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SCUOLE PARITARIE TRA STATO E LIBERTÀ

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È da leggere con attenzione l’intervista rilasciata da mons. Pennisi a Tempi.it riguardo le scuole paritarie che in Sicilia sono state ancora una volta colpite da una politica miope e inconcludente da tutti i punti di vista. Da genitore con due figli iscritti in una scuola paritaria mi sento chiamato in causa, anche e soprattutto per l’impegno che negli anni ho profuso a favore della libertà di educazione, non ultimo l’incontro “Il diritto alla libertà educativa” che organizzai, quasi due anni fa, a Messina in preparazione dell’incontro di tutte le scuole con il Papa che si svolse a Roma il 10 maggio 2014.

Le difficoltà delle scuole paritarie italiane sono oramai noti da anni, pur tuttavia qualche riflessione sul problema si rende necessaria per non finire ancora una volta impantanati nelle sabbie mobili di un dualismo statale – paritario che sta producendo il totale collasso dell’intero sistema scolastico.

La Sicilia ultimamente è alle prese con una altro grande problema, legato alla formazione professionale: numerosi enti di formazione hanno chiuso i battenti per via degli scandali che li hanno travolti, migliaia di operatori sono senza lavoro, schiere di giovani che vorrebbero intraprendere percorsi di formazione professionale non possono farlo. Il sistema della formazione professionale era un sistema variegato, assieme a molti operatori laici vi erano anche operatori di matrice cattolica, e tutti per anni hanno usufruito di ingenti finanziamenti pubblici. Il sistema era però tutt’altro che efficiente ed efficace, ma nessuno ha mai avanzato dubbi o critiche su come veniva gestita la formazione in Sicilia, neanche gli enti cattolici hanno mai tentato un giudizio che riuscisse a porre argini alle storture del sistema che erano evidenti a tutti. Ora la stessa storia, in Sicilia, sembra ripetersi con le scuole paritarie e allora è opportuno porsi qualche domanda per superare quel dualismo cui si faceva riferimento più su: siamo proprio sicuri che gli istituti paritari siano esenti da colpe rispetto al crearsi di una situazione che li vede sull’orlo del baratro? Il disastro formazione ha insegnato o no qualcosa a chi dirige istituti scolastici paritari?

L’esperienza maturata negli ultimi tempi mi spinge a osservare come il problema delle scuole paritarie non sia appena la discriminazione operata dalla politica, quanto l’essersi messe a scimmiottare, pure male, le scuole statali. Le scuole paritarie, che in Sicilia sono per lo più cattoliche, stanno morendo non solo per mancanza di fondi statali, stanno morendo perché il morbo dello statalismo ha colpito pure coloro che le dirigono. Oggi chi ha la responsabilità di una scuola paritaria non riesce a trovare alternative a una gestione totalmente appiattita e dipendente dalla Stato, così ci si ritrova con carismi che hanno notevolmente perso la loro funzione educativa e la creatività dei fondatori diviene sempre più un nostalgico ricordo. Vale la pena ricordare una figura su tutte, don Bosco che operò in un contesto sociale ben più difficile di quello attuale eppure riuscì a mettere in piedi numerose opere e a sostenere e aiutare centinaia di ragazzi senza aspettare che fosse lo Stato a dargli i quattrini necessari per fare quel che ha fatto.

A mio avviso il problema delle scuole paritarie non è più un problema economico quanto un problema identitario. Oggi, nel contesto di grave crisi educativa, i genitori, ancor prima che problemi di natura economica, spesso non hanno ragioni adeguate per mandare i figli in scuole paritarie preferendo le statali. Per quale motivo un genitore dovrebbe mandare il proprio figlio in una scuola paritaria se questa non offre nulla più di quel che offre la scuola statale?

Su questo aspetto i vertici delle scuole paritarie, soprattutto se cattoliche, dovrebbero interrogarsi ancor prima che recriminare sui mancati fondi ricevuti. La missione educativa infatti non può mai essere subordinata a ragionamenti di tipo esclusivamente economico. Le scuole paritarie devono scegliere se continuare a scimmiottare le scuole statali oppure liberarsi dalle catene stataliste per recuperare l’origine della loro missione.

© Tempi.it

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“Noi e la Giulia” e un Sud asfissiato dall’antimafia

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Il film “Noi e la Giulia” pare sia un film da andare a vedere per trarne positivi giudizi. Della pellicola diretta da Edoardo Leo ne parlano Ottavio Cappellani, nella rubrica settimanale “Sicilian comedi” pubblicata su La Sicilia, e Pietrangelo Buttafuoco, nel suo “Il riempitivo” pubblicato su Il Foglio, ed entrambi lo fanno per giungere quasi alla medesima conclusione, ovvero: non è con le teorie che si genera il cambiamento, bensì osservando e mettendosi al servizio della realtà.

