l’obiezione si ribella alla sostanza della legge, non alla sua applicazione eguale: si può imporre egualmente a tutti una misura che offende. L’obiezione è respinta poi perché si parla delle funzioni di pubblici ufficiali dei sindaci; eppure proprio i sindaci hanno fatto ricorso, e se la loro coscienza è ferita non può dirsi che i pubblici ufficiali non hanno una coscienza, o che devono silenziarla. Con questa logica non si riconoscerebbe mai l’obiezione al servizio militare: il dovere di difendere la Patria è conforme a Costituzione, la legge chiede che tutti lo assolvano, se poi si tratta di un ufficiale deve osservarlo più degli altri. In realtà, mentre i legislatori da tempo riconoscono diverse obiezioni, anche di minor peso, e rendono onore a principi radicati nel sentire comune, la pronuncia francese azzera il cammino compiuto dalla cultura giuridica europea.

Con analogo intento di mortificazione il Governo di Parigi vuole cancellare festività tradizionali, proibisce d’indossare il velo o simboli religiosi (se non piccolissimi) ai genitori che si uniscono ai figli in una gita scolastica, perfino se ci si trova al museo, al ristorante, in un prato per il pic-nic. E vorrebbe estendere il divieto dentro l’Università, che da sempre è tempio della cultura e di confronto delle identità.
L’idea di una festa della laicità ha suggerito una singolare riflessione a un nostro intellettuale. Il quale dopo averla criticata aggiunge che l’Italia comunque non avrebbe nulla da festeggiare perché non sa nemmeno cosa sia la laicità: a suo dire, su questioni come quelle del dolore, della malattia e della morte, saremmo etero-diretti da «ayatollah teocratici» che dettano legge. In altri termini dovremmo introdurre l’eutanasia, il suicidio assistito, per dimostrare che siamo un Paese laico. Il rapporto tra eutanasia e laicità è surreale e funambolico, altrimenti dovremmo concludere che il Paese più laico al mondo sarebbe il Belgio che sta per introdurre l’orrore dell’eutanasia dei minori, senza soglia d’età.

Di altre patologie si è parlato a più riprese su “Avvenire”: in Gran Bretagna si obbligano gli istituti religiosi ad affidare i bambini che hanno in custodia a coppie gay; in Norvegia una conduttrice televisiva ha dismesso un piccolo crocifisso per non perdere il posto di lavoro; pure in Italia ogni tanto affiora questa tendenza, anche nei giorni scorsi è stata annunciata, questa volta al Liceo Mamiani di Roma, la proposta di cancellare dai documenti scolastici le parole “padre” e “madre”. Fantasie, eco di vecchie logiche, vere censure, in questi fatti? C’è un po’ di tutto questo. Ma soprattutto c’è il filo rosso di una concezione deformata della laicità, che censura idealità e momenti fondativi della comunità, preferisce l’orizzonte della solitudine a quello della solidarietà, elimina le parole più belle dal lessico pubblico.

La laicità è altra cosa, è quella delle Carte dei diritti scritte in risposta ai totalitarismi del Novecento: è inclusiva, accogliente, anche per le differenze legittime, apre e non chiude la scuola alla religione, non offusca i colori delle fedi che arricchiscono la nostra identità. È una laicità che alimenta la cultura, invece di mortificarla, non stabilisce arbitrariamente i confini della civitas, li estende perché tutti si sentano a casa propria.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

Il Natale deve essere cancellato!

20131227-173549.jpgLo ammetto: sono stato tentato dall’acquistare “L’infanzia di Gesù”, l’ultimo romanzo scritto dal sudafricano J. M. Coetzee. Sono stato tentato, ma ho desistito. Non è detto però che, finite le feste natalizie, non mi rechi in libreria ad acquistarlo, incuriosito come sono dalla sinossi e dalla frase finale del libro che è di sicuro effetto per chi nutre interessi di tipo religioso: se il Messia tornasse oggi saremo in grado di riconoscerlo?

