Archivi della categoria: Solidarietà

Qualcosa che non mi torna rispetto a fare il “bene”

image-1Nel praticare il bene verso il prossimo (ciò che oggi semplifichiamo con il termine “volontariato”) alcuni si pongono in una posizione alquanto ambigua se non, in alcuni casi, pericolosa. Da un lato si beano in continuazione del fatto che loro, nel portare avanti la propria opera, non hanno bisogno di nessun’altra risorsa che non sia quella esclusiva dei volontari, dall’altro tendono a occupare tutti gli spazi possibili con atteggiamento egemonico. Il pericolo sta nel porsi e nel porre agli altri la propria azione come l’unica possibile, sottintendendo così come ogni altro tentativo abbia un valore infinitamente più piccolo rispetto al proprio.

Carità però è qualcosa di diverso dalla volontàLa carità origina da una gratitudine vissuta e sperimentata, la volontà invece dipende sempre e comunque dal sentire dell’uomo e dunque è soggetta agli umori di quest’ultimo. La carità non egemonizza, la carità condivide… non solo il “bene”, condivide anche e soprattutto i “beni”.

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“Cambiamo #Messina dal Basso”: tra #stampaprostituita e #donnezerutituli

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Non avranno ancora avuto il tempo di prenderne coscienza, da stamattina però le donne di Messina hanno una certezza in più. Comunicata loro direttamente dal “sindaco scalzo” in conferenza stampa. Grazie alla nomina del nuovo assessore, tale Sebastiano Pino, da oggi sappiamo che a Messina nessuna donna è all’altezza del super uomo che, siamo certi, ci stupirà in materia di Risorse del mare, Patrimonio, Politiche della casa e Politiche dello sport.

La prima a riportare le parole usate da Accorinti in conferenza stampa è stata la giornalista Gisella Cicciò la quale, sul proprio profilo Facebook, ha digitato: “…mi conoscete. Ho fatto battaglie a favore dei Rom e di tutte le categorie…come pensate che possa avere qualcosa contro le donne? Non ho nominato un’assessore donna solo perché non ne ho trovato una con le competenze di Sebastiano Pino”: e chi sarà mai questo super assessore? Lo scopriremo cammin facendo se davvero Pino è questo fenomeno descritto da Accorinti.

Da stamattina la rivoluzione messianica in salsa “free Tibet”, dopo “la stampa prostituita”, si arricchisce di una nuova figura sociale: qualcuno chiami il WWF per tutelare le #donnezerutituli.

@censurarossa

Articolo pubblicato su IMGPress.it

ACCORINTI & CO.: FACCIATOSTA E BUGIE

Clicca sull'immagine per vedere il servizio della RTP.

Giacomo Ricciardi e sua moglie Fatima

Lo scorso 12 aprile l’assessore Mantineo aveva solennemente dichiarato che “a seguito di un preventivo di 3800 (anche se la somma in realtà è 3400 euro. nda) euro l’assessorato, visto il caso disperato, è riuscito a reperire, nei fondi del capitolo delle politiche sociali, la somma utile per il trasporto. Già lunedì saranno attivate tutte le procedure” per il rientro della salma in patria.

A distanza di quasi due mesi, dalle bugie pronunciate da Mantineo, la salma dello sfortunato Giacomo Ricciardi si trova ancora in Marocco e se, nei prossimi giorni, la giovane vedova del ragazzo potrà darle degna sepoltura in città sarà solo grazie alla generosità di un anonimo italo-marocchino e all’intervento del consolato. Non certo grazie alle bugie di #Accorinti & Co.#Accorintidimettiti #Accorintihaiafaccichicaddi

La crisi ha portato al boom delle mense di carità

Migranti, padri separati, famiglie numerose, anziani… Attorno alle tavole della carità s’intersecano le storie dei nuovi poveri, ma anche tanti esempi di solidarietà concreta. Un libro traccia la mappa di un Paese che cambia

di Mimmo Muolo

Entrano in scena come i personaggi di un romanzo. Ognuno con la sua storia condita di affanni (molti) e speranze (poche, anche se dure a morire). Ma quello di Alessia Guerrieri –Quando il pane non basta. Viaggio nelle mense della carità (Ancora, pagine 158, euro 15,00, disponibile in e-book) – un romanzo non è. Anche se in un certo senso non gli mancano trama, colpi di scena, ritratti di buoni e cattivi e persino una specie di “lieto fine”.