“Noi e la Giulia” oltre a essere una commedia sarà forse anche un film di denuncia, una denuncia amara verso istituzioni che continuano a occuparsi di anacronistiche teorie antimafiose, tralasciando di intervenire laddove la criminalità spicciola rende davvero difficile la vita e ogni possibile cambiamento.

Articolo pubblicato su IMGPress.it

#MESSINA E LA #CONTINUITA’TERRITORIALE? “CU SCECCU PIDDUMMU PURU I CARRUBBA”

Asini

Dopo anni di totale sbornia ideologica e di strenua difesa di un anacronistico concetto di difesa dell’ambiente i nodi sono venuti al pettine e tutti, finalmente, sono stati costretti a prendere atto che il mondo è andato avanti nonostante dalle nostre parti qualcuno si divertisse a fare il rivoluzionario.

Il progresso non si è fermato e in giro per il mondo, nel frattempo in cui a qualcuno piaceva osservare lo Stretto dall’alto del pilone di Torre Faro, sono state costruite infrastrutture di ogni tipo velocizzando e rendendo più fluidi e meno problematici gli spostamenti delle persone e delle merci. In giro per il mondo ci sono stati grandi cambiamenti. Non a Messina. Tantomeno in Sicilia
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Caro Accorinti, il tuo stipendio è pagato dai cittadini!

La promessa fatta dal prof. Renato Accorinti, durante la campagna elettorale dello scorso anno, riguardo la rinuncia parziale dello stipendio percepito per la carica di sindaco, è una promessa fatta spontaneamente e senza costrizione alcuna. Promessa per la quale, come è giusto che sia, i cittadini chiedono conto per ragioni di correttezza e trasparenza.

Renato Accorinti

Poniamo qualche domanda al sindaco, Renato Accorinti, nella speranza che possano trovare risposta al fine di dissipare i dubbi che offuscano le nostre povere menti. Iniziamo: “Per quale motivo Lei, caro sindaco si adira quando Le viene chiesto conto della modalità e della destinazione che avranno gli euro che a fine mandato devolverà non si sa bene a quale struttura, ente o associazione?”, “Sono o non soldi dei contribuenti messinesi quelli che Lei percepisce mensilmente, soldi che costano fatica e sacrificio, e allora perché se uno Le chiede conto della loro destinazione deve sentirsi dire che “chi dubita, porta il male dentro?”, “Ci può spiegare, caro sindaco, qual è la differenza sostanziale tra i sindaci che l’hanno preceduta – che hanno intascato per intero le somme percepite per la carica ricoperta – e lei che percepirà comunque tutto lo stipendio da sindaco salvo poi destinarne una quota parte a chi secondo Lei, privato cittadino, è degno di ricevere la somma?”.

Ecco, caro sindaco ci piacerebbe tanto che lei rispondesse a tali domande, perché noi poveracci rappresentanti del popolo straccione a rigor di logica crediamo che, se un politico decide di rinunciare a una parte del proprio stipendio lo debba fare per il bene dell’intera collettività e non solo per il bene di una ristretta cerchia di possibili pretendenti; correttezza avrebbe voluto che Lei chiedesse sin dall’inizio la decurtazione dello stipendio e che i risparmi ottenuti rimanessero a disposizione del bilancio comunale per i bisogni e le esigenze dell’intera collettività. Stando così le cose la Sua, caro sindaco, ci sembra tanto la scelta di un “uomo pubblico” che decide con metodi da “privato cittadino” a chi destinare i soldi della collettività.

Evidentemente Lei è convinto che la Sua idea di bene sia coincidente con l’idea di bene dell’intero universo-mondo.

Lo schifoso voto di scambio Renzi – Grillo!

Quella di ieri è stata  vera e propria caccia all’uomo, l’ennesima caccia all’uomo giocata sulla pelle dell’Italia e degli Italiani. E’ un Paese al collasso l’Italia, purtroppo c’è ancora chi tutto questo non l’ha capito o fa finta di non volerlo capire. Il Pd è un partito pericoloso per l’Italia, un partito ad alto tasso di corruzione pienamente invischiato nelle peggiori storie di corruzione e nei più grandi crack economici e finanziari (MPS su tutti!) e proprio per questo ha bisogno di tenersi buoni i magistrati e la magistratura culturalmente contigua alla peggiore sinistra. E’ giunto il momento che l’Italia celebri un nuovo 25 aprile che faccia pulizia di tutto il marciume che ruota attorno ai compagni!