L’interrogativo di Coetzee devono essere in molti a porselo considerato che tutti gli anni, in prossimità del Natale, non si contano i titoli dei libri dedicati alla figura di Gesù che vanno ad occupare gli scaffali delle librerie. Secondo Andrea Colombo, che su Libero ha dedicato un articolo al tema, quest’anno sono almeno 5 i titoli di scrittori importanti dedicati a Gesù: “Gesù è davvero esistito?” di Bart D. Erhman (Mondadori, pag. 366, € 19), “Tornare a Gesù” di Hans Kung (Rizzoli, pag. 254, € 20), “Gesù il ribelle” di Reza Aslan (Rizzoli, pag. 342, € 19,50), il già citato “L’infanzia di Gesù” di J. M. Coetzee e infine “Lo spirito del Natale” di Gilbert K. Chesterton (D’Ettoris, pag. 144, € 12,90).

Visti i nomi e i titoli, per chi non ha particolari preferenze o conoscenze letterarie, c’è davvero l’imbarazzo della scelta. L’interrogativo posto da Coetzee, però, richiamando il versetto 8 del capitolo 18 di Luca e il titolo di un libro scritto da Papa Benedetto XVI, pone una discriminante non di poco conto rispetto alla scelta da compiere. Chi, infatti, riconobbe in modo limpido e sincero la venuta di Gesù sulla terra è stato sicuramente quel gran simpaticone di Chesterton e dunque la scelta a questo punto pare obbligata. Bisogna davvero ringraziare la D’Ettoris Editori per quest’importante pubblicazione che consente, a chi vuole, di recuperare il vero senso del Natale.

“Lo spirito del Natale” è una raccolta di testi scritti scritti agli inizi del secolo scorso, nel pieno della temperie ateistica, attraverso i quali l’autore di “Ortodossia” recupera “i santini della nonna, in una visione di senso comune, ma non ingenua, del cristianesimo”
. La temperie ateistica vissuta dallo scrittore inglese ha impressionanti punti di similitudine con l’avanzato processo di secolarizzazione in atto in tutto l’Occidente, cui ci tocca assistere nostro malgrado. La “tradizione”, che lungo i secoli ha forgiato la nostra civiltà, oggi è fortemente messa sotto attacco come fosse qualcosa dalla quale liberarsi per giungere infine alla completa modernità cui il mondo aspira, ma che sembra essere ostacolata da quella antica pratica che qualcuno definì “oppio dei popoli”.

Oggi il Natale viene vissuto con un certo fastidio da parte dell’intellighenzia di stampo radical-chic e l’avversione agli addobbi natalizi delle città, manifestata e attuata da molte amministrazioni comunali italiane, ne è la prova più evidente. Il Natale deve essere cancellato proprio perché, come scrive Chesterton, “il Natale è inadatto alla vita moderna: la sua attenzione alla famiglia al completo fu concepita senza tener conto della dimensione e delle comodità dell’hotel moderno; il suo retaggio di rituali prescindeva dall’attuale consuetudine consolidata di conformarsi all’anticonformismo; il suo appello all’infanzia era in conflitto con le idee più progressiste sul concepimento; in base al Natale, i Bright Young Things dovrebbero sempre sentirsi vecchi e parlare come se fossero insulsi. Quella scuola di buone maniere più libera e più schietta, che consiste nell’annoiarsi con chi c’è e nel dimenticare chi non c’è, è irrisa, nella sua prima parte, dalla vecchia abitudine di bere alla salute di qualcuno e di scambiarsi gli auguri, e, nella seconda parte, dall’abitudine di scrivere lettere o spedire cartoline di Natale“.

