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Una nuova Lepanto sarà possibile?

I terroristi sono alle porte dell’Italia. “Siamo a Sud di Roma” hanno annunciato quelli dell’Isis e noi, anziché rispondere con un perentorio: “Siamo a Nord della Libia e stiamo arrivando per asfaltarvi”, abbiamo risposto nel solo modo in cui sappiamo rispondere: la codardia! I tempi sono mutati ma noi, come ha dichiarato recentemente il card. Scola, continuiamo a guardare quel che sta accadendo nel mondo islamico «con il nostro tipico atteggiamento borghese» ovvero «seduti sulle nostre belle poltrone con il whiskey in mano, dicendo chi sbaglia e come, e risolvendo i problemi in quattro e quattr’otto».
 
I tempi sono cambiati, ma dalle nostre parti si preferisce continuare come se nulla fosse. Si minaccia la guerra, salvo poi farsela sotto; i soliti pacifintiborghesi di sinistra inneggiano, come sempre, a inutili interventi di peacekeeping; l’Europa, nel completo delle sue istituzioni, tergiversa perché non sa minimante che decisione adottare; l’America ha tutto l’interesse affinché l’Europa sia scenario di nuove guerre (vedi la crisi in Ucraina) e il Mediterraneo la solita instabile melma sociale ed economica. Non dimentichiamo, inoltre, che la Libia oggi è quella che è per la scellerata guerra che Francia, America e Napolitano hanno voluto muovere nei confronti del colonnello Gheddafi, il quale poteva avere tutti i difetti di questo mondo, ma il territorio sapeva bene come controllarlo.
 
Grazie ai soliti illuminati della sinistra radical-chic, che hanno individuato in Gheddafi l’uomo da abbattere a tutti i costi (era pure amico di Berlusconi!) per costruire un mondo più giusto (quando finiremo per dare ascolto ai sinistrati sarà sempre tardi!), oggi non solo ci ritroviamo con focolai di guerra sparsi per tutto il nord Africa, ma ci tocca porre rimedio a un disastro che ogni probabilità avrà conseguenze nefaste per noi tutti.
 
Quel “siamo a sud di Roma” non è appena un annuncio: è un monito! Un monito che non dobbiamo commettere l’errore di sottovalutare. Purtroppo la reazione della politica italiana lascia presupporre che tale monito sarà l’ennesimo campanello d’allarme lasciato cadere del vuoto. Anni e anni di governo mondiale plasmato da una becera cultura progressista non ci consentirà di intervenire come dovremmo contro i terroristi dell’Isis.
 
Siamo stati svuotati di ogni significato, le nostre vite oggi poggiano quasi esclusivamente sull’aspetto materiale della realtà, il fattore metafisico si è fatto di tutto per cancellarlo dal nostro orizzonte di vita e non abbiamo più nulla per cui valga veramente la pena lottare. Non è un caso che oggi il filosofo francese Fabrice Hadjadj, in un bellissimo articolo pubblicato sul settimanale Tempi, affrontando la minaccia che l’Isis rappresenta per l’Occidente, ha posto una domanda a tutti noi: “Abbiamo ragioni forti affinché San Pietro non conosca la stessa sorte di Santa Sofia?”. E’ evidente che il nostro futuro sarà fortemente segnato dalla risposta che riusciremo a dare all’interrogativo posto da  Hadjadj.
 
Nell’attesa di riuscire a trovarla questa risposta non ci rimane che aggrapparci e pregare per il vescovo di Tripoli, che ha dichiarato di non avere nessuna intenzione di lasciare la città, e per tutti i suoi cristiani nella speranza che il loro coraggio e il sangue del loro martirio svegli le nostre coscienze.

@censurarossa

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Il Natale deve essere cancellato!

20131227-173549.jpgLo ammetto: sono stato tentato dall’acquistare “L’infanzia di Gesù”, l’ultimo romanzo scritto dal sudafricano J. M. Coetzee. Sono stato tentato, ma ho desistito. Non è detto però che, finite le feste natalizie, non mi rechi in libreria ad acquistarlo, incuriosito come sono dalla sinossi e dalla frase finale del libro che è di sicuro effetto per chi nutre interessi di tipo religioso: se il Messia tornasse oggi saremo in grado di riconoscerlo?