Nuovo video editoriale di Giuliano Ferrrara pubblicato sul sito de “Il Foglio Quotidiano” (per intenderci il miglior quotidiano d’Italia!) sulla vicenda Genovese, tutto da ascoltare, perché quello di ieri non è un voto che fa giustizia, ma è un «voto che mette insieme il peggio della filosofia antigiuridica del parlamento italiano, con dibattito semianalfabetico condotto alla Camera dei deuputti sotto il suono cospicuo  delle urla vergogna no vergogna a te fai schifo, evocando i nomi di magistrati eroici e parlando del tutto a sproposito di questioni che non si conoscono. Resta solo un punto: mettiamo le manette al deputato e così cerchiamo di lavarci la coscienza per presentarci agli occhi degli elettori come dei giustizieri… un bello spettacolo per la Camera dei Deputati: che schifo!!! Per fortuna almeno Berlusconi e i suoi hanno salvato quel che resta dell’onore del Parlamento votando loro contro l’arresto di un deputato del Partito Democratico».

Che fine ha fatto l’Italia giusta dei giusti?

Il testo di una lettera che ho inviato al direttore del quotidiano IMGPress

Caro direttore,
ieri, quello che considero uno tra i pochi intellettuali di rango italiani, nonché direttore dell’unico quotidiano che vale la pena leggere, ha pubblicato un video editoriale attraverso il quale ha affrontato il tema dell’arresto dell’on. Genovese.

E’ ormai da qualche anno che, indegnamente, ricevo spazio su IMGPress per esprimere qualche ideuzza non allineata al politicamente corretto, e per questo La ringrazio. Chiunque può allora verificare come chi scrive non sia mai stato tenero nei confronti di Genovese quando altri, che oggi invece lo criticano e si augurano che marcisca in carcere, godevano dei privilegi che lo stesso Genovese era in grado di garantire loro.

La mia storia è la storia di chi è stato (ed è ancora!) Berlusconiano quando Berlusconi veniva massacrato dalla magistratura e lo era per un semplice motivo: perché ritiene che la politica non può in alcun modo essere asservita o peggio tenuta sotto ricatto dalla magistratura! Oggi che Francantonio Genovese è in un momento di estrema difficoltà umana e politica mi tocca essere Genovesiano e proprio per gli stessi motivi per cui sono Berlusconiano. Come Giuliano Ferrara ritengo che il sì all’arresto di Genovese sia quanto mai assurdo e invece considero doveroso il processo, non foss’altro per quel semplice diritto dell’imputato a difendersi, a far valere le proprie ragioni e, nel caso, a dimostrare la propria innocenza. Solo dopo il processo e nel caso in cui dovesse risultare colpevole per i reati che gli vengono ascritti si può ritenere giusto il carcere per Genovese.

Ma si sa, in Italia l’arresto preventivo serve per estorcere confessioni pilotate oppure per mandare messaggi in codice a chi deve intendere. E la vicenda Genovese, scaricato completamente dal suo partito, il Pd, aiuta a comprendere la partita politica che si sta giocando in Sicilia. I renziani nel chiaro tentativo di coprirsi le spalle dal punto di vista giudiziario si sono improvvisamente scoperti Crocettiani e Renzi che non può certo fare passi falsi, proprio nel momento in cui il suo governo muove i primi passi e le elezioni europee sono alle porte, ha preferito farsi i fatti propri consentendo ancora una volta alla magistratura di prevalere e di violentare la politica.

Nessuno può sapere come andrà a finire il voto alla Camera, anche se l’orientamento sembra scontato, e se Genovese finirà in galera. Quel che è certo è che sulla testa di Genovese si sta giocando una partita di potere tutta interna al Pd, partita che ha un unico obiettivo: privare Messina di qualunque autorevole rappresentanza politica e così ridurre il territorio a terra di conquista di gruppi di potere che nulla hanno a che spartire con Messina e con il bene dei Messinesi.

I giovani aspettano che il lavoro chieda loro amicizia su FB

Garanzia Giovani al via da febbraio: obiettivo i “Neet”

di Francesco Riccardi

Disomogenei, territorialmente sparsi e con una distribuzione del personale fortemente squilibrata. Sono i 556 Centri per l’impiego funzionanti in Italia, secondo il monitoraggio appena pubblicato dal ministero del Lavoro. Una mappa e una prima analisi particolarmente importante se si considera che i Cpi, oltre alla funzioni che già svolgono per chi è in cerca di un’occupazione, saranno il fulcro della “Garanzia giovani”, il programma europeo finanziato con 1,5 miliardi che si prefigge l’obiettivo di trovare un’occupazione o uno stage o un’opportunità formativa o ancora di indirizzare verso l’autoimprenditorialità i ragazzi tra i 15 e 25 anni, entro 4 mesi dalla fine del loro percorso di studi o dall’ingresso nella disoccupazione.