L’ambientazione è ampia. Le mense di molte realtà del mondo cattolico. E cioè gran parte dell’Italia. Anzi, di una “povera Italia” segnata dalla crisi e dalla recessione. Su questa scena si muovono le diverse vicende narrate nel libro. C’è Abdul, ingegnere industriale marocchino, che vende rose nei ristoranti pur parlando cinque lingue. Mario, impiegato di banca torinese, separato e rovinato dai doveri del mantenimento. Alessandro, ex broker ridotto sul lastrico da speculazioni sbagliate. Elia, anziano maggiordomo delle star, che al momento di andare in pensione si è accorto che in pochi gli avevano versato i contributi e ha realizzato che una pensione lui non l’avrebbe avuta mai. E c’è la piccola Cristel, alla quale i genitori, disoccupati, sono costretti a raccontare una pietosa bugia: «Oggi si va al ristorante». Quando in realtà quello che frequentano più di una volta a settimana è appunto una delle mense di cui si parla nel libro.

Le loro storie poi si intrecciano con quelle di altra gente. Gente che aumenta. Perché la crisi morde più della fame e sono sempre di più quelli che per andare avanti devono affidarsi alle numerose reti di solidarietà del Belpaese. Ma qui c’è il colpo di scena. Si potrebbe pensare, infatti, al classico libro pietistico. E invece l’autrice, giornalista esperta di sociale e collaboratrice di “Avvenire”, racconta anche l’altra faccia della medaglia. Quella della speranza. Protagonisti questa volta sono i volontari che prestano il loro servizio nelle mense visitate da Guerrieri. Un esercito di ventiduemila persone di ogni età e classe sociale, dal quale l’autrice distilla nelle sue pagine volti e presenze a loro modo emblematici. La maggior parte sono operatori abituali. Stefano, da otto anni in servizio alla mensa Caritas del Casilino di Roma: «Quando non vengo a fare servizio – dice – sono io che mi sento più povero». Oppure Stefania, Itala, Marisa. E Luana: «Noi volontari partiamo dal presupposto che non salviamo nessuno. Stiamo solo accanto come farebbe un amico». Ma poi ci sono anche le sorprese. Come ad esempio gli studenti dell’Itis “Alessandro Volta” di Brancaccio, Palermo (non a caso il quartiere del beato padre Puglisi), che hanno scelto di trascorrere la loro gita scolastica venendo a servire per una settimana nelle mense di Roma.

Di ognuno l’autrice propone un ritratto a tutto tondo. Perché il volume, anche se composto in gran parte prima dell’elezione di papa Francesco, appare perfettamente in linea con la lezione del Pontefice. E quindi i poveri, e chi li aiuta, ce li fa guardare in faccia. «Questo libro dà voce a milioni di persone e di famiglie che si sentono dimenticate, ma anche a migliaia di volontari che camminano al loro fianco», scrive nella prefazione Andrea Riccardi, il fondatore di Sant’Egidio. E il direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, aggiunge nella postfazione: «Il viaggio in questa “Italia immergente” non dimentica nessuno, italiani e stranieri, padri separati e intere famiglie con bambini, anziani con figli e nipoti senza stipendio». Ma tutti «mantengono una straordinaria dignità».

C’è poi un valore aggiunto, che fa da sottofondo a tutto il viaggio. Guerrieri infatti offre al lettore anche le cause del fenomeno. Come si finisce a mangiare in una mensa per poveri? Prendete Alessandro, il broker sul lastrico. «Sono senza casa perché strangolato da un mondo che pensavo di domare e mi ha punito», confessa. Fino al 2008 guadagnava quasi cinquantamila euro al mese. Poi ha investito su titoli sbagliati e la recessione ha fatto il resto. Per Laura e Giuseppe di Torino, come per Nicola e Tiziana di Ascoli Piceno, la causa scatenante è stata la perdita del lavoro. Idem per Marilù, sessantenne badante peruviana. Lei è finita in mensa quando non ha avuto più anziani a cui badare. Ma la causa forse più sorprendente di tutte è quella che ha portato sui tavoli della carità Mario e tanti altri mariti separati. Dopo aver pagato gli alimenti ai figli, l’affitto per il nuovo miniappartamento e le bollette gli avanzano sì e no tre-quattrocento euro al mese.