L’interrogativo di Coetzee devono essere in molti a porselo considerato che tutti gli anni, in prossimità del Natale, non si contano i titoli dei libri dedicati alla figura di Gesù che vanno ad occupare gli scaffali delle librerie. Secondo Andrea Colombo, che su Libero ha dedicato un articolo al tema, quest’anno sono almeno 5 i titoli di scrittori importanti dedicati a Gesù: “Gesù è davvero esistito?” di Bart D. Erhman (Mondadori, pag. 366, € 19), “Tornare a Gesù” di Hans Kung (Rizzoli, pag. 254, € 20), “Gesù il ribelle” di Reza Aslan (Rizzoli, pag. 342, € 19,50), il già citato “L’infanzia di Gesù” di J. M. Coetzee e infine “Lo spirito del Natale” di Gilbert K. Chesterton (D’Ettoris, pag. 144, € 12,90).

Visti i nomi e i titoli, per chi non ha particolari preferenze o conoscenze letterarie, c’è davvero l’imbarazzo della scelta. L’interrogativo posto da Coetzee, però, richiamando il versetto 8 del capitolo 18 di Luca e il titolo di un libro scritto da Papa Benedetto XVI, pone una discriminante non di poco conto rispetto alla scelta da compiere. Chi, infatti, riconobbe in modo limpido e sincero la venuta di Gesù sulla terra è stato sicuramente quel gran simpaticone di Chesterton e dunque la scelta a questo punto pare obbligata. Bisogna davvero ringraziare la D’Ettoris Editori per quest’importante pubblicazione che consente, a chi vuole, di recuperare il vero senso del Natale.

“Lo spirito del Natale” è una raccolta di testi scritti scritti agli inizi del secolo scorso, nel pieno della temperie ateistica, attraverso i quali l’autore di “Ortodossia” recupera “i santini della nonna, in una visione di senso comune, ma non ingenua, del cristianesimo”
. La temperie ateistica vissuta dallo scrittore inglese ha impressionanti punti di similitudine con l’avanzato processo di secolarizzazione in atto in tutto l’Occidente, cui ci tocca assistere nostro malgrado. La “tradizione”, che lungo i secoli ha forgiato la nostra civiltà, oggi è fortemente messa sotto attacco come fosse qualcosa dalla quale liberarsi per giungere infine alla completa modernità cui il mondo aspira, ma che sembra essere ostacolata da quella antica pratica che qualcuno definì “oppio dei popoli”.

Oggi il Natale viene vissuto con un certo fastidio da parte dell’intellighenzia di stampo radical-chic e l’avversione agli addobbi natalizi delle città, manifestata e attuata da molte amministrazioni comunali italiane, ne è la prova più evidente. Il Natale deve essere cancellato proprio perché, come scrive Chesterton, “il Natale è inadatto alla vita moderna: la sua attenzione alla famiglia al completo fu concepita senza tener conto della dimensione e delle comodità dell’hotel moderno; il suo retaggio di rituali prescindeva dall’attuale consuetudine consolidata di conformarsi all’anticonformismo; il suo appello all’infanzia era in conflitto con le idee più progressiste sul concepimento; in base al Natale, i Bright Young Things dovrebbero sempre sentirsi vecchi e parlare come se fossero insulsi. Quella scuola di buone maniere più libera e più schietta, che consiste nell’annoiarsi con chi c’è e nel dimenticare chi non c’è, è irrisa, nella sua prima parte, dalla vecchia abitudine di bere alla salute di qualcuno e di scambiarsi gli auguri, e, nella seconda parte, dall’abitudine di scrivere lettere o spedire cartoline di Natale“.

Il Natale rappresenta per il mondo un gran fluire di significato. Il fatto che Dio abbia però deciso di farsi uomo tra gli uomini, nel tentativo di rendere lieta l’esistenza terrena di ciascuno di noi, infastidisce chi invece vede nell’incarnazione del Mistero un limite alla propria istintività e non invece la grande misericordia di un Padre che vuole la felicità dei propri figli.

Sarà pure «un ostacolo al progresso», «una superstizione», «un relitto del passato» e per questo il Natale deve essere cancellato, ma ancora oggi per molti, compreso chi scrive, il Natale “continua a ergersi dritto, integro e spiazzante: per noi rappresenta una cosa ben precisa, per gli altri un marasma d’incongruenze. Il Natale giudica il mondo moderno, perciò vogliono che se ne vada. Infatti sta andando” e c’è da scommettere che andrà sempre più forte fintanto che ci saranno editori come D’Ettoris che avranno il coraggio di pubblicare opere e autori assolutamente anticonformisti come G. K. Chesterton che ci richiamano al vero senso del Natale.