Il Natale rappresenta per il mondo un gran fluire di significato. Il fatto che Dio abbia però deciso di farsi uomo tra gli uomini, nel tentativo di rendere lieta l’esistenza terrena di ciascuno di noi, infastidisce chi invece vede nell’incarnazione del Mistero un limite alla propria istintività e non invece la grande misericordia di un Padre che vuole la felicità dei propri figli.

Sarà pure «un ostacolo al progresso», «una superstizione», «un relitto del passato» e per questo il Natale deve essere cancellato, ma ancora oggi per molti, compreso chi scrive, il Natale “continua a ergersi dritto, integro e spiazzante: per noi rappresenta una cosa ben precisa, per gli altri un marasma d’incongruenze. Il Natale giudica il mondo moderno, perciò vogliono che se ne vada. Infatti sta andando” e c’è da scommettere che andrà sempre più forte fintanto che ci saranno editori come D’Ettoris che avranno il coraggio di pubblicare opere e autori assolutamente anticonformisti come G. K. Chesterton che ci richiamano al vero senso del Natale.

Qui si sta con Costanza Miriano!

Impressiona la china chiaramente totalitaria verso cui sta scivolando l’Italia. Nel nostro Paese c’è in atto un chiaro tentativo di limitazione della libertà di espressione e di parola per tutti coloro che non si intendono conformarsi all’ideologia gender che ha connotati davvero pericolosi. Basti pensare che l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali del Ministero delle Pari Opportunità non fa in tempo a pubblicare le «Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT» (linee che, detto per inciso, sono alla stregua della famosa censura operata dal fascismo nei confronti dell’informazione non allineata al regime), che già la macchina del fango e della censura è pesantemente all’opera contro una delle più interessanti scrittrici dei nostri giorni.

Il riferimento è alla brava Costanza Miriano, giornalista Rai e autrice di due veri e propri casi letterari quali “Sposati e sii sottomessa” e “Sposala e poi muori per lei”. Due libri, quelli scritti dalla Miriano, dai contenuti chestertoniani dunque ironici e allo stesso tempo piacevoli da leggere. Ebbene, capita che l’autrice dei summenzionati libri venga inviata da Cruciani a intervenire nell’ascoltatissimo programma La zanzara in onda su Radio24, che all’interno di ampie riflessioni sui temi della famiglia, dell’omosessualità, dai gay e delle unioni tra questi ultimi pronuncia una banale frase, che immediatamente scatta la censura e la macchina del fango da parte delle lobby gay e gender tutta a tesa a screditare una brava giornalista e, ripetiamo, una delle più interessanti scrittrici dei nostri giorni.

Tutto questo ovviamente avviene nel silenzio dei media e senza che nessuno apra bocca. Invece dovrebbe apparire quantomeno intollerabile che in un Paese libero e civile come l’Italia si voglia limitare a qualcuno la possibilità di esprimere il proprio pensiero su argomenti che riguardano il vivere civile proprio e di un intero popolo. Ed è per questo che difendiamo e solidarizziamo con Costanza Miriano: difendere la sua libertà oggi significa difendere la libertà di tutti noi da un neo fascismo montante che vuole omologarci al pensiero dominante.

Pubblicato su IMGPress.it

Povera e buttanissima (senza offesa) Sicilia

Leggete la lucida requisitoria del grande Buttafuoco voi uomini e donne che votate sull’onda del sentito dire e credendo alle menzogne propalate a piene mani da quei professionisti del collettivismo informativo che ha come unico faro guida l’ignoranza sociale. Voi uomini e donne di merda ci avete imposto Crocetta alla Regione, Orlando a sindaco di Palermo, Accorinti a sindaco di Messina e… via così in tutta la Sicilia e il risultato è quello descritto a perfezione nell’articolo che segue

Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco

Premessa. Quasi certamente a Totò Cuffaro, detenuto dal gennaio 2011 nel carcere romano di Rebibbia, sarà concesso l’affidamento ai servizi sociali. Succederà prima di Natale. E’ l’uomo che ha pagato per tutti. Soprattutto per i suoi successori. Raffaele Lombardo, sotto processo per mafia a Catania, e Rosario Crocetta, governatore attualmente regnante. Uno peggiore dell’altro.