Tutto qui? No, perché Alessia Guerrieri, dopo le storie in negativo, racconta anche l’esperienza dei vari banchi alimentari che raccolgono derrate per distribuirle alle famiglie in difficoltà. E alla fine del libro, quasi a segnare un approdo, appare il Villaggio della Speranza. Non il classico miraggio nel deserto, ma una realtà bella e buona. Brecciarola, vicino Chieti. Qui le suore Figlie dell’Amore di Gesù e Maria hanno impiantato venti villette prefabbricate e danno ospitalità a ragazze-madri, padri separati, anziani soli, coppie disoccupate sfrattate per morosità. Come si sostengono? Con i proventi dell’azienda agricola in cui il Villaggio è incastonato. Un esempio da cui ripartire nella “povera Italia” di oggi. Perché anche certi romanzi possono avere un lieto fine.

© Avvenire, 22 dicembre 2013

Il valore condiviso del volontariato d’impresa

di Andrea Di Turi

Ogni anno, il 10 dicembre, si celebra uno degli avvenimenti di cui l’umanità intera può andar fiera: la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Questa data di enorme carica simbolica è stata scelta da qualche anno da Edenred, società leader mondiale dei buoni servizio prepagati per le imprese, per organizzare attività di solidarietà nei Paesi in cui è presente. Con un evento, denominato Eden for All, in cui promuove fra i suoi dipendenti (circa 6mila nel mondo) iniziative di volontariato d’impresa a beneficio delle comunità locali. Un’attività, quella del volontariato d’impresa, che per un crescente numero di imprese sta acquisendo spazio e rilevanza all’interno delle politiche di responsabilità sociale d’impresa, o csr. Probabilmente anche in virtù dell’opportunità che il volontariato d’impresa offre al mondo profit e al non profit di dialogare, di conoscersi in profondità, agire congiuntamente nel concreto, arricchirsi di competenze diverse e, soprattutto, di riconoscere che alla base dell’uno e dell’altro è indispensabile e allo stesso tempo reciprocamente vantaggioso porre i medesimi valori universali. Come quelli, appunto, mirabilmente espressi nella Dichiarazione universale del1948.

Quest’anno, in Italia, per Eden for All è stata organizzata un’attività di raccolta di proventi a favore della cooperativa sociale La Fabbrica Olinda, costituita a Milano dal 1994 con l’intento di superare l’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini facendo impresa sociale, declinata in numerose attività: ristorante, ostello, servizi di catering e altro ancora. Compreso il laboratorio settimanale Le mani in Pasta, costituito da operatori del Dipartimento di Salute mentale dell’Ospedale Niguarda e da persone seguite dal Centro diurno, che si occupa di pre-lavorare a mano la pasta fresca per vari committenti. «Per la nostra società – ha commentato nell’occasione Andrea Keller, ad e direttore generale di Edenred Italia – la solidarietà è una componente fondamentale per integrarsi con le comunità in cui opera».

L’iniziativa a favore de La Fabbrica Olinda si inserisce nel programma internazionale di solidarietà Ideal Care, con cui Edenred mira a creare e mantenere nel lungo termine relazioni con le comunità, attraverso il supporto ad organizzazioni benefiche e l’incentivazione del volontariato dei dipendenti. Ma ad essere spesso coinvolti in queste iniziative, oltre ai dipendenti, sono anche altri stakeholder della società: clienti, affiliati, beneficiari. Nel 2012, Ideal Care complessivamente ha sovvenzionato quasi 300 organizzazioni benefiche, con contributi per circa 870mila euro, focalizzando la propria attività sugli aiuti alimentari, il supporto all’educazione e al rientro al lavoro. Ma si è occupato anche di raccolta di fondi e vestiti per persone disagiate e pensionati, di materiali scolastici e giocattoli per bambini, di organizzazione di eventi speciali a favore di orfani e malati, di aste di beneficenza, di donazioni di sangue. Il tutto all’insegna del motto ‘We care, we share’: prendersi cura è condividere.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

Un bambino su dieci è povero

di Luca Liverani

Un bambino ogni dieci è povero. Non in qualche ‘paese in via di svilup­po’, ma qui da noi, in Italia. E la cosa ancora più grave è che un disagio che cresce: nel 2007 era­no 550mila, ora sono un milio­ne, con un’accelerazione cre­scente, se nel 2012 sono au­mentati del 30% rispetto all’an­no precedente, un aumento che al Nord è addirittura del 43%. È una fotografia drammatica quel­la scattata dal dossier ‘L’Italia SottoSopra’, il 4° ‘Atlante del­l’Infanzia (a rischio)’ stilato da Save the Children e diffuso a Ro­ma, che sottolinea la stretta re­lazione fra povertà e bassi livelli di istruzione, competenze, salu­te, opportunità di bambini e ra­gazzi.

