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#CLdalPapa: Autoreferenzialità, ovvero la scelta tra servire la “struttura” o servire “l’avvenimento di Cristo”

Papa Francesco abbraccia don Julián Carrón

Papa Francesco abbraccia don Julián Carrón

Riporto un brano del discorso che #PapaFrancesco ha rivolto agli aderenti di #CL, durante l’udienza di sabato scorso a Piazza San Pietro, che in me, che faccio parte della storia generata da don Giussani da quasi 22 anni, ha lasciato una profonda traccia. Il brano è il seguente: «Così, centrati in Cristo e nel Vangelo, voi potete essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa “in uscita”. La strada della Chiesa è uscire per andare a cercare i lontani nelle periferie, a servire Gesù in ogni persona emarginata, abbandonata, senza fede, delusa dalla Chiesa, prigioniera del proprio egoismo. “Uscire” significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una “spiritualità di etichetta”: “Io sono CL”. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale, quel guardarci allo specchio che ci porta a disorientarci e a trasformarci in meri impresari di una ONG».

Perché mi ha colpito questo passaggio pronunciato da Papa Francesco? Semplicemente perché, osservando la mia esperienza, ho intravisto uno degli atteggiamenti che, senza quasi accorgermene, ho vissuto almeno sino all’estate scorsa, ovvero l’atteggiamento di chi vive l’appartenenza a CL più come un’appartenenza a una struttura che ad una vita che continuamente ha bisogno di rigenerarsi nella sequela a Gesù. Vivere CL come una struttura e non come l’esperienza del continuo avvenimento di Cristo nella realtà ha come conseguenza il pericolo sottolineato dal Papa: l’autoreferenzialità! E l’autoreferenzialità, a differenza di quanto siamo portati a pensare, non è appena e solo di gruppo, anzi il più delle volte si tratta di autoreferenzialità della persona.

Per capire e approfondire ancor di più cosa il Papa ha voluto dirci parlando di
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#CLdalPapa: due cose che ho visto a Roma

Papa Francesco e don Julián Carrón

Papa Francesco e don Julián Carrón

C’è bisogno di tempo e di un gran lavoro per assimilare e far proprie le parole che il Papa ha rivolto a noi aderenti al movimento di CL che sabato siamo andati a incontrarlo a Piazza San Pietro. Due cose però mi hanno particolarmente colpito partecipando all’udienza con Francesco.

La prima riguarda don Carron: osservandolo e sentondogli pronunciare le parole che ha rivolto a noi e al Papa ho avuto la certezza di essere di fronte a un uomo che ha piena consapevolezza del gravoso compito che gli è stato affidato. Allo stesso tempo ho visto un uomo tutto teso a farsi abbracciare dal vicario di Cristo per essere aiutato e sostenuto nella difficile missione che don Giussani ha voluto affidargli.

La seconda cosa vista attiene Papa Francesco: mi è parso schietto e paterno nella fermezza Continua a leggere →

Una nuova Lepanto sarà possibile?

I terroristi sono alle porte dell’Italia. “Siamo a Sud di Roma” hanno annunciato quelli dell’Isis e noi, anziché rispondere con un perentorio: “Siamo a Nord della Libia e stiamo arrivando per asfaltarvi”, abbiamo risposto nel solo modo in cui sappiamo rispondere: la codardia! I tempi sono mutati ma noi, come ha dichiarato recentemente il card. Scola, continuiamo a guardare quel che sta accadendo nel mondo islamico «con il nostro tipico atteggiamento borghese» ovvero «seduti sulle nostre belle poltrone con il whiskey in mano, dicendo chi sbaglia e come, e risolvendo i problemi in quattro e quattr’otto».
 
I tempi sono cambiati, ma dalle nostre parti si preferisce continuare come se nulla fosse. Si minaccia la guerra, salvo poi farsela sotto; i soliti pacifintiborghesi di sinistra inneggiano, come sempre, a inutili interventi di peacekeeping; l’Europa, nel completo delle sue istituzioni, tergiversa perché non sa minimante che decisione adottare; l’America ha tutto l’interesse affinché l’Europa sia scenario di nuove guerre (vedi la crisi in Ucraina) e il Mediterraneo la solita instabile melma sociale ed economica. Non dimentichiamo, inoltre, che la Libia oggi è quella che è per la scellerata guerra che Francia, America e Napolitano hanno voluto muovere nei confronti del colonnello Gheddafi, il quale poteva avere tutti i difetti di questo mondo, ma il territorio sapeva bene come controllarlo.
 
Grazie ai soliti illuminati della sinistra radical-chic, che hanno individuato in Gheddafi l’uomo da abbattere a tutti i costi (era pure amico di Berlusconi!) per costruire un mondo più giusto (quando finiremo per dare ascolto ai sinistrati sarà sempre tardi!), oggi non solo ci ritroviamo con focolai di guerra sparsi per tutto il nord Africa, ma ci tocca porre rimedio a un disastro che ogni probabilità avrà conseguenze nefaste per noi tutti.
 