Programma che è in attesa dell’ok definitivo della Commissione europea all’ultima bozza del piano nazionale inviato dal nostro governo. Difficile quindi che possa essere avviato concretamente prima di febbraio, perché nel frattempo devono essere elaborati i 20 piani regionali, completata l’infrastruttura informatica e firmati i protocolli operativi con le parti sociali. Inoltre, a fine gennaio scade il bando per la campagna di comunicazione che quindi non partirà prima di metà febbraio. Anche il target degli utenti è ancora da definire. L’idea è quella di concentrarsi sugli under 25 ma dei 900mila-1 milione di Neet (i giovani che non lavorano né studiano né sono in formazione) presenti in questa fascia, probabilmente si riuscirà a farsi carico solo di 500mila.

Torniamo però al rapporto sui Centri per l’impiego. Il primo dato che balza agli occhi è la situazione fortemente anomala della Sicilia. È la regione con il più alto numero in assoluto di addetti – 1.582 – più del doppio della Campania (724), quasi il triplo di quelli del Lazio (602) e della Lombardia (577). Ma, si dirà, in Sicilia ci sono molti disoccupati e molta popolazione. Certo, se però si confronta il numero medio di Neet under 29 per addetto, ci si accorge che la Sicilia ne ha appena 223 per ogni operatore contro i 399 della Lombardia e della Puglia o i 310 del Veneto o addirittura i 548 della Campania.

La Sicilia riesce poi a raggiugere altri record, tutti negativi. È, ad esempio, la Regione in cui ci sono operatori meno qualificati, con appena il 9,2% di laureati fra i dipendenti contro una media nazionale del 26,6% e il 47% di Marche e Molise, fino al 53,7% della Toscana. Ci si aspetterebbe poi che questo esercito di addetti nella Regione autonoma fosse tutto schierato sulla prima linea della lotta alla disoccupazione. E invece no, i Cpi della Sicilia sono quelli con la minore incidenza di personale impegnato in attività di front office (accoglienza ed erogazione dei servizi) rispetto al totale degli addetti. Appena il 49,4% contro la media nazionale del 71,8%, l’84,2% della Lombardia e addirittura il 94,4% dell’Umbria.

In compenso, però, un record positivo la Sicilia lo detiene: ha il personale più stabile della nazione. Dei 1.582 addetti il 99,6% è assunto a tempo indeterminato, quelli a termine sono appena 7. La media italiana viaggia intorno all’88%, mentre Toscana e Molise restano tra il 65 e il 61%. Insomma, nell’Italia dei precari, l’unico posto fisso è quello dei Centri per l’impiego della Sicilia.

© Avvenire, 22 dicembre 2013

Crocetta apre alle coppie di fatto. Il Forum delle associazioni: famiglie tradite

di Alessandra Turrisi

Aiuti concreti alle coppie di fatto. C’è anche questo nel testo della Finan­ziaria approvato dalla giunta regio­nale siciliana e che approderà all’esame del­le commissioni e dell’aula del Parlamento dell’isola. Una «norma rivoluzionaria», la de­finisce il suo massimo sostenitore, ovvero il governatore Rosario Crocetta, che, oltre alle giovani coppie, ha deciso di venire incontro pure alle coppie di fatto, anche omosessua­li, che potranno accedere a prestiti agevola­ti per l’acquisto e la ristrutturazione della pri­ma casa. Requisito essenziale sarà l’iscrizio­ne, nell’ultimo triennio, nei registri per le u­nioni civili dei Comuni. Il tutto dovrebbe di­ventare realtà entro il 31 dicembre, data ul­tima per evitare l’esercizio provvisorio.

«È una misura di civiltà, che pone la Regio­ne all’avanguardia a livello nazionale», af­ferma Crocetta, ex sindaco di Gela e omo­sessuale dichiarato. Alle coppie di fatto sarà data la possibilità anche di richiedere il red­dito minimo garantito, altra misura inserita nella manovra finanziaria dal governo per aiutare le famiglie in difficoltà, per cui ver­rebbe istituito un fondo da 10 milioni di eu­ro. Benefici che fanno saltare sulla sedia gli e­sponenti del Forum delle associazioni fami­liari. Il presidente siciliano, Francesco Bian­chini, ricorda che l’articolo 31 della Costitu­zione agevola «con misure economiche e al­tre provvidenze la formazione della famiglia – dice –. Invece lo Stato ha deciso di agevola­re la formazione delle coppie di fatto. A fron­te di un rifiuto del vincolo matrimoniale e dei doveri matrimoniali, c’è una richiesta di u­guali diritti. Il regolamento della Tares, per e­sempio, tradisce proprio le famiglie numero­se, perché agevola le giovani coppie o chi si i­scrive al registro delle unioni civili».