La povertà, per un milione e 344mila minori, significa disa­gio abitativo. Del milione di mi­nori in povertà assoluta, 650mi­la vivono in Comuni in default o sull’orlo del fallimento, e per la prima volta è di segno nega­tivo la percentuale di bambini presi in carico dagli asili pub­blici, scesa dello 0,5%. Il rap­porto, che elabora dati Istat, se­gnala anche che il 22,2% di ra­gazzini è in sovrappeso e il 10,6% in condizioni di obesità. Grassi i bimbi poveri? Sembra un paradosso, ma il cibo buo­no e lo sport costano e le fami­glie hanno ridotto i consumi e gli acquisti (-138 euro in media al mese), anche alimentari.

Per libri e scuola il budget è di 11 euro mensili nelle famiglie più disagiate, cifra 20 volte inferiore a quella del 10% delle famiglie più ricche. «In questa fase di cri­si – commenta Valerio Neri, di­rettore generale Save the Chil­dren Italia – i bambini e gli ado­lescenti si ritrovano stretti in u­na morsa: da una parte c’è la dif­ficoltà di famiglie impoverite, spesso costrette a tagliare i con­sumi, dall’altra c’è il grave mo­mento che attraversa il Paese, con i conti in disordine, la crisi del welfare, i tagli dei fondi al­l’infanzia, progetti che chiudo­no. In mezzo, loro». Per Save the Children «la febbre è troppo al­ta e persistente e i palliativi non bastano più, serve una cura for­te e strutturata». E la cura è «in­vestire in formazione e scuola di qualità. La recessione non è ini­ziata soltanto 5 anni fa in conse­guenza della crisi dei mutui sub­prime o degli attacchi speculati­vi all’euro – conclude Neri – ma affonda le sue radici nella crisi del ‘capitale umano’, determi­nata dal mancato investimento, a tutti livelli, sui beni più prezio­si di cui disponiamo: i bambini, la loro formazione e conoscen­za. Sotto questo aspetto, l’Atlan­te non offre solo una mappa di ciò che non va, ma mostra bene in controluce ciò che si può e si deve fare per rimettere a posto le cose».

Per consultare l’Atlante www.savethechildren.it, con la mappa delle diverse Regioni.

© Avvenire, 11 dicembre 2013

Oltre cinque milioni gli Italiani che hanno rinunciato al dentista

Sono 4,7 mln gli Italiani che hanno rinunciato alle visite specialistiche, 2,9 mln non riescono più a pagare gli esami di laboratorio mentre è del 22% l’aumento dei ticket sanitari nel periodo 2009-2012

di Giovanni Ruggiero

Sanità: si taglia o no? L’allarme è vivo. Con la riduzione gra­duale della spesa pagano già gli italiani: nell’ultimo anno 5,5 milio­ni di famiglie hanno rinunciato o ri­mandato le curie dentarie; 4,7 milio­ni hanno rimandato o rinunciato a vi­site specialistiche e 2,9 milioni hanno fatto a meno a esami di laboratori.

L’Associazione italiana ospedalità pri­vata (Aiop) che ha fornito questi dati è con il fiato sospeso. Un brivido il 14 ottobre scorso quando circolò la boz­za della legge di stabilità: avrebbe ta­gliato 2 miliardi e 650 milioni nel trien­nio 2014-2016. Il disegno di legge del giorno dopo, approvato dal Consiglio dei ministri, non conteneva la man­naia sanitaria. Ma che succederà? L’Aiop, presentando il rapporto an­nuale «Ospedali & Salute» (è l’undice­sima edizione), lo chiede al ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Poche illusioni: «Il Servizio sanitario nazio­nale – dice – intanto ha una certezza di budget di Stato, ma la nostra spesa pubblica è sicuramente minore ri­spetto ad altri Paesi». Da qui l’auspi­cio del ministro di trovare circuiti vir­tuosi, privilegiando, tra l’altro, la ri­cerca: «Veniamo da un lungo periodo – aggiunge – in cui tutte le istituzioni di questo Paese sono state demolite e tra queste, a torto, anche quelle scien­tifiche. È fondamentale che le istitu­zioni della ricerca acquistino la loro credibilità». Questo impegno, lascia intendere, denoterà anche il semestre europeo a guida italiana.