Quel “siamo a sud di Roma” non è appena un annuncio: è un monito! Un monito che non dobbiamo commettere l’errore di sottovalutare. Purtroppo la reazione della politica italiana lascia presupporre che tale monito sarà l’ennesimo campanello d’allarme lasciato cadere del vuoto. Anni e anni di governo mondiale plasmato da una becera cultura progressista non ci consentirà di intervenire come dovremmo contro i terroristi dell’Isis.
 
Siamo stati svuotati di ogni significato, le nostre vite oggi poggiano quasi esclusivamente sull’aspetto materiale della realtà, il fattore metafisico si è fatto di tutto per cancellarlo dal nostro orizzonte di vita e non abbiamo più nulla per cui valga veramente la pena lottare. Non è un caso che oggi il filosofo francese Fabrice Hadjadj, in un bellissimo articolo pubblicato sul settimanale Tempi, affrontando la minaccia che l’Isis rappresenta per l’Occidente, ha posto una domanda a tutti noi: “Abbiamo ragioni forti affinché San Pietro non conosca la stessa sorte di Santa Sofia?”. E’ evidente che il nostro futuro sarà fortemente segnato dalla risposta che riusciremo a dare all’interrogativo posto da  Hadjadj.
 
Nell’attesa di riuscire a trovarla questa risposta non ci rimane che aggrapparci e pregare per il vescovo di Tripoli, che ha dichiarato di non avere nessuna intenzione di lasciare la città, e per tutti i suoi cristiani nella speranza che il loro coraggio e il sangue del loro martirio svegli le nostre coscienze.

@censurarossa

Articolo pubblicato su IMGPress.it

Il preoccupante disarmo culturale e sociale dei cattolici messinesi

Quel che resta dei cattolici in Italia: Marzano alle prese con la crisi della ChiesaE’ una città incredula, inebetita e frastornata quella che abbiamo sotto gli occhi. Una città con poca forza d’animo e con scarsa capacità di reazione che si è lasciata ammaliare dalla più grande illusione populista di tutti i tempi. Oggi Messina non riesce a individuare la giusta traiettoria per uscire dal guado in cui è stata relegata da anni di malaffare politico, economico e amministrativo. Ancor peggio però risulta la mancanza di quel senso civico che nei momenti di difficoltà permette scatti d’orgoglio in grado di cambiare il corso degli eventi.

La storia da sempre ha indicato nelle minoranze creative l’unica possibilità per i popoli di cambiare il proprio destino ed è proprio l’assenza e il silenzio di tali minoranze che più deve preoccupare per le sorti di Messina. All’orizzonte non si intravvedono personalità tali da lasciar ben sperare per il futuro, personalità come mons. Angelo Paino, che dopo il terremoto del 1908 ricostruì la città, e non vi è traccia nemmeno di possibili don Orione o sant’Annibale Maria Di Francia. A Messina delle minoranze creative si son perse le tracce o forse sono tutte impegnate a pontificare e sostenere le magnifiche e progressive sorti del nuovo umanesimo, fatto di sincretismo religioso e nichilismo etico, propugnato dal sacerdote del “No ponte”.

Il disarmo sociale dei cattolici messinesi è di un’allarmante evidenza. Sarebbe dunque opportuno che in città si avviasse una riflessione su quelle che sono le principali sconfitte del cattolicesimo: ovvero il ritorno del dualismo fede-cultura, con la cultura che sempre più è staccata dalla fede, e l’insignificanza della presenza cattolica nell’agone sociale, politico e culturale.

Sul dualismo fede-cultura valgono le parole spesso usate da Giovanni Paolo II il quale riteneva, a ragione, che “se la fede non diviene cultura significa che non è stata realmente accolta, pienamente vissuta, umanamente ripensata”, mentre sull’insignificanza della presenza cattolica nell’agone sociale e politico vale la pena chiedersi: chi sono i cattolici impegnati nella realtà e nelle varie espressioni socio-politiche esistenti? Tentare una risposta non è semplice, considerato il variegato mondo cattolico. Sicuramente si tratta di persone che la domenica frequentano la messa (almeno si spera!), si tratta di persone che dal punto di vista di una certa devozione alla vita morale non si fanno mancare nulla (ad eccezione del matrimonio, perché lì sì che allora si aprono centinaia e centinaia di eccezioni anche tra i cattolici in politica!) e si tratta di persone che, in gruppi o individualmente, praticano la carità nei confronti di chi ha più bisogno. Tra queste persone sono sicuramente poche quelle che però esprimono la loro fede a partire dalla Dottrina Sociale della Chiesa. E il cuore della Dottrina Sociale della Chiesa sono i princìpi non negoziabili: questi dettano le analisi di carattere socio-politico e questi indicano anche le linee di un’azione che, almeno dal punto di vista culturale, dovrebbero avere una certa unità. Dovrebbe esserci una certa unità dei cattolici in politica che poi può anche preludere a differenze dettate da valutazioni particolari e contingenti.

