Archivi tag: Avvenire

Il Sud Italia in profonda crisi: per le imprese è un Mezzogiorno di fuoco

Dal Rapporto Confindustria si evince che al Sud in sei anni sono andati in fumo 43 miliardi di Pil. L’economia del Meridione paga un conto carissimo alla crisi e i fondi europei rappresentano l’ennesima occasione sprecata. Per il ministro Trigilia spesso «i comportamenti della Pa non sono efficaci ed efficienti» fatto sta che le difficoltà del Meridione a superare la congiuntura negativa sono evidenti e dal 2007 a oggi si sono persi ben 600mila posti di lavoro e 30mila imprese A pagare il prezzo più alto sono state le aziende piccole: per loro il fatturato è calato del 9,3%

di Giuseppe Matarazzo

I numeri sono da bollettino di guerra. L’eco­nomia del Mezzogiorno già fortemente de­pressa di suo, al termine di sei anni di crisi, dal 2007 al 2013, si è polverizzata: persi 43,7 mi­liardi di euro di Pil, 30mila imprese e 600mila posti di lavoro. I dati arrivano da Confindustria – Studi e Ricerche per il Mezzogiorno pubbli­cati nel volume ‘Check up Mezzogiorno’. Un’a­nalisi dettagliata che fa emergere le difficoltà del Meridione a superare l’ultima coda della crisi, quella di quest’anno, con una impressio­nante moria di imprese: nei primi nove mesi del 2013, quasi 100mila imprese hanno cessa­to la loro attività, a un ritmo di 366 cessazioni al giorno. Ben 2.527 sono le aziende fallite. Con­frontando, aperture e cessazioni dal 2007 al 2013, si sono ‘perse’ circa 30mila imprese, di cui circa 15mila solo nei primi 9 mesi del 2013. Un confronto che dà l’idea di quanto stia suc­cedendo oggi al Sud.

Eppure dal check up emergono anche alcuni se­gnali che indicano un rallentamento della ca­duta. Fra gli indici di speranza, l’aumento del­le società di capitali (+3,2% nel 2013) e il rad­doppio delle imprese aderenti a contratti di re­te, mentre il clima di fiducia delle imprese del Sud è tornato ai livelli dell’estate 2011. Duran­te la crisi alcune aziende si sono anche raffor­zate: si tratta delle imprese di media dimensio­ne, che vedono crescere il proprio fatturato (+8,2%), così come le grandi imprese (escluse le raffinerie), che lo accrescono seppur di po­co. A pagare la crisi sono invece le piccole a­ziende con un calo del 9,3% tra il 2007 ed il 2012. Sia le une sia le altre soffrono il credit crunch: gli impieghi nel Mezzogiorno continuano a scendere (9,3 miliardi in meno rispetto al 2012), mentre i crediti in sofferenza hanno superato i 31 miliardi, cioè l’11,1% del totale. L’andamen­to dell’export spiega una parte dei risultati: le esportazioni si sono ridotte nel III trimestre 2013 del 9,4% rispetto al III trimestre 2012. Si tratta di risultati condizionati dal calo della siderur­gia e degli idrocarburi, mentre segnali positivi fanno registrare i prodotti alimentari e quelli chimici.

In un Mezzogiorno che viaggia a livelli di di­soccupazione record, soprattutto fra i giovani (oltre il 47%), è evidente che serve un’inversio­ne di marcia. Che deve partire dal Sud stesso. Da una nuova cultura, da nuove politiche, da nuove classi dirigenti che liberino il territorio dallo schiavismo della clientela e dell’assisten­za.