Due sono le disgrazie della disgraziatissima Sicilia. Sono due A. Una è l’Autonomia in nome della quale i deputati regionali non solo si concedono lo spreco ma non si riducono lo stipendio come stabilito a suo tempo dal “decreto Monti”. E poi l’Antimafia. Nel cui nome, la sceriffaglia preposta al controllo, piega la nobiltà di tutte le migliori intenzioni ai propri interessi politici. E sono solo nuovi privilegi, nuove clientele e comparaggi resi invincibili in forza di una legalità ridotta a maschera. E a mistificazione. Un dirigente regionale, infatti, non è bravo se si adopera per lo sviluppo e per il lavoro, ma solo se fa due o tre denunce in procura. Con la scusa dell’Autonomia, poi, si continua a fare carne di porco di una terra dove un’assessorina, la studentessa Nelli Scilabra, gestisce per conto dei propri tutori un’operazione faraonica di ottocento milioni di euro per la formazione. E’ la mitica “formazione professionale”, l’immenso parcheggio truffaldino per precari sfaccendati pagati dalla regione.

Due, dunque, le A per la buttanissima regione siciliana dove si rinnova l’antica impostura. La studentessa, di cui sopra, va all’università con l’auto blu. I suoi colleghi l’hanno ripresa col telefonino e il filmino, poi, è stato messo in rete. Il problema, ovviamente, non è questo ma c’è una morale: chi di demagogia ferisce, di demagogia perisce e i guai veri sono altri. Apre l’Ars, ossia l’Assemblea regionale siciliana e non ci sono leggi da discutere. Ed è come aprire la saracinesca di un negozio dove non entrano mai clienti. Questa è la giornata tipo della Sicilia – aspettare tutto il giorno davanti a una porta, in mezzo a una strada – e si precipita, per dirla con Leonardo Sciascia, verso il fondo senza mai toccare il fondo perché se proprio la vogliamo aggiungere un’altra A e fare la tripletta c’è la A dell’Arruffapopolo che non è proprio quella delle agenzie di rating, piuttosto quella del viceré la cui schiuma taumaturgica sta svelandosi nella più isterica delle sceneggiate.

Ecco come smorfiare la tragedia di Sicilia: quattro meno fa il negozio, più trentacinquemila fa la porta dove non entra più nessuno. Meno quattro è, appunto, il pil, il prodotto interno lordo. Il più, invece, si riferisce ai disoccupati. Sono tutti davanti alla saracinesca della Sicilia e sono trentacinquemila in più. A tutto questo precipitare verso il fondo senza mai toccare il fondo si arriva nell’arco di un anno e si registrano – lo rivela l’Istat mettendo a confronto il dato del secondo trimestre, quello del 2012, con quello del 2013 – ottantaquattromila posti di lavoro in meno.

Smorfia o meno, questo è il gran risultato cui si arriva nell’anniversario di soli trecentosessantacinque giorni. Il datario inizia il 28 ottobre dello scorso anno con l’elezione di Rosario Crocetta alla presidenza della regione – che è la terza A, quella di Arruffapopolo – per culminare un anno dopo, quando a Sala d’Ercole (l’assemblea del Parlamento) i deputati siciliani hanno discusso la mozione di sfiducia a colui il quale tutti quelli che ne pagano mezza di gazzosa riconoscono l’aura del rivoluzionario, dell’antimafio e del profumato di primavera. La metafora della gazzosa è presto spiegata. Ci si riferisce a quelli a cui non costa sforzo lo chic non avendo lo choc di averci a che fare davvero con Crocetta. Come i giornalisti del Sunday Times che non sanno una beata mentula di quel che succede davvero in Sicilia.