Le ultime elezioni invece sono state l’apoteosi dell’individualismo e dell’opinionalismo. I cattolici hanno votato per tutti e a vantaggio di tutti, senza chiedersi se questo loro voto avrebbe poi significato eleggere personalità in grado di tutelare non già gli interessi della Chiesa, ma gli interessi della ragione e della fede e dunque dell’umanità. I cattolici purtroppo hanno votato sull’onda del pensiero dominante e non si sono chiesti quali conseguenze avrebbe avuto il loro voto sulla vita sociale e amministrativa cittadina, così che tutto si è risolto in una vittoria dell’individualismo culturale e della frammentazione della presenza politica dei cattolici.

Non è chiaro se la Chiesa locale abbia intenzione di avviare una riflessione su tali problematiche e non si sa nemmeno se coloro che si dichiarano cattolici siano interessati ad una riflessione di questo tipo. Quel che però dovrebbe essere chiaro a tutti noi cattolici, messinesi e non, è che senza un rinnovato impegno nella custodia e nella promozione dei princìpi non negoziabili la sconfitta non sarà solo nostra, ma sarà una sconfitta per tutti quanti.

“Te Deum” o Dio per avermi fatto peccatore e pieno di limiti

20131231-184924.jpgNon ho dubbi, il mio “Te Deum” per l’anno che si conclude lo scrivo ringraziando Dio per avermi fatto accorgere di essere peccatore e pieno di limiti. Peccati e limiti che rimangono pietra d’inciampo per molti, invece ai miei occhi sono fattori da guardare con tenerezza. Commettere un peccato non è mai bello, ma se addirittura San Paolo era costretto a osservare come nonostante vedesse il bene si ritrovasse a fare il male, non si capisce per quale motivo ci si debba accanire contro se stessi.

Cancellare il peccato dalla faccia della terra del resto è la grande tentazione e il fine ultimo di ogni ideologia. Eliminare il peccato, operazione abbozzata anche da Eugenio Scalfari su la Repubblica, ha sempre a che fare con quello straordinario passaggio de “I cori de la rocca“, di T. S. Eliot, secondo il quale eliminare il peccato ha come conseguenza il tentativo di costruire “società talmente perfette dove diviene inutile essere buoni” e dove non vi è più necessità che Dio sia presente.

I limiti e i peccati sono necessari e dobbiamo imparare a guardarli con tenerezza perché, pur proponendosi di non commetterne, essi costringono ogni uomo a maturare la coscienza che senza Dio non si è altro che canne sbattute dal vento. Elevo allora al cielo il mio “Te Deum” per ringraziare di non essere saggio come Scalfari o come altre persone le quali vorrebbero essere loro a dirmi come si fa a vivere e come comportarmi per essere accettato nella loro visione puritana dell’esistenza; elevo al cielo il mio “Te Deum” per ringraziare delle quotidiane mancanze cui mi tocca soccombere; elevo al cielo il mio “Te Deum” per ringraziare Dio d’aver fatto germogliare in me oggi, dove tutto indica il contrario, maggiore consapevolezza del significato che ha per la storia dell’uomo l’incarnazione di Dio in Cristo.

Ai giorni nostri forse il Natale non ha più alcun valore e questo ci lascia esterrefatti come esterrefatto si diceva Kierkegaard* vedendo i cristiani rendere il Natale una festa facile, spensierata e normale. Noi che invece ci professiamo cristiani dovremmo avere terrore del Natale. Dio che si fa uomo è una cosa terribile! L’incarnazione di Dio in Gesù vuol dire che per salvare l’uomo occorre che Dio muoia per l’uomo e questa è una cosa dell’altro mondo. È perché non abbiamo più consapevolezza del peccato che il Natale è divenuta una festa come le altre; è perché, come Scalfari, abbiamo abolito il peccato dal nostro orizzonte esistenziale che ci permettiamo di considerare la misericordia di Dio che fa crocifiggere il proprio figlio sul Golgota un fatto come tanti altri. Viviamo senza più emozionarci. Nemmeno il Natale del Signore provoca in noi un sussulto d’emozione, tant’è che, finite le feste, torniamo alla nostra quotidianità allo stesso modo di com’eravamo prima che iniziassero: senza nessun cambiamento o conversione.

“Te Deum” o Dio per avermi fatto peccatore ed evidentemente limitato così che possa sempre desiderare la Tua presenza nella mia vita.

*S. Kierkegaard, Diari (Morcelliana, Brescia 1948, I, p. 391).

Natale mistico

La notte di luce che rivela noi a noi stessi

di Marco Vannini

La Natività, 1800 di William Blake (1757-1827, United Kingdom)

La nascita di Gesù fu posta dalla Chiesa latina al solstizio di inverno perché in quella data i romani festeggiavano il sol invictus, ovvero il sole che, giunto al punto più basso del suo corso nel cielo, non scompare, ma sembra fermarsi in attesa, e riprende da allora in poi vigore. Come molte altre, questa festività cristiana prese così il posto di una pagana: Cristo, sole di giustizia, sostituì la precedente divinità astrale.