© Avvenire, 8 dicembre 2013

Quel buffo signore cui non piace il tricolore

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“Io non dico che il sindaco di Messina, Renato Accorinti, fotografato durante la commemorazione del 4 Novembre con la bandiera della pace addosso debba essere cacciato, giusto con un decreto del governo (proprio come si fa con i mafiosi). Non dico che quella pagliacciata sia un’offesa per la memoria dei caduti – i ragazzi del Carso – né che un Cesare Battisti l’avrebbe inseguito a pedata sul fondoschiena fino a fargli fare i rimbalzi tra Scilla e Cariddi. Non dico che la scena – lui a braccia aperte, con quel RIPUGNANTE STRACCIO messo a favore di telecamera – mi risulti vomitevole a forza di pensare a Ettore Muti perché già Palmiro Togliatti ne avrebbe avuto schifo di Accorinti o, Enrico Berlinguer, perchè ogni sincero comunista troverebbe inaudito vedere ridotto l’onore dei soldati a una pulcinellata de sinistra. Dico solo che quegli ufficiali, quel prefetto e qualunque altra autorità accanto a lui devono essere oggi esemplarmente pu-ni-ti. Dovevano allontanarsi da lui se proprio non potevano allontanarlo. La responsabilità, infatti, è solo loro che alla bandiera hanno giurato fedeltà e non certo di questo buffo signore la cui zucca è buona al più per qualche rancido antro di demagogia. Pacifista va da sé”.

Pietrangelo Buttafuoco

Il Foglio, 5 novembre 2013

Povera e buttanissima (senza offesa) Sicilia

Leggete la lucida requisitoria del grande Buttafuoco voi uomini e donne che votate sull’onda del sentito dire e credendo alle menzogne propalate a piene mani da quei professionisti del collettivismo informativo che ha come unico faro guida l’ignoranza sociale. Voi uomini e donne di merda ci avete imposto Crocetta alla Regione, Orlando a sindaco di Palermo, Accorinti a sindaco di Messina e… via così in tutta la Sicilia e il risultato è quello descritto a perfezione nell’articolo che segue

Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco

Premessa. Quasi certamente a Totò Cuffaro, detenuto dal gennaio 2011 nel carcere romano di Rebibbia, sarà concesso l’affidamento ai servizi sociali. Succederà prima di Natale. E’ l’uomo che ha pagato per tutti. Soprattutto per i suoi successori. Raffaele Lombardo, sotto processo per mafia a Catania, e Rosario Crocetta, governatore attualmente regnante. Uno peggiore dell’altro.

Due sono le disgrazie della disgraziatissima Sicilia. Sono due A. Una è l’Autonomia in nome della quale i deputati regionali non solo si concedono lo spreco ma non si riducono lo stipendio come stabilito a suo tempo dal “decreto Monti”. E poi l’Antimafia. Nel cui nome, la sceriffaglia preposta al controllo, piega la nobiltà di tutte le migliori intenzioni ai propri interessi politici. E sono solo nuovi privilegi, nuove clientele e comparaggi resi invincibili in forza di una legalità ridotta a maschera. E a mistificazione. Un dirigente regionale, infatti, non è bravo se si adopera per lo sviluppo e per il lavoro, ma solo se fa due o tre denunce in procura. Con la scusa dell’Autonomia, poi, si continua a fare carne di porco di una terra dove un’assessorina, la studentessa Nelli Scilabra, gestisce per conto dei propri tutori un’operazione faraonica di ottocento milioni di euro per la formazione. E’ la mitica “formazione professionale”, l’immenso parcheggio truffaldino per precari sfaccendati pagati dalla regione.