La sanità è alle strette, nota il presi­dente dell’Aiop, Gabriele Pelissero, e mostra i dati non confortanti dell’ul­timo rapporto. Eccone alcuni: lievita­zione dei ticket sanitari (22 % dal 2009 al 2012) per diagnostiche e visite spe­cialistiche, aumento dei ticket dei far­maci (63 % negli stessi anni), incre­mento del ricorso al pagamento del­le prestazioni intra moenia (51 % dal 2011 al 2012), impennate delle addi­zionali Irpef regionale che hanno toc­cato punte del 77 per cento. Di con­tro, lo Stato non s’è mostrato di mani­ca larga: la spesa pubblica pari a 61,6 miliardi (il 7 % del Pil) è la più bassa rispetto alla media Osce e dei Paesi del G7. «In questa situazione – è l’allarme Aiop – diventa sempre più difficile so­stenere il sistema sanitario italiano». È impensabile per l’associazione ri­nunciare a questo sistema per intro­durre quello delle assicurazioni indi­viduali che la famiglia italiana non po­trebbe permettersi. L’Aiop ha fatto bene i conti e sostiene che se lo Stato favorisse l’ospedaliz­zazione privata risparmierebbe sulla spesa complessiva. Calcolatrice alla mano: «Se dalla spesa degli ospedali pubblici – ragiona l’Aiop – si potesse­ro eliminare 4 miliardi di inefficienze, si scenderebbe da 52,7 a 48,1 miliar­di, mentre se quella dei privati accre­ditati aumentasse da 8,9 a 10,6 mi­liardi si arriverebbe a una spesa com­plessiva di 58,7 miliardi invece degli attuali 61,6 con un risparmio di 4,6 % rispetto a oggi».

Rimediare come? Pelissero indica due strade: «La prima: inserire una forte dose di trasparenza e semplificazio­ne nei sistemi regionali a partire dal­l’obbligo di compilazione di bilanci comprensibili per tutte le aziende sa­nitarie. La seconda: ritorno al paga­mento a prestazione di tutte le attività specialistiche e ospedaliere con tarif­fe eque e uguali per tutte mettendo fi­ne al pagamento a pie’ di lista di de­biti e deficit».

© Avvenire, 11 dicembre 2013

Uno tsunami solidale per sfamare il mondo

«Una sola famiglia, cibo per tutti»: la campagna mondiale della Caritas. L’iniziativa sostenuta da un video messaggio di Papa Francesco che esorta a «non girarci dall’altra parte»

di Salvatore Mazza

È partita lunedì – all’alba di quello che per noi era ancora ‘ieri’ – da Sa­moa, e a quest’ora ha già attraver­sato il pianeta. Bangladesh, Giordania, Grecia, Bosnia, Italia, Africa, America La­tina, Stati Uniti, Canada. Un’onda di pre­ghiera, e mai come questa volta si può spe­rare che diventi uno tsunami, per unire tutto il mondo nella lotta contro la fame. È la campagna globa­le che con lo slogan ‘Una sola famiglia, cibo per tutti’ la Cari­tas internationalis ha presentato ieri a Roma, sostenuta dall’«appoggio convinto» di Papa Francesco che in un suo vi­deomessaggio (che abbiamo pubblicato ieri su queste pagine) esorta, di fronte a questo «scandalo mondiale» che coinvolge «un miliardo di persone», a «non girarci dall’altra parte e far fin­ta che questo non esista. Il cibo a disposizione nel mondo ba­sterebbe a sfamare tutti». Con questa iniziativa, ha spiegato il segretario generale di Ca­ritas internationalis, Michel Roy, «vogliamo spingere i governi del mondo a onorare i loro impegni, visto che l’obiettivo di svi­luppo del millennio che prevedeva di dimezzare, entro il 2015, il numero di persone che soffrono la fame nel mondo, molto probabilmente non verrà raggiunto». Tre gli assi portanti della campagna, che ognuna delle 164 Caritas nazionali coniugherà a modo suo con iniziative ed eventi: «Educare e mobilitare per­sone e governi; agire attraverso progetti concreti; partecipazio­ne dei poveri». Un «movimento così globale può portare il cam­biamento necessario», secondo Roy, che ha spiegato come, tra le sue date importanti, avrà anche la par­tecipazione all’Expo di Milano nel 2015. Alla conferenza stampa avrebbe dovuto essere presente anche il cardinale Peter Kodwo Turkson, presidente del Pontificio Consiglio giustizia e pace, che tuttavia ie­ri era in Sud Africa quale inviato del Pa­pa al funerale di Nelson Mandela. E pro­prio all’esempio di Madiba, che «crede­va e lottava affinché i diritti e i bisogni di tutti fossero rispettati», ha richiamato Turkson nel messaggio inviato alla presentazione della cam­pagna, la quale, ha scritto, «ci invita tutti a seguire il suo esem­pio, perché quando viviamo come fossimo una sola famiglia il cibo per tutti c’è». Padre Ambroise Tine, segretario esecutivo di Caritas Senegal, ha fatto notare che in Africa e in Europa «man­cano oggi leader come Mandela, che sanno l’importanza della giustizia e della pace per il rispetto della dignità e dello svilup­po dei popoli». Tanto più che, come hanno messo in evidenza don Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana di Roma, e Ferruccio Ferrante, di Caritas italiana, il problema tocca anche le società sviluppate come la nostra, nella quale si stimano in circa quattro milioni le persone in povertà alimentare. Le sole Caritas diocesane promuovono 111 mense sociali, che distri­buiscono 1 milione e mezzo di pasti l’anno. Non solo: «Negli ul­timi anni c’è stato un aumento di richieste di aiuti alimentari, dal 40 al 60%, che arriva al 75% se si considerano tutti gli aiuti materiali». Nella sola Roma, ha ricordato Feroci, nel 2012 sono stati forniti aiuti alimentari a 3.805 persone, per un valore di 1 milione e 220mila euro.