In questi giorni del solstizio tutti provano comunque una sensazione di pace, che invita al raccoglimento, alla meditazione, e non v’è dubbio che la stagione astronomica e meteorologica sia per questo determinante: il tempo sembra fermarsi, la natura sembra silenziosa, in ascolto, la vegetazione in attesa di rinascita. Oltre alla natura però contribuisce potentemente a questa sensazione la cultura, ovvero il passato cristiano, la cui influenza continua a farsi sentire nella nostra società post-cristiana: anche molti secoli dopo che Buddha era morto, come ricorda Nietzsche, la sua ombra continuò ad essere presente. E non meraviglia che sia così: quel passato era infatti ricco, forte, tanto – ad esempio – da dare a un oscuro maestro elementare e a un povero parroco di villaggio l’ispirazione per quella Stille Nacht, la cui struggente melodia, colma di nostalgia, muove tutti gli animi alla pace, all’amore, indipendentemente da ogni religione.

Si capisce allora come la Chiesa cerchi di far leva su questo sentimento per cercare di ravvivare la fede che una volta si riteneva fondata su reali eventi storici, ovvero sulla “storia della salvezza” che da Adamo procede verso Cristo. Oggi, però, dal momento che quella storia appare per ciò che è, una mera costruzione mitico-teologica, la fede si è ridotta a una combinazione di sentimento più fantasia: una cosa da bambini, dunque. Non a caso ai nostri giorni il Natale è festa non solo per un Bambino, ma soprattutto per bambini.

La fede è infatti in questo caso una credenza, che si difende con una sorta di infantile testardaggine, ignorando la realtà, tanto storica quanto psicologica. Se invece la fede è volontà di verità, essa guarda in faccia la realtà, scoprendo che quella credenza è desiderio di consolazione e rassicurazione, frutto del desiderio di permanenza di un ego che si sente debole e incerto e che perciò cerca “salvezza” nel rimando ad altro fuori di sé, restando così sempre nell’attesa, nell’anelito. La fede allora non produce affatto credenze ma, al contrario, le toglie via tutte, smascherando come menzogna anche l’immaginazione teologica. La fede – scrive san Giovanni della Croce – «non solo non produce nozione e scienza, ma anzi accieca e priva l’anima di qualunque altra notizia e conoscenza: la fede è notte oscura per l’anima e, quanto più la ottenebra, tanto maggiore è la luce che le comunica». Fede come notte, dunque, ma una notte che mentre libera da ogni presunto sapere di verità esteriori, fa risplendere una luce interiore, sapere non di altro ma di se stessa, sapere che è un essere: questa, possiamo dire, è la vera stille nacht, heilige nacht, notte silenziosa, notte santa.

La notte in cui Dio nasce nell’umanità è la notte prodotta dalla fede, ovvero il silenzio, il vuoto che l’intelligenza ha fatto nell’anima. Il Natale, riferimento a una nascita del divino nel tempo, ha dunque il senso di ri-cordare, nel suo senso etimologico di riportare all’interiorità, risvegliare nell’anima nostra ciò che le è proprio ed essenziale: il divino che è nel suo fondo più intimo. Questo è il passaggio aus historie ins wesen, dalla storia all’essenza, come dicevano i mistici tedeschi, ovvero da una verità esteriore, che non ha alcun effetto, a una verità interiore, che salva davvero.

La salvezza non è infatti dal peccato di un altro, Adamo, da cui un altro, Cristo, ti deve liberare, ma da quel peccato davvero “originale” che è l’amore di sé. In te è Adamo, in te è Cristo, ovvero tanto l’amore di te stesso quanto l’amore del Bene, e la salvezza ti appare nella sua realtà, non futura ma presente, non sperata ma reale, quando il bene degli altri ti è caro quanto il tuo, assolutamente, in nulla di meno. Niente può turbare allora la pace dell’anima: non a caso i mistici ripetono la cosiddetta supposizione impossibile: se anche Dio mi destinasse all’inferno, sarei comunque “salvo”.

Il senso vero del Natale non va dunque cercato all’esterno ma in se stessi, non in una costruzione teologica, ma nel vuoto, nel distacco. Questo è anche il senso profondo della storia che precede e rende possibile la nascita del Figlio, come del resto ogni nascita umana, ovvero la storia della Madre: Maria fu capace di generare il divino per la sua umiltà, per la sua verginità, che non significa una condizione fisica, ma il vuoto fatto in se stessa. Il Logos nasce infatti nell’anima di ciascuno di noi quando essa è come Maria: distaccata, ovvero libera, spoglia di ogni preteso valore e preteso sapere. Il mistico poeta Angelus Silesius perciò recita: «Davvero ancor oggi è generato il Logos eterno! Dove? Qui, se in te hai dimenticato te stesso».

Il mistero del Natale si svela infatti quando si comprende il significato non blasfemo, ma al contrario profondamente spirituale – anzi, esso solo cristiano, senza il quale la religione resta superstizione, la fede credenza infantile – del principio che innerva la mistica: tutto quello che la Sacra Scrittura dice di Cristo, si verifica totalmente anche in ogni uomo buono e divino.