Lo so. Non gliene strafotte niente a nessuno della Sicilia. L’Arruffapopolo, signore dell’Autonomia, nonché unto dell’Antimafia ha superato la prova schivando la sfiducia presentata in Parlamento dai Cinque stelle (… ma non c’era l’esperimento Sicilia coi grillini?, diranno i più ingenui) e da Nello Musumeci, leader della destra il cui discorso in Assemblea oramai ha raggiunto in rete visualizzazioni degne di Miley Cyrus: “Ella, presidente”, ha detto Musumeci a Crocetta, facendolo nuovo, “è l’ultimo fedele interprete di Pirandello. E’ uno, è nessuno, è centomila. E’ colui che fa nel modo migliore le cose peggiori”. I simpatici reporter forestieri fanno volentieri la villeggiatura e ne scrivono meraviglie del governo di Crocetta perché il pittoresco tira tantissimo e perciò: “The gay governor vows to straighten out Sicily…”.

Quello va a raccontare agli inviati dei giornali internazionali del suo rischiare giorno dopo giorno. Ruba il mestiere a Roberto Saviano, racconta l’incidente automobilistico dove si sono sfasciati in modo proprio grave gli agenti della sua scorta e, con fare drammatico – col dire e non dire, col trasi e nesci, con la tecnica del “non ho prove ma non lo posso escludere” – lascia intendere che su quei pilastri dell’autostrada, dove disgraziatamente l’auto andò a sbattere, ci fu e non ci fu l’attentatuni!

I grandi giornali italiani, grazie a Dio, non ci cascano più. La favola della primavera, della rivoluzione e dell’antimafio è finita a fischi e piriti ma se l’ha superato il voto sulla mozione di sfiducia, un grazie, il Crocetta, non lo deve dire di certo al suo partito, il Pd, che lo tiene a distanza come si fa con un pollastro querulo cui non basta più il mangime, né alle pattuglie trasformiste formatesi all’indomani delle elezioni. Il vero grazie lo deve consegnare alla voliera dei falchi e delle colombe berlusconiane se poi accanto alla vagheggiata possibilità degli alfaniani di replicare a Palermo un governo simil-lettiano, si unisce la decisione di Gianfranco Micciché – sempre primo al traguardo del cuore di Silvio Berlusconi – di far votare senza se e senza ma la fiducia all’Arruffapopolo. Lo so. Non strafotte a nessuno della Sicilia e delle sue disgraziatissime A ma cercherò di farla breve.

1) Crocetta viene eletto un anno fa da centrosinistra e Udc. Non aveva la maggioranza in Aula e, tranne qualche iniziale naufrago, inventa il modello Sicilia con i grillini. Merce di scambio la vicepresidenza dell’Ars per Antonio Venturino, oltre al voto sull’abolizione delle province (mai effettivamente abolite, anzi, affidate a commissari di stretta fiducia di Crocetta). Venturino è uno dei leader del M5s che poi mollerà il movimento per tenersi l’intera diaria e, buon ultimo, prendersi anche la satanica auto blu.

2) Strada facendo sono nati altri gruppi, tutti trasformisti, tra cui “Articolo 4” che non è una band musicale ma una pattuglia formatasi coagulando una costola Udc (ex autonomisti) e traditori vari del facilmente tradibile centrodestra. Questo ha iniziato a cambiare la geografia della maggioranza, fino al voto di ieri che ha visto Crocetta sostenuto non più dal progetto rivoluzionario, ma da una maggioranza che si fonda sul trasformismo.

3) Perché la mozione? Si erano rotti i rapporti con il Pd che era uscito dalla maggioranza e una parte del centrodestra, l’area Alfano-Schifani che ha lavorato per un governo regionale sul modello del governo di Enrico Letta ha poi dovuto fare i conti con Musumeci, pronto a prendere l’iniziativa per tornare a guidare, di fatto, l’opposizione. Coi falchi di Micciché schierati con Crocetta.