© Avvenire, 11 dicembre 2013

Morti di Lampedusa: consigli non richiesti ad Alfano e Letta

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Barcone di immigrati in cerca di fortuna

Ha suscitato orrore e sgomento la morte che numerosi migranti, in fuga per svariate ragioni dai loro Pesi d’origine, hanno trovato davanti le acque antistanti l’isola di Lampedusa. Era ad un passo dall’essere acciuffata la tanto agognata meta del loro lungo e faticoso viaggio, eppure non sono riusciti a giungervi sani e salvi. Ora – al di là della retorica boldriniana del “tutto questo non deve mai più accadere” o del qualunquismo kyengiano secondo il quale basta modificare o cancellare la legge Bossi-Fini per risolvere il problema delle morti in mare – la consapevolezza che tutti noi abbiamo è la stessa che il ministro dell’Interno ha espresso, con voce strozzata dalla commozione, riferendo alle Camere, ovvero che non vi è nessun elemento che possa indurre a ritenere quella di giovedì come l’ultima tragedia che si consumerà in mare. Il realismo del ministro è dettato da evidenti ragioni: l’Europa non si è mai voluta occupare seriamente del problema immigrazione, il fallimento del Frontex è sotto gli occhi di tutti, e poi, diciamolo francamente, gli immigrati non interessano a nessuno.

L’Italia, questa è la certezza più evidente, dovrà continuare a occuparsi da sola di questa immane tragedia umanitaria e allora tanto vale farlo nel migliore dei modi. Proprio per questo ci permettiamo di avanzare dei suggerimenti non richiesti al ministro Alfano e al presidente del Consiglio Letta. Il suggerimento è questo: i viaggi della speranza sono gestiti da organizzazioni criminali che speculano sulle disgrazie e sulle vite di persone che si spostano in cerca di miglior fortuna, perché allora non pensare di togliere questo business ai malavitosi e farlo gestire direttamente all’Italia? Basterebbe istituire un ufficio umanitario, magari a Lampedusa, dove gli aspiranti emigranti possono chiamare dal loro Paese e prenotare il viaggio che pagherebbero molto meno di quel che gli viene richiesto dai trafficanti di morte. Raggiunto il numero necessario, con dei voli charter, si porterebbero in Italia. Sbrigate poi le pratiche di riconoscimento e burocratiche li si smisterebbe nei Paesi che intendono raggiungere o in Italia nel caso in cui qualcuno decidesse di rimanere nel nostro Pease. Così facendo si otterrebbero due risultati meritori: si eviterebbe la morte di migliaia di innocenti e l’Italia introiterebbe i ricavi che attualmente sono destinati a criminali che alimentano altro crimine.

L’idea è semplice, basta avere il coraggio di metterla in pratica.

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