Purtroppo tale principio fu condannato come eretico da uno di quei papi avignonesi che Dante definisce “lupi rapaci”, separando così divino da umano, sacro da profano, avocando alla chiesa il monopolio del sacro e con questo ribadendo la divisione ragione-fede, scienza-religione che perdura ancora oggi e che costringe i “credenti” in quella condizione di minorità da cui l’illuminismo, secondo le celebri parole kantiane, ha inteso togliere l’uomo occidentale. Accanto a un Natale storico, nel quale una sola volta, in un solo luogoe in una sola persona, il divino è nato sulla terra, c’è dunque un Natale eterno, per cui, secondo le parole di Origene, il divino si genera nell’anima non una volta soltanto, ma in ogni istante, in ogni luogo e in ogni uomo, in ogni pensiero che egli rivolge a Dio con purezza, in ogni gesto di amore che compie.

Anche se non legata al solstizio d’inverno, la nascita di Gesù è comunque un evento reale, non un mito. In quanto ha a che fare con realtà profonde ed universali dell’anima umana, il mito riguarda ciò che non è mai avvenuto ma in eterno avviene, come diceva un filosofo pagano, mentre per il Natale noi dobbiamo dire: ciò che è avvenuto una volta e in eterno avviene. Attenzione però: avviene solo se avviene. Perciò lo stesso poeta mistico che abbiamo prima citato lancia al suo lettore un avvertimento davvero terribile: «Nascesse mille volte Cristo in Betlemme, se in te non nasce, sei perduto in eterno».

© la Repubblica, 24 dicembre 2013

La legge è per la persona. L’indicazione del Papa

di Mauro Cozzoli

Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium Papa Francesco porta l’attenzione non solo sul dovere e l’urgenza della nuova evangelizzazione, ma anche sul «modo di comunicare il messaggio». Un «modo» – egli dice – che deve mettere in luce «l’essenziale, ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario», per evitare che «il messaggio che annunciamo sia identificato con aspetti secondari che, pur rilevanti, per sé soli non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo». Insistere su aspetti secondari, procedere con «la trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere», ha un effetto distorcente l’intero messaggio. Tanto più nell’oggi della comunicazione massmediale: «Nel mondo di oggi – rileva il Papa – con la velocità delle comunicazioni e la selezione interessata dei contenuti operata dai media, il messaggio che annunciamo corre più che mai il rischio di apparire mutilato e ridotto ad alcuni suoi aspetti secondari».

Il che è particolarmente vero ed evidente per il messaggio morale. Messaggio troppo spesso disarticolato e ridotto a norme di comportamento. Norme in se stesse vere. Ma, se semplicemente elencate e comandate, se freddamente proposte in modo ripetitivo, fanno perdere e dimenticare l’essenziale: il contesto di verità e di grazia della morale evangelica. «Ne deriva che alcune questioni che fanno parte dell’insegnamento morale della Chiesa rimangono fuori del contesto che dà loro senso». Di tale insegnamento vengono recepiti – ampliati spesso dai media – gli obblighi e i divieti morali. Non “passa” invece il messaggio fondativo – il mistero di Cristo e della vita in Cristo – di cui ogni obbligo morale costituisce la fedeltà operativa, la coerenza di vita. Così il Vangelo è ridotto a morale e la Chiesa ad “agenzia etica”. Mentre, il Vangelo è la lieta notizia «dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» e la Chiesa il sacramento nel mondo di questo amore. Per questa perdita di fontalità e centralità evangelica, aspetti secondari e derivati sopravanzano e mettono in ombra il prioritario e l’essenziale.

Di qui il richiamo insistente del Papa a ricondurre al Vangelo l’annuncio morale: «Quando la predicazione è fedele al Vangelo, si manifesta con chiarezza la centralità di alcune verità e risulta chiaro che la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, è più che un’ascesi, non è una mera filosofia pratica né un catalogo di peccati ed errori. Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva». «Quest’invito – rileva il Papa – non va oscurato in nessuna circostanza». La morale cristiana nasce da questo invito e consiste nella risposta che suscita. Essa sta in questa relazione: è morale vocazionale e dialogica. Non un codice di doveri e divieti – «un catalogo di peccati ed errori» – ma la risposta grata a un evento di grazia, a ciò che Dio ha fatto e fa per noi. Una risposta non verbale – un dire «Signore, Signore!» (cf Mt 7,21) – ma operativa. «Risposta di amore» che la legge morale aiuta a formulare e praticare.

Donde il monito di Francesco a centrare la proposta cristiana sul primato di Dio, della sua grazia, della sua chiamata, di cui la morale è accoglienza attuativa e fedele. Dissociare la morale da questo “primo” di Dio, e del suo invito, è inaridirne la radice teologale ed evangelica: «Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del Vangelo”».

La morale non è un “fatto” primo del vivere cristiano, ma derivato e secondo. È una fedeltà suscitata da ciò che è primo e fondante. E Francesco cita Benedetto XVI: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva». È questo incontro il cuore del messaggio cristiano e del suo annuncio: «Si tratta – ci dice Francesco – di lasciarsi trasformare in Cristo per una progressiva vita “secondo lo Spirito”».