Qui si sta con Costanza Miriano!

Impressiona la china chiaramente totalitaria verso cui sta scivolando l’Italia. Nel nostro Paese c’è in atto un chiaro tentativo di limitazione della libertà di espressione e di parola per tutti coloro che non si intendono conformarsi all’ideologia gender che ha connotati davvero pericolosi. Basti pensare che l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali del Ministero delle Pari Opportunità non fa in tempo a pubblicare le «Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT» (linee che, detto per inciso, sono alla stregua della famosa censura operata dal fascismo nei confronti dell’informazione non allineata al regime), che già la macchina del fango e della censura è pesantemente all’opera contro una delle più interessanti scrittrici dei nostri giorni.

Il riferimento è alla brava Costanza Miriano, giornalista Rai e autrice di due veri e propri casi letterari quali “Sposati e sii sottomessa” e “Sposala e poi muori per lei”. Due libri, quelli scritti dalla Miriano, dai contenuti chestertoniani dunque ironici e allo stesso tempo piacevoli da leggere. Ebbene, capita che l’autrice dei summenzionati libri venga inviata da Cruciani a intervenire nell’ascoltatissimo programma La zanzara in onda su Radio24, che all’interno di ampie riflessioni sui temi della famiglia, dell’omosessualità, dai gay e delle unioni tra questi ultimi pronuncia una banale frase, che immediatamente scatta la censura e la macchina del fango da parte delle lobby gay e gender tutta a tesa a screditare una brava giornalista e, ripetiamo, una delle più interessanti scrittrici dei nostri giorni.

Tutto questo ovviamente avviene nel silenzio dei media e senza che nessuno apra bocca. Invece dovrebbe apparire quantomeno intollerabile che in un Paese libero e civile come l’Italia si voglia limitare a qualcuno la possibilità di esprimere il proprio pensiero su argomenti che riguardano il vivere civile proprio e di un intero popolo. Ed è per questo che difendiamo e solidarizziamo con Costanza Miriano: difendere la sua libertà oggi significa difendere la libertà di tutti noi da un neo fascismo montante che vuole omologarci al pensiero dominante.