Due, dunque, le A per la buttanissima regione siciliana dove si rinnova l’antica impostura. La studentessa, di cui sopra, va all’università con l’auto blu. I suoi colleghi l’hanno ripresa col telefonino e il filmino, poi, è stato messo in rete. Il problema, ovviamente, non è questo ma c’è una morale: chi di demagogia ferisce, di demagogia perisce e i guai veri sono altri. Apre l’Ars, ossia l’Assemblea regionale siciliana e non ci sono leggi da discutere. Ed è come aprire la saracinesca di un negozio dove non entrano mai clienti. Questa è la giornata tipo della Sicilia – aspettare tutto il giorno davanti a una porta, in mezzo a una strada – e si precipita, per dirla con Leonardo Sciascia, verso il fondo senza mai toccare il fondo perché se proprio la vogliamo aggiungere un’altra A e fare la tripletta c’è la A dell’Arruffapopolo che non è proprio quella delle agenzie di rating, piuttosto quella del viceré la cui schiuma taumaturgica sta svelandosi nella più isterica delle sceneggiate.

Ecco come smorfiare la tragedia di Sicilia: quattro meno fa il negozio, più trentacinquemila fa la porta dove non entra più nessuno. Meno quattro è, appunto, il pil, il prodotto interno lordo. Il più, invece, si riferisce ai disoccupati. Sono tutti davanti alla saracinesca della Sicilia e sono trentacinquemila in più. A tutto questo precipitare verso il fondo senza mai toccare il fondo si arriva nell’arco di un anno e si registrano – lo rivela l’Istat mettendo a confronto il dato del secondo trimestre, quello del 2012, con quello del 2013 – ottantaquattromila posti di lavoro in meno.

Smorfia o meno, questo è il gran risultato cui si arriva nell’anniversario di soli trecentosessantacinque giorni. Il datario inizia il 28 ottobre dello scorso anno con l’elezione di Rosario Crocetta alla presidenza della regione – che è la terza A, quella di Arruffapopolo – per culminare un anno dopo, quando a Sala d’Ercole (l’assemblea del Parlamento) i deputati siciliani hanno discusso la mozione di sfiducia a colui il quale tutti quelli che ne pagano mezza di gazzosa riconoscono l’aura del rivoluzionario, dell’antimafio e del profumato di primavera. La metafora della gazzosa è presto spiegata. Ci si riferisce a quelli a cui non costa sforzo lo chic non avendo lo choc di averci a che fare davvero con Crocetta. Come i giornalisti del Sunday Times che non sanno una beata mentula di quel che succede davvero in Sicilia.

Lo so. Non gliene strafotte niente a nessuno della Sicilia. L’Arruffapopolo, signore dell’Autonomia, nonché unto dell’Antimafia ha superato la prova schivando la sfiducia presentata in Parlamento dai Cinque stelle (… ma non c’era l’esperimento Sicilia coi grillini?, diranno i più ingenui) e da Nello Musumeci, leader della destra il cui discorso in Assemblea oramai ha raggiunto in rete visualizzazioni degne di Miley Cyrus: “Ella, presidente”, ha detto Musumeci a Crocetta, facendolo nuovo, “è l’ultimo fedele interprete di Pirandello. E’ uno, è nessuno, è centomila. E’ colui che fa nel modo migliore le cose peggiori”. I simpatici reporter forestieri fanno volentieri la villeggiatura e ne scrivono meraviglie del governo di Crocetta perché il pittoresco tira tantissimo e perciò: “The gay governor vows to straighten out Sicily…”.

Quello va a raccontare agli inviati dei giornali internazionali del suo rischiare giorno dopo giorno. Ruba il mestiere a Roberto Saviano, racconta l’incidente automobilistico dove si sono sfasciati in modo proprio grave gli agenti della sua scorta e, con fare drammatico – col dire e non dire, col trasi e nesci, con la tecnica del “non ho prove ma non lo posso escludere” – lascia intendere che su quei pilastri dell’autostrada, dove disgraziatamente l’auto andò a sbattere, ci fu e non ci fu l’attentatuni!

I grandi giornali italiani, grazie a Dio, non ci cascano più. La favola della primavera, della rivoluzione e dell’antimafio è finita a fischi e piriti ma se l’ha superato il voto sulla mozione di sfiducia, un grazie, il Crocetta, non lo deve dire di certo al suo partito, il Pd, che lo tiene a distanza come si fa con un pollastro querulo cui non basta più il mangime, né alle pattuglie trasformiste formatesi all’indomani delle elezioni. Il vero grazie lo deve consegnare alla voliera dei falchi e delle colombe berlusconiane se poi accanto alla vagheggiata possibilità degli alfaniani di replicare a Palermo un governo simil-lettiano, si unisce la decisione di Gianfranco Micciché – sempre primo al traguardo del cuore di Silvio Berlusconi – di far votare senza se e senza ma la fiducia all’Arruffapopolo. Lo so. Non strafotte a nessuno della Sicilia e delle sue disgraziatissime A ma cercherò di farla breve.