Di qui il richiamo non insistente, ma neppure episodico, di Papa Francesco su talune tematiche morali, e rispettive norme, appartenenti al magistero etico della Chiesa. Da taluni erroneamente interpretato (e fatto intendere) come cambiamento di magistero. Non è in atto un mutamento di dottrina morale della Chiesa sul piano normativo. Dottrina peraltro molto chiara, che il Papa presuppone e cui egli rimanda. È piuttosto in atto una ricentratura della morale su ciò che è primo ed essenziale, un riequilibrio sulla “persona” del rapporto con la “norma”, nella catechesi e nella predicazione morale. Il che ha ricadute rilevanti, apportatrici di significativi cambiamenti di mentalità, d’impostazione e di metodo, come il Papa stesso fa vedere, nell’annuncio morale del Vangelo e nei suoi operatori; e di nuova consapevolezza, incoraggiamento, rinnovata fiducia e speranza nel vissuto morale dei cristiani.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

Il Natale deve essere cancellato!

20131227-173549.jpgLo ammetto: sono stato tentato dall’acquistare “L’infanzia di Gesù”, l’ultimo romanzo scritto dal sudafricano J. M. Coetzee. Sono stato tentato, ma ho desistito. Non è detto però che, finite le feste natalizie, non mi rechi in libreria ad acquistarlo, incuriosito come sono dalla sinossi e dalla frase finale del libro che è di sicuro effetto per chi nutre interessi di tipo religioso: se il Messia tornasse oggi saremo in grado di riconoscerlo?

L’interrogativo di Coetzee devono essere in molti a porselo considerato che tutti gli anni, in prossimità del Natale, non si contano i titoli dei libri dedicati alla figura di Gesù che vanno ad occupare gli scaffali delle librerie. Secondo Andrea Colombo, che su Libero ha dedicato un articolo al tema, quest’anno sono almeno 5 i titoli di scrittori importanti dedicati a Gesù: “Gesù è davvero esistito?” di Bart D. Erhman (Mondadori, pag. 366, € 19), “Tornare a Gesù” di Hans Kung (Rizzoli, pag. 254, € 20), “Gesù il ribelle” di Reza Aslan (Rizzoli, pag. 342, € 19,50), il già citato “L’infanzia di Gesù” di J. M. Coetzee e infine “Lo spirito del Natale” di Gilbert K. Chesterton (D’Ettoris, pag. 144, € 12,90).

Visti i nomi e i titoli, per chi non ha particolari preferenze o conoscenze letterarie, c’è davvero l’imbarazzo della scelta. L’interrogativo posto da Coetzee, però, richiamando il versetto 8 del capitolo 18 di Luca e il titolo di un libro scritto da Papa Benedetto XVI, pone una discriminante non di poco conto rispetto alla scelta da compiere. Chi, infatti, riconobbe in modo limpido e sincero la venuta di Gesù sulla terra è stato sicuramente quel gran simpaticone di Chesterton e dunque la scelta a questo punto pare obbligata. Bisogna davvero ringraziare la D’Ettoris Editori per quest’importante pubblicazione che consente, a chi vuole, di recuperare il vero senso del Natale.

“Lo spirito del Natale” è una raccolta di testi scritti scritti agli inizi del secolo scorso, nel pieno della temperie ateistica, attraverso i quali l’autore di “Ortodossia” recupera “i santini della nonna, in una visione di senso comune, ma non ingenua, del cristianesimo”
. La temperie ateistica vissuta dallo scrittore inglese ha impressionanti punti di similitudine con l’avanzato processo di secolarizzazione in atto in tutto l’Occidente, cui ci tocca assistere nostro malgrado. La “tradizione”, che lungo i secoli ha forgiato la nostra civiltà, oggi è fortemente messa sotto attacco come fosse qualcosa dalla quale liberarsi per giungere infine alla completa modernità cui il mondo aspira, ma che sembra essere ostacolata da quella antica pratica che qualcuno definì “oppio dei popoli”.

Oggi il Natale viene vissuto con un certo fastidio da parte dell’intellighenzia di stampo radical-chic e l’avversione agli addobbi natalizi delle città, manifestata e attuata da molte amministrazioni comunali italiane, ne è la prova più evidente. Il Natale deve essere cancellato proprio perché, come scrive Chesterton, “il Natale è inadatto alla vita moderna: la sua attenzione alla famiglia al completo fu concepita senza tener conto della dimensione e delle comodità dell’hotel moderno; il suo retaggio di rituali prescindeva dall’attuale consuetudine consolidata di conformarsi all’anticonformismo; il suo appello all’infanzia era in conflitto con le idee più progressiste sul concepimento; in base al Natale, i Bright Young Things dovrebbero sempre sentirsi vecchi e parlare come se fossero insulsi. Quella scuola di buone maniere più libera e più schietta, che consiste nell’annoiarsi con chi c’è e nel dimenticare chi non c’è, è irrisa, nella sua prima parte, dalla vecchia abitudine di bere alla salute di qualcuno e di scambiarsi gli auguri, e, nella seconda parte, dall’abitudine di scrivere lettere o spedire cartoline di Natale“.