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Apocalisse a DAMASCO

di Pietrangelo Buttafuoco

Domani, quando sarà già il tempo ultimo – culmine di tutti i giorni, vigilia del Dì del Giudizio – a Damasco tornerà Gesù. Apparirà nella terra dove tutto è guerra, proprio quando tutto sarà solo guerra, scenderà nel minareto bianco della Moschea degli Ommaydi, che per questo porta il suo nome; e dalla Siria, il Cristo, muoverà a cavallo verso Gerusalemme, dove sconfiggerà l’ Anticristo. Così sarà secondo il vaticinio attestato dalla tradizione islamica, ed è il segreto intimo e remoto di tutti i musulmani che attendono il ritorno del figlio di Maria, Spirito di Allah, «eminente in questo mondo e nell’ Altro» secondo il Corano. Nella città della Cupola della Roccia, dunque, da dove Maometto si alzò in volo per conoscere la promessa dei cieli e lo spavento dell’ inferno, memoria di quel viaggio fatto in groppa al Buraq (la prima non occulta fonte della Divina Commedia di Dante), Cristo – secondo la tradizione sciita – incontrerà il Mahdi, ovvero “il ben Guidato”, e con lui metterà pace sulla terra. Per i sunniti, invece (la maggioranza della comunità islamica), Cristo e il Mahdi sono la stessa persona. Per sunniti e sciiti, comunque, l’ interpretazione sulla battaglia finale coincide. Gesù sconfiggerà il nemico, per quaranta anni governerà su tutta la terra e poi morirà. Gesù, dunque, che nei secoli della storia, asceso al cielo, non è mai morto (neppure sul Golgota, quando Allah seminò la confusione presso i suoi carnefici dando loro l’ illusione di crocifiggerlo), dopo il suo regno avrà morte carnale e verrà sepolto a Medina accanto a Maometto per risorgere insieme a lui nel giorno del Giudizio Universale. Damasco non è dunque un dettaglio: il minareto di Gesù si trova appunto nella moschea siriana dove Giovanni Paolo II, il 6 maggio del 2001, si recò a pregare trascinando tutto il peso della sua sofferta vecchiaia innanzi alla tomba di Giovanni, il Battista, lì seppellito. E l’ intera Siria non è un elemento secondario nella teologia islamica. Per l’ islam, infatti, oltre che il punto chiave del capitolo finale – ampiamente citata nelle fonti dei sapienti e degli esegeti tra i “segni” – è anche luogo d’ avvio della Rivelazione. La Siria, nel sentimento musulmano, è Bosra, la città dove aveva eremo Bahira, il monaco cristiano che, per primo nella storia, riconobbe il Sigillo della Profezia in Maometto ancora bambino. Dal suo monastero, Bahira vide le palme piegarsi per fare ombra su un caravanserraglio, poi vide muoversi una nuvola – in una giornata di caldo irreparabile – che sembrava volesse riparare dal sole qualcuno. Allora il monaco interrogò gli uomini della carovana e scoprì con loro un orfano nelle cui carni era impresso il segno della volontà di Allah. «Proteggetelo», raccomandò Bahira ai mercanti in viaggio lungo quella rotta, «affinché non venga perseguitato come Gesù». Bahira, nella cristianità, venerato dagli ortodossi slavi, è riconosciuto santo col nome di Sergio e risulta di fatto dimenticato in Occidente (è un santo letteralmente cancellato dal novero, forse l’ unico caso) per lo scandalo di aver stabilito già nel VI secolo islam e cristianesimo “come raggi della stessa luce”. La geografia coincide con la viva vena di una storia antica resa attuale nelle cronache di queste ore. Lo stretto legame delle due religioni si ravviva quando, nella poetica visione degli sciiti, perfino le quattro braccia della Croce sono “parusia”, l’ evento di ciò che è. Secondo Abu Ya Qub Sejestani, sapiente persiano del IV secolo, nell’ intersecarsi del Legno e nelle quattro parole d’ attestazione della fede islamica (il Tawhid), c’ è il simbolo del medesimo segreto: la parusia, l’ appalesarsi del divino che avverrà al termine della “notte dell’ umanità”. E la croce del Golgota arriva proprio dalla Siria. È quasi come un prologo in cronaca rispetto a ciò che preparano i cieli, che sembra addensarsi nel sentimento del mondo islamico; e non c’ è credente nell’ islam, oggi, che non abbia fatto- quasi a svelare un retroscena teologico nella tragedia siriana in corso – un pensiero sulla descrizione dei tempi ultimi. L’ avversario del Mahdi, l’ Anticristo – il cui nome in arabo è Dajial – avrà la caratteristica di proclamare nel nome dell’ umanitarismo i sentimenti di giustizia, di pace e l’ uguaglianza di tutte le religioni allo scopo di salvare i popoli. L’ Anticristo, secondo la religione islamica, sarà convincente, benevolo ed etico. Sarà forte di tutte le virtù civili e l’ intero mondo guarderà a lui affascinato. Si presenterà al cospetto del mondo come musulmano, ma il Dajial, l’ Avversario, seminerà la confusione nella comunità dei credenti accendendo la “fitna”, ovvero “la separatezza”, la guerra fratricida. La Siria, denominata nell’ esegesi coranica Sham (una regione che comprendeva anche il Libano, la Palestinae la Giordania), secondo il racconto delle raccolte sciite sarà teatro di un’ altra figura demoniaca denominata Sufyani, un discendente di Abu Safyan, nemico di Maometto; e nel Libro dell’ occultazione di An-Numani i capitoli sul tema del “tempo ultimo” sono espliciti. L’ imam Alì disse: «Ci sarà un terremoto nello Sham dove più di centomila persone moriranno. Quando ciò avverrà vedrai i cavalieri dei cavalli grigi con bandiere gialle provenire dall’ occidente e si fermeranno nello Sham. Ci sarà grande terrore e morte rossa. Poi vedrai sprofondare un villaggio presso Damasco chiamato Harasta. I mangiatori di fegati siederanno sul pulpito di Damasco. Allora tornerà il Mahdi». Quella dei “mangiatori di fegati”è una pratica purtroppo vista anche di recente, nei filmati diffusi dai “ribelli”, e i riferimenti simbolici rispetto agli eventi in corso in Siria confermano nell’ opinione dei musulmani l’ approssimarsi della “notte dell’ umanità”. Anche in tempi a noi più vicini, con il filosofo musulmano francese René Guénon, la regione dello Sham, ritorna tra le mappe sapienzali come “punto sensibile” di controiniziazione del mondo, precisamente una delle “Sette torri del Diavolo”. È un capitolo della cultura tradizionale questo delle Sette torri, ed è quasi una sorta di cartografia della geopolitica dove salta agli occhi un fatto: l’ ubicazione dei luoghi, dall’ Iraq alla Siria, per non dire del Sudan e della Nigeria, corrisponde ai teatri dei conflitti nell’ epoca a noi attuale. La successione dei cieli, le età vivificanti secondo la Rivelazione coranica, riscatta il tempo. È la nostalgia di un’ età il cui albore è armonia. Tutta la storia a noi contemporanea, dal punto di vista islamico, ha in controluce la profanazione dei luoghi sacri. Così dalla Guerra del Golfo, dove i cingolati americani calpestarono la sacrissima penisola arabica, fino alle Primavere Arabe consumate lungo il percorso che dalla Libia (sede del Tempio di Ammone), oltre l’ Egitto e poi ancora una volta in Siria, ripercorrono – fino a Elia Capitolina (ossia Gerusalemme) – il pellegrinaggio di guerra e vittoria di Iskander (è il Bicorne che fondò Iskandria, di cui si legge nel sacro Corano e da più fonti identificato in Alessandro il Macedone), che ha lasciato in eredità alla scienza tutta militare dell’ impero: «Chi vuole la Persia deve passare dalla Siria». Per i musulmani, la cui prospettiva storica è ovviamente metafisica, lo scontro di civiltà dell’ Occidente (a partire dalla passeggiata di Sharon alla spianata delle moschee di Gerusalemme) diventa angoscia da “fitna”, la guerra fratricida all’ interno della comunità dei credenti. Ed è ciò che nella forma più spaventosa sta accadendo in Siria, una dura prova che oggi porta l’ intero universo islamico all’ estremo appuntamento col Millenarismo. E col realismo della strategia politica. Un preludio e un postludio di un’ eternità ritardata. C’ è un patto di cavalleria mistica che rende il Mahdi e Gesù responsabili l’ uno dell’ altro. Ma c’ è pur sempre un prologo in cronaca, visionabile su Youtube, rispetto a ciò che attendono i cieli. Domani, quando sarà il tempo ultimo.