1) Crocetta viene eletto un anno fa da centrosinistra e Udc. Non aveva la maggioranza in Aula e, tranne qualche iniziale naufrago, inventa il modello Sicilia con i grillini. Merce di scambio la vicepresidenza dell’Ars per Antonio Venturino, oltre al voto sull’abolizione delle province (mai effettivamente abolite, anzi, affidate a commissari di stretta fiducia di Crocetta). Venturino è uno dei leader del M5s che poi mollerà il movimento per tenersi l’intera diaria e, buon ultimo, prendersi anche la satanica auto blu.

2) Strada facendo sono nati altri gruppi, tutti trasformisti, tra cui “Articolo 4” che non è una band musicale ma una pattuglia formatasi coagulando una costola Udc (ex autonomisti) e traditori vari del facilmente tradibile centrodestra. Questo ha iniziato a cambiare la geografia della maggioranza, fino al voto di ieri che ha visto Crocetta sostenuto non più dal progetto rivoluzionario, ma da una maggioranza che si fonda sul trasformismo.

3) Perché la mozione? Si erano rotti i rapporti con il Pd che era uscito dalla maggioranza e una parte del centrodestra, l’area Alfano-Schifani che ha lavorato per un governo regionale sul modello del governo di Enrico Letta ha poi dovuto fare i conti con Musumeci, pronto a prendere l’iniziativa per tornare a guidare, di fatto, l’opposizione. Coi falchi di Micciché schierati con Crocetta.

Ecco, l’ho fatta breve. Crocetta nel day after (mettiamola così per fare contenti quelli del Sunday Times), dovrà arrivare al rimpasto dove verrà verosimilmente imbrigliato dai volponi centristi. Presuntuoso com’è sta ridicolmente rimuginando la possibilità di dimettersi e lanciarsi nella scena nazionale quando, finita l’esperienza Letta, potrebbe candidarsi per la premiership contro Matteo Renzi e allora altro che Ponte Vecchio dato in affitto.

L’ho fatta breve anche perché Crocetta altro non cerca che una scorciatoia. E’ terrorizzato da un’assicurazione che, pasticcione reo confesso qual è, ha sottoscritto contro gli incidenti in materia amministrativa. Non pensa ad altro che a pagare queste tratte mensili. Con chiunque parli la prima ansia che svela è questa e siccome prende più soldi di Barack Obama ogni volta si avventura in disquisizioni su contributi e versamenti previdenziali degni della migliore patafisica. La politica, in Sicilia, è una carriera e se solo si aprisse questo capitolo del pittoresco gelese non ci sarebbe da mettere in fila Roberto Cavalli, Flavio Briatore e perfino Alfonso Signorini in idem sentire con un brand qual è Renzi ma tutta un’idea dell’Arruffapopolo e della scumazza taumaturgica la cui sostanza è svelata in un gioco semplice semplice e che è questo: la Regione siciliana è il posto dove governa Crocetta, regna Confindustria e dove la regia è sempre quella di Beppe Lumia.

Crocetta, Confindustria e Lumia, dunque. Del primo ho già scritto, della seconda è presto detto: non fanno proposte di sviluppo e di crescita, si limitano a declamare l’Antimafia e a recuperare benefici dell’Autonomia tanto è vero che le poche risorse sono finalizzate alla strategia di concentrazione dei carrozzoni quali l’Irsap e un posto di lavoro in più, almeno uno, cotanta Confindustria non l’ha creato. Del terzo, del regista infine – capo assoluto degli antimafi di tutte le antimafie, onnipresente e padrone vero del governo di Raffaele Lombardo prima e di Crocetta oggi – dirò con il “Tractatus logico-philosophicus” di Ludwig Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Le conseguenze del significato linguistico della proposizione le tragga dunque il lettore.

La situazione è il disastro. Crocetta viene dopo Lombardo che, a sua volta, venne dopo Totò Cuffaro e la situazione è così un disastro – lo stato delle cose è in un grado così sventurato – che ognuno porta a far rimpiangere il predecessore. E la quarta toccante e dolcissima A di Sicilia, disgraziatissima qual è, è dunque la A di Agnus Dei. E’ l’Agnello sacrificale ristretto nelle carceri di Rebibbia, ossia Totò Cuffaro che sconta la propria pena e paga per tutti. Soprattutto paga per chi, facendo il peggio al meglio, si fa forte della tracotanza avvelenando i pozzi della stessa critica e dell’onestà intellettuale per impedire il libero esercizio del dibattito. Chiunque osi fare l’unica necessaria denuncia – la Sicilia è prossima al fallimento, anzi, la Sicilia è già fal-li-ta! – viene derubricato in automatico: omofobo e, in secundis, mafioso.