Il Natale rappresenta per il mondo un gran fluire di significato. Il fatto che Dio abbia però deciso di farsi uomo tra gli uomini, nel tentativo di rendere lieta l’esistenza terrena di ciascuno di noi, infastidisce chi invece vede nell’incarnazione del Mistero un limite alla propria istintività e non invece la grande misericordia di un Padre che vuole la felicità dei propri figli.

Sarà pure «un ostacolo al progresso», «una superstizione», «un relitto del passato» e per questo il Natale deve essere cancellato, ma ancora oggi per molti, compreso chi scrive, il Natale “continua a ergersi dritto, integro e spiazzante: per noi rappresenta una cosa ben precisa, per gli altri un marasma d’incongruenze. Il Natale giudica il mondo moderno, perciò vogliono che se ne vada. Infatti sta andando” e c’è da scommettere che andrà sempre più forte fintanto che ci saranno editori come D’Ettoris che avranno il coraggio di pubblicare opere e autori assolutamente anticonformisti come G. K. Chesterton che ci richiamano al vero senso del Natale.

Apocalisse a DAMASCO

di Pietrangelo Buttafuoco

Domani, quando sarà già il tempo ultimo – culmine di tutti i giorni, vigilia del Dì del Giudizio – a Damasco tornerà Gesù. Apparirà nella terra dove tutto è guerra, proprio quando tutto sarà solo guerra, scenderà nel minareto bianco della Moschea degli Ommaydi, che per questo porta il suo nome; e dalla Siria, il Cristo, muoverà a cavallo verso Gerusalemme, dove sconfiggerà l’ Anticristo. Così sarà secondo il vaticinio attestato dalla tradizione islamica, ed è il segreto intimo e remoto di tutti i musulmani che attendono il ritorno del figlio di Maria, Spirito di Allah, «eminente in questo mondo e nell’ Altro» secondo il Corano. Nella città della Cupola della Roccia, dunque, da dove Maometto si alzò in volo per conoscere la promessa dei cieli e lo spavento dell’ inferno, memoria di quel viaggio fatto in groppa al Buraq (la prima non occulta fonte della Divina Commedia di Dante), Cristo – secondo la tradizione sciita – incontrerà il Mahdi, ovvero “il ben Guidato”, e con lui metterà pace sulla terra. Per i sunniti, invece (la maggioranza della comunità islamica), Cristo e il Mahdi sono la stessa persona. Per sunniti e sciiti, comunque, l’ interpretazione sulla battaglia finale coincide. Gesù sconfiggerà il nemico, per quaranta anni governerà su tutta la terra e poi morirà. Gesù, dunque, che nei secoli della storia, asceso al cielo, non è mai morto (neppure sul Golgota, quando Allah seminò la confusione presso i suoi carnefici dando loro l’ illusione di crocifiggerlo), dopo il suo regno avrà morte carnale e verrà sepolto a Medina accanto a Maometto per risorgere insieme a lui nel giorno del Giudizio Universale. Damasco non è dunque un dettaglio: il minareto di Gesù si trova appunto nella moschea siriana dove Giovanni Paolo II, il 6 maggio del 2001, si recò a pregare trascinando tutto il peso della sua sofferta vecchiaia innanzi alla tomba di Giovanni, il Battista, lì seppellito. E l’ intera Siria non è un elemento secondario nella teologia islamica. Per l’ islam, infatti, oltre che il punto chiave del capitolo finale – ampiamente citata nelle fonti dei sapienti e degli esegeti tra i “segni” – è anche luogo d’ avvio della Rivelazione. La Siria, nel sentimento musulmano, è Bosra, la città dove aveva eremo Bahira, il monaco cristiano che, per primo nella storia, riconobbe il Sigillo della Profezia in Maometto ancora bambino. Dal suo monastero, Bahira vide le palme piegarsi per fare ombra su un caravanserraglio, poi vide muoversi una nuvola – in una giornata di caldo irreparabile – che sembrava volesse riparare dal sole qualcuno. Allora il monaco interrogò gli uomini della carovana e scoprì con loro un orfano nelle cui carni era impresso il segno della volontà di Allah. «Proteggetelo», raccomandò Bahira ai mercanti in viaggio lungo quella rotta, «affinché non venga perseguitato come Gesù». Bahira, nella cristianità, venerato dagli ortodossi slavi, è riconosciuto santo col nome di Sergio e risulta di fatto dimenticato in Occidente (è un santo letteralmente cancellato dal novero, forse l’ unico caso) per lo scandalo di aver stabilito già nel VI secolo islam e cristianesimo “come raggi della stessa luce”. La geografia coincide con la viva vena di una storia antica resa attuale nelle cronache di queste ore. Lo stretto legame delle due religioni si ravviva quando, nella poetica visione degli sciiti, perfino le quattro braccia della Croce sono “parusia”, l’ evento di ciò che è. Secondo Abu Ya Qub Sejestani, sapiente