Ecco, l’ho fatta breve. Crocetta nel day after (mettiamola così per fare contenti quelli del Sunday Times), dovrà arrivare al rimpasto dove verrà verosimilmente imbrigliato dai volponi centristi. Presuntuoso com’è sta ridicolmente rimuginando la possibilità di dimettersi e lanciarsi nella scena nazionale quando, finita l’esperienza Letta, potrebbe candidarsi per la premiership contro Matteo Renzi e allora altro che Ponte Vecchio dato in affitto.

L’ho fatta breve anche perché Crocetta altro non cerca che una scorciatoia. E’ terrorizzato da un’assicurazione che, pasticcione reo confesso qual è, ha sottoscritto contro gli incidenti in materia amministrativa. Non pensa ad altro che a pagare queste tratte mensili. Con chiunque parli la prima ansia che svela è questa e siccome prende più soldi di Barack Obama ogni volta si avventura in disquisizioni su contributi e versamenti previdenziali degni della migliore patafisica. La politica, in Sicilia, è una carriera e se solo si aprisse questo capitolo del pittoresco gelese non ci sarebbe da mettere in fila Roberto Cavalli, Flavio Briatore e perfino Alfonso Signorini in idem sentire con un brand qual è Renzi ma tutta un’idea dell’Arruffapopolo e della scumazza taumaturgica la cui sostanza è svelata in un gioco semplice semplice e che è questo: la Regione siciliana è il posto dove governa Crocetta, regna Confindustria e dove la regia è sempre quella di Beppe Lumia.

Crocetta, Confindustria e Lumia, dunque. Del primo ho già scritto, della seconda è presto detto: non fanno proposte di sviluppo e di crescita, si limitano a declamare l’Antimafia e a recuperare benefici dell’Autonomia tanto è vero che le poche risorse sono finalizzate alla strategia di concentrazione dei carrozzoni quali l’Irsap e un posto di lavoro in più, almeno uno, cotanta Confindustria non l’ha creato. Del terzo, del regista infine – capo assoluto degli antimafi di tutte le antimafie, onnipresente e padrone vero del governo di Raffaele Lombardo prima e di Crocetta oggi – dirò con il “Tractatus logico-philosophicus” di Ludwig Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Le conseguenze del significato linguistico della proposizione le tragga dunque il lettore.

La situazione è il disastro. Crocetta viene dopo Lombardo che, a sua volta, venne dopo Totò Cuffaro e la situazione è così un disastro – lo stato delle cose è in un grado così sventurato – che ognuno porta a far rimpiangere il predecessore. E la quarta toccante e dolcissima A di Sicilia, disgraziatissima qual è, è dunque la A di Agnus Dei. E’ l’Agnello sacrificale ristretto nelle carceri di Rebibbia, ossia Totò Cuffaro che sconta la propria pena e paga per tutti. Soprattutto paga per chi, facendo il peggio al meglio, si fa forte della tracotanza avvelenando i pozzi della stessa critica e dell’onestà intellettuale per impedire il libero esercizio del dibattito. Chiunque osi fare l’unica necessaria denuncia – la Sicilia è prossima al fallimento, anzi, la Sicilia è già fal-li-ta! – viene derubricato in automatico: omofobo e, in secundis, mafioso.

Questo è il menu offerto da Crocetta a chi osa disturbarlo. E ne sanno qualcosa i ragazzi di LiveSicilia, il sito d’informazione più diffuso, su cui lui, quando è a corto di anatemi, esercita scherno. Come quando accusa i deputati dell’opposizione: “Voi leggete troppo LiveSicilia e non il Sunday Times…”.