La Repubblica, 16 ottobre 2013

Ungheria: il passato che si fa presente

Le notizie circa le insurrezioni di piazza provenienti dall’Ungheria non possono che risuonare paradossali, soprattutto se si pensa che esse giungono proprio nel mese in cui a Budapest si celebra il cinquantesimo anniversario della rivolta antisovietica.

Tra l’attuale insurrezione dei giovani budapestini, che manifestano contro il governo guidato dal mentitore confesso Ferenc Gyurcsany, e la rivolta popolare che, a metà del secolo scorso, vide gli abitanti della capitale magiara sollevarsi contro il più spietato e sanguinoso regime filosovietico dell’Europa dell’Est, “c’è – come ha scritto Enzo Bettiza su “La Stampa” – un perverso filo storico che sembra congiungere il 1956 con il 2006, dopo mezzo secolo dalla rivoluzione. In Ungheria, ma anche in Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca c’è la voglia di chiudere definitivamente i conti con il totalitarismo comunista e i suoi eredi, conti che non sono stati fatti fino in fondo nel 1989”.

E in molti sono coloro, anche in Italia, che questi conti sino in fondo si ostinano a non volerli fare, preferendo la mistificazione alla verità. E a nulla vale manifestare il proprio pentimento, per aver militato in quel partito che per mano del potente segretario di allora, il famigerato Palmiro Togliatti, non solo giustificò ma addirittura autorizzò l’invasione dell’Ungheria, se questo non lo si fa poggiare su solide basi culturali. Non foss’altro perché come afferma un personaggio del famoso romanzo di MichailBulgakov, “Il Maestro e Margherita”, «i fatti sono ostinati» e prima o poi ripropongono, in una sorta di tragicomica ripetitività, i nodi che l’uomo si rifiuta di affrontare o risolvere.

Cos’è allora che permette di giudicare un pentimento vero e utile a tutti e di non considerarlo alla stregua di un mero gesto di facciata?