persiano del IV secolo, nell’ intersecarsi del Legno e nelle quattro parole d’ attestazione della fede islamica (il Tawhid), c’ è il simbolo del medesimo segreto: la parusia, l’ appalesarsi del divino che avverrà al termine della “notte dell’ umanità”. E la croce del Golgota arriva proprio dalla Siria. È quasi come un prologo in cronaca rispetto a ciò che preparano i cieli, che sembra addensarsi nel sentimento del mondo islamico; e non c’ è credente nell’ islam, oggi, che non abbia fatto- quasi a svelare un retroscena teologico nella tragedia siriana in corso – un pensiero sulla descrizione dei tempi ultimi. L’ avversario del Mahdi, l’ Anticristo – il cui nome in arabo è Dajial – avrà la caratteristica di proclamare nel nome dell’ umanitarismo i sentimenti di giustizia, di pace e l’ uguaglianza di tutte le religioni allo scopo di salvare i popoli. L’ Anticristo, secondo la religione islamica, sarà convincente, benevolo ed etico. Sarà forte di tutte le virtù civili e l’ intero mondo guarderà a lui affascinato. Si presenterà al cospetto del mondo come musulmano, ma il Dajial, l’ Avversario, seminerà la confusione nella comunità dei credenti accendendo la “fitna”, ovvero “la separatezza”, la guerra fratricida. La Siria, denominata nell’ esegesi coranica Sham (una regione che comprendeva anche il Libano, la Palestinae la Giordania), secondo il racconto delle raccolte sciite sarà teatro di un’ altra figura demoniaca denominata Sufyani, un discendente di Abu Safyan, nemico di Maometto; e nel Libro dell’ occultazione di An-Numani i capitoli sul tema del “tempo ultimo” sono espliciti. L’ imam Alì disse: «Ci sarà un terremoto nello Sham dove più di centomila persone moriranno. Quando ciò avverrà vedrai i cavalieri dei cavalli grigi con bandiere gialle provenire dall’ occidente e si fermeranno nello Sham. Ci sarà grande terrore e morte rossa. Poi vedrai sprofondare un villaggio presso Damasco chiamato Harasta. I mangiatori di fegati siederanno sul pulpito di Damasco. Allora tornerà il Mahdi». Quella dei “mangiatori di fegati”è una pratica purtroppo vista anche di recente, nei filmati diffusi dai “ribelli”, e i riferimenti simbolici rispetto agli eventi in corso in Siria confermano nell’ opinione dei musulmani l’ approssimarsi della “notte dell’ umanità”. Anche in tempi a noi più vicini, con il filosofo musulmano francese René Guénon, la regione dello Sham, ritorna tra le mappe sapienzali come “punto sensibile” di controiniziazione del mondo, precisamente una delle “Sette torri del Diavolo”. È un capitolo della cultura tradizionale questo delle Sette torri, ed è quasi una sorta di cartografia della geopolitica dove salta agli occhi un fatto: l’ ubicazione dei luoghi, dall’ Iraq alla Siria, per non dire del Sudan e della Nigeria, corrisponde ai teatri dei conflitti nell’ epoca a noi attuale. La successione dei cieli, le età vivificanti secondo la Rivelazione coranica, riscatta il tempo. È la nostalgia di un’ età il cui albore è armonia. Tutta la storia a noi contemporanea, dal punto di vista islamico, ha in controluce la profanazione dei luoghi sacri. Così dalla Guerra del Golfo, dove i cingolati americani calpestarono la sacrissima penisola arabica, fino alle Primavere Arabe consumate lungo il percorso che dalla Libia (sede del Tempio di Ammone), oltre l’ Egitto e poi ancora una volta in Siria, ripercorrono – fino a Elia Capitolina (ossia Gerusalemme) – il pellegrinaggio di guerra e vittoria di Iskander (è il Bicorne che fondò Iskandria, di cui si legge nel sacro Corano e da più fonti identificato in Alessandro il Macedone), che ha lasciato in eredità alla scienza tutta militare dell’ impero: «Chi vuole la Persia deve passare dalla Siria». Per i musulmani, la cui prospettiva storica è ovviamente metafisica, lo scontro di civiltà dell’ Occidente (a partire dalla passeggiata di Sharon alla spianata delle moschee di Gerusalemme) diventa angoscia da “fitna”, la guerra fratricida all’ interno della comunità dei credenti. Ed è ciò che nella forma più spaventosa sta accadendo in Siria, una dura prova che oggi porta l’ intero universo islamico all’ estremo appuntamento col Millenarismo. E col realismo della strategia politica. Un preludio e un postludio di un’ eternità ritardata. C’ è un patto di cavalleria mistica che rende il Mahdi e Gesù responsabili l’ uno dell’ altro. Ma c’ è pur sempre un prologo in cronaca, visionabile su Youtube, rispetto a ciò che attendono i cieli. Domani, quando sarà il tempo ultimo.

La Repubblica, 16 ottobre 2013

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