E si sa: LiveSicilia ha dato alle stampe un dossier, “Un Rosario di bugie”, dove vi sono elencate le fanfaronate del nostro Pappagone. Altro che Sunday Time’s. I pozzi sono proprio avvelenati e perfino un monumento come Lucia Borsellino è stato ridotto ad essere instrumentum regni e totem di distrazione della rovina incipiente. La Borsellino, infatti, assessore regionale della Salute, persona alla quale ognuno s’inchina in memoria del martirio del padre, un solo provvedimento nella sua amministrazione non l’ha preso. Stanno fallendo in Sicilia tutte le aziende della sanità (eccetto le cliniche) e perciò qui urge la domanda: dove può mai portare una strategia di governo come questa se poi l’Antimafia, per interposta attività regionale, non viene amministrata nemmeno dagli assessori, ma dai segretari degli assessori? Dopo di che capitano i guai. Fa parte della mobilitazione antimafia una delibera di giunta firmata in piena estate per dare il via libera all’aumento di cinquanta posti letto nella clinica Humanitas, in progetto a Misterbianco, diretta dalla madre del deputato regionale di Articolo 4, Luca Sammartino?

Il fondo non arriva al fondo e tutti gli assessori del governo siciliano sono solo finzioni e sono cartoon se poi Michela Stancheris, la segretaria che Crocetta ha nominato responsabile della Cultura in giunta dopo aver cacciato Franco Battiato, si veste da Superwoman, certificando con una pulcinellata scolpita sul web, un lapsus: l’inadeguatezza a guidare una realtà dove ben oltre il 50 per cento del patrimonio artistico nazionale, mentre le Camere di Commercio sono in allarme perché a Cefalù, alle Eolie e a Taormina perfino i turisti non arrivano più, resta in ostaggio di dilettanti allo sbaraglio. Simpatici figuranti buoni al più per le puntate dell’“Arena” su Rai1 sono questi assessori, contorno per il governatore che, grazie a Klaus Davi, il suo consigliori, profonde annunci che non vedranno mai luce. A proposito, scommettiamo che dovranno convocare i comizi elettorali per il rinnovo delle province?

Due sono dunque le disgrazie della Sicilia. Sono le due A. Quelle dell’Autonomia. E quella dell’Antimafia. Poi c’è la terza A di complemento. E’ la A di Arruffapopolo, ed è quel Pappagone di Sicilia, epigono propagandistico dei tanti Antonio Ingroia, ormai ridotto – almeno questo – a cantare nei matrimoni…

Un Arruffapopolo, il Cetto Crocetto La Qualunque, che solo lo stato, a questo punto, commissariandolo, dovrebbe togliere perché nessuna nuova elezione potrà portare salvezza in Sicilia dove i pozzi trasudano solo i veleni del ricatto e i miasmi di ipocrisie proprie di quel fondo dove si cade senza mai arrivare in fondo. Solo lo stato, dunque, con un commissario straordinario potrà portare rimedio in Sicilia. Un Cesare Mori, dunque, che si faccia carico della responsabilità politica per strappare finalmente dalle carni di Sicilia quelle due A. Autonomia e Antimafia che come flatus vocis sembrano parole bellissime ma che nell’applicazione gaglioffa altro non sono che due metastasi. E’ quel cancro cui la Sicilia non sa più opporre che chemioterapia di pura retorica.

Post scriptum. La quarta A, infine. La A di Agnus Dei. Mettetevi nei panni di un siciliano che la notte, quella dei morticini appena consumata nelle prime ore di questo giorno, pensa a Totò chiuso in cella. Ha pagato e paga per tutti, agnello sacrificale di tutta una storia dove chi gli è succeduto ha fatto al meglio il peggio, povero figlio stretto in catene e che solo la pietas della giustizia potrà accompagnare a un provvedimento veramente equo. Concedergli, infine, la possibilità di affidamento ai servizi sociali dove lui potrà fare quello che da sempre ha saputo fare – il ragazzo di parrocchia – e così restituirlo all’unico possibile risarcimento. Fare il Natale in casa Cuffaro.

© Il Foglio, 2 novembre 2013

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