Questo è il menu offerto da Crocetta a chi osa disturbarlo. E ne sanno qualcosa i ragazzi di LiveSicilia, il sito d’informazione più diffuso, su cui lui, quando è a corto di anatemi, esercita scherno. Come quando accusa i deputati dell’opposizione: “Voi leggete troppo LiveSicilia e non il Sunday Times…”.

E si sa: LiveSicilia ha dato alle stampe un dossier, “Un Rosario di bugie”, dove vi sono elencate le fanfaronate del nostro Pappagone. Altro che Sunday Time’s. I pozzi sono proprio avvelenati e perfino un monumento come Lucia Borsellino è stato ridotto ad essere instrumentum regni e totem di distrazione della rovina incipiente. La Borsellino, infatti, assessore regionale della Salute, persona alla quale ognuno s’inchina in memoria del martirio del padre, un solo provvedimento nella sua amministrazione non l’ha preso. Stanno fallendo in Sicilia tutte le aziende della sanità (eccetto le cliniche) e perciò qui urge la domanda: dove può mai portare una strategia di governo come questa se poi l’Antimafia, per interposta attività regionale, non viene amministrata nemmeno dagli assessori, ma dai segretari degli assessori? Dopo di che capitano i guai. Fa parte della mobilitazione antimafia una delibera di giunta firmata in piena estate per dare il via libera all’aumento di cinquanta posti letto nella clinica Humanitas, in progetto a Misterbianco, diretta dalla madre del deputato regionale di Articolo 4, Luca Sammartino?

Il fondo non arriva al fondo e tutti gli assessori del governo siciliano sono solo finzioni e sono cartoon se poi Michela Stancheris, la segretaria che Crocetta ha nominato responsabile della Cultura in giunta dopo aver cacciato Franco Battiato, si veste da Superwoman, certificando con una pulcinellata scolpita sul web, un lapsus: l’inadeguatezza a guidare una realtà dove ben oltre il 50 per cento del patrimonio artistico nazionale, mentre le Camere di Commercio sono in allarme perché a Cefalù, alle Eolie e a Taormina perfino i turisti non arrivano più, resta in ostaggio di dilettanti allo sbaraglio. Simpatici figuranti buoni al più per le puntate dell’“Arena” su Rai1 sono questi assessori, contorno per il governatore che, grazie a Klaus Davi, il suo consigliori, profonde annunci che non vedranno mai luce. A proposito, scommettiamo che dovranno convocare i comizi elettorali per il rinnovo delle province?

Due sono dunque le disgrazie della Sicilia. Sono le due A. Quelle dell’Autonomia. E quella dell’Antimafia. Poi c’è la terza A di complemento. E’ la A di Arruffapopolo, ed è quel Pappagone di Sicilia, epigono propagandistico dei tanti Antonio Ingroia, ormai ridotto – almeno questo – a cantare nei matrimoni…

Un Arruffapopolo, il Cetto Crocetto La Qualunque, che solo lo stato, a questo punto, commissariandolo, dovrebbe togliere perché nessuna nuova elezione potrà portare salvezza in Sicilia dove i pozzi trasudano solo i veleni del ricatto e i miasmi di ipocrisie proprie di quel fondo dove si cade senza mai arrivare in fondo. Solo lo stato, dunque, con un commissario straordinario potrà portare rimedio in Sicilia. Un Cesare Mori, dunque, che si faccia carico della responsabilità politica per strappare finalmente dalle carni di Sicilia quelle due A. Autonomia e Antimafia che come flatus vocis sembrano parole bellissime ma che nell’applicazione gaglioffa altro non sono che due metastasi. E’ quel cancro cui la Sicilia non sa più opporre che chemioterapia di pura retorica.

Post scriptum. La quarta A, infine. La A di Agnus Dei. Mettetevi nei panni di un siciliano che la notte, quella dei morticini appena consumata nelle prime ore di questo giorno, pensa a Totò chiuso in cella. Ha pagato e paga per tutti, agnello sacrificale di tutta una storia dove chi gli è succeduto ha fatto al meglio il peggio, povero figlio stretto in catene e che solo la pietas della giustizia potrà accompagnare a un provvedimento veramente equo. Concedergli, infine, la possibilità di affidamento ai servizi sociali dove lui potrà fare quello che da sempre ha saputo fare – il ragazzo di parrocchia – e così restituirlo all’unico possibile risarcimento. Fare il Natale in casa Cuffaro.

© Il Foglio, 2 novembre 2013

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