In generale ci si pente nel momento in cui si riconosce che rispetto ad una determinata questione si è commesso un errore. Il pentimento non è mai avulso dal contesto in cui si inscrive e avviene all’interno di un cammino che giorno dopo giorno conduce l’uomo ad abbracciare la verità.

Prendendo in considerazione i “fatti d’Ungheria”, anche e soprattutto alla luce di quanto sta avvenendo oggi nella capitale magiara, sarebbe il caso che finalmente si dicesse, una volta per tutte, che a far crollare il comunismo è stato il comunismo stesso. Non è vero che esso è crollato per colpa della onerosa e perdente gara condotta contro il capitalismo occidentale, come ancor oggi si tende a far credere, anzi è vero proprio il contrario. Sino all’ultimo, infatti, America ed Europa, ossessionate com’erano dalla cosiddetta guerra fredda che vedeva i “blocchi contrapposti” perennemente sull’orlo dell’abisso atomico, spinsero affinché si riuscisse, attraverso la conversione alla semidemocrazia di un comunismo riformato e salvato, a conservare lo status quo, con l’Urss e i satelliti abbracciati in un sorta di autoritarismo morbido.

Per anni l’Occidente si è lasciato cullare da questa specie di sogno machiavellico secondo cui per uscire dalla guerra fredda, senza violente scosse, molto più ragionevole sarebbe stato trattare con un male addolcito piuttosto che fare i conti con un bene ignoto.

Questa balzana idea nacque perché l’Occidente era fortemente suggestionato dalla paura. Ma “la paura – come si legge nell’ultimo editoriale de “La Nuova Europa” – mille volte invocata a giustificare l’ignavia o l’indecisione del cosiddetto mondo libero, non è mai stata in realtà la vera responsabile di nulla. […] Se i sistemi totalitari e le loro ideologie hanno potuto tenere in ostaggio il mondo libero col ricatto della paura – veniva chiamato “equilibrio del terrore” – se ancora oggi possiamo essere tenuti in ostaggio dalle minacce di un nuovo terrore, è solo per un malinteso che ci fa temere uno scontro là dove ci sarebbe soltanto da dire la verità. […] Allora si fu portati a credere che fosse in atto uno scontro fra due sistemi omogenei, uno dei quali si prendeva l’Ungheria mentre l’altro si prendeva Suez. […] Oggi come allora non ci si rende conto che un sistema totalitario (e il terrorismo) ha una eterogeneità radicale rispetto a ogni altro sistema, non foss’altro perché in ogni altro sistema i delitti sono sempre delitti, mentre in un sistema totalitario diventano opere umanitarie, e la realtà che contrasta con questa interpretazione non solo non deve essere presa sul serio ma deve essere eliminata. […] Così da una parte c’è un nichilismo che tutto distrugge e dall’altra un nichilismo che non sa proteggere nulla. E la paura sembrerebbe di nuovo diventare invincibile, se non fosse che può essere vinta: […] perché la realtà è più grande di tutte le interpretazioni che ne possiamo dare, e proprio per questo è il vero nemico di ogni sistema totalitario: perché non fatta da mano d’uomo non si lascia ridurre a nessuna delle interpretazioni che l’uomo si inventa”.

Il desolante guaio dei nostri giorni è che queste cose alla gente e ai giovani non le dice nessuno, anzi c’è ancora chi si ostina a ragionare per contrapposizioni definendo, come ha fatto Tommaso Di Francesco dalle colonne de “Il Manifesto”, “xenofobe e«cristiane»” le patrie il cui potere attualmente è detenuto da ex comunisti che astutamente si sono riciclati politicamente e si omette di scrivere che fu proprio Papa Pio XII, come ricorda Benedetto XVI nella lettera che ha inviato al presidente della Repubblica László Sólyom in occasione del 50° anniversario dell’insurrezione, che “attraverso ben quattro vibranti interventi pubblici, chiese con insistenza alla Comunità Internazionale il riconoscimento dei diritti dell’Ungheria all’autodeterminazione, in un quadro di sostanziale identità nazionale, che garantisse la necessaria libertà”.

Di Tommaso forse non si rende conto che così facendo lui e quelli che ragionano come lui non fanno altro che alimentare odio in chi li segue, secondo una visione che purtroppo richiama alla memoria tristi ricordi della mentalità staliniana.

Cattivi maestri? Assolutamente sì!

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