Una grande opportunità sprecata negli ultimi vent’anni è stata quella dei fondi europei. Mi­liardi dispersi in mille rivoli, utilizzati come so­stitutivi dei fondi ordinari per garantire l’esi­stente e non come aggiuntivi per creare svilup­po. Per il Sud è l’ultima chiamata. Nella ripresa del Sud, sottolinea lo studio Confindustria-Srm, un ruolo importante lo potranno giocare pro­prio le risorse disposte dalla politica di coesio­ne, nazionale e comunitaria, se verranno «im­messe rapidamente nel circuito economico». Sono circa 60 i miliardi di euro, tra risorse dei fondi strutturali 2007-13, del Piano d’Azione Coesione, del Fondo Sviluppo e Coesione, che potrebbero essere rapidamente trasformati in investimenti pubblici e privati, e costituire un volano straordinario di crescita economica. Senza contare le risorse del ciclo di program­mazione 2014-2020 che sta per aprirsi. Su que­sto sta lavorando in particolare il ministro Car­lo Trigilia, che proprio ieri, in Consiglio dei mi­nistri ha presentato una informativa sugli in­terventi urgenti a sostegno della crescita con u­na riprogrammazione di fondi Ue per 6,2 mi­liardi. Lo stesso ministro, parlando a Palermo per la presentazione del rapporto 2013 della Fondazione Res, giorni fa, ha rilevato come «spesso i comportamenti della pubblica am­ministrazione non sono efficaci e efficienti, que­sto genera una minore fiducia negli operatori». Un sistema che non aiuta a generare sviluppo. «Siamo tecnicamente in fondo a un ciclo – ha detto il presidente della Svimez, Adriano Gian­nola – perché pare che peggio di così non si pos­sa andare, ma la luce in fondo al tunnel è dav­vero flebile, in coerenza con le attuali politiche: siamo tornati indietro di quasi 20 anni al Sud, con situazioni completamente diverse rispet­to all’Europa». Con un problema ‘silenzioso’ che riguarda i pesanti tassi di emigrazione gio­vanile: «Restare o partire – osserva Giannola – dipende molto dall’ambiente in cui si vive e da quanto un territorio riesce a offrire in termini di sviluppo, di sperimentazione e di propen­sione all’innovazione». Il rischio è la desertifi­cazione, industriale e umana, di un pezzo di Paese. «Bisogna resettare tutto, l’Italia non può restare in questa situazione». 

© Avvenire, 28 dicembre 2013

Annunci

Il riscatto del Sud può partire dal Terzo settore

Le esperienze della Fondazione con il Sud. Borgomeo: «Il vero gap è sociale»

di Giuseppe Matarazzo

Ci sono numeri che sembrano inchiodare tutto il Sud a un destino amaro. Irreversibile. Di declino. Imprese che annaspano e giovani che fuggono. E poi ci sono storie che raccontano un Sud possibile. Che dimostrano che fare impresa è possibile anche lì. Giovani, associazioni, aziende che ci provano. E ci riescono. Che si guardano attorno e sfruttano le opportunità che ci sono. Fondi europei, ma anche i finanziamenti di enti privati che investono e sostengono progetti di riscatto.

È il caso della Fondazione con il Sud, ente non profit privato nato nel 2006 dall’alleanza tra le fondazioni di origine bancaria e il mondo del terzo settore e del volontariato, che ha sostenuto oltre 470 iniziative, coinvolgendo nelle partnership di progetto oltre 5.500 organizzazioni ed erogando oltre 104 milioni di euro. Con bandi che riguardano soprattutto le fasce deboli, i giovani, gli immigrati.

Così ecco che a Palermo si bandisce un concorso di idee rivolto ai giovani neolaureati palermitani, «Progetti in cantiere» per rilanciare il settore turistico, la gestione dei beni monumentali e artistici e promuovere una nuova visione dell’artigianato fondata sull’utilizzo di materiali da riciclo e riuso (scadenza il 25 gennaio). A Bari, al quartiere Libertà, nascerà invece un polo della legalità: l’Istituto Salesiano SS. Redentore, promotore del progetto di sviluppo locale “Finis Terrae”, ha ricevuto dal Comune un appartamento confiscato alla criminalità per trasformarlo in un centro servizi. In Basilicata, in provincia di Potenza, si è realizzato il polo lucano dell’accoglienza, della cultura e del turismo sociale: un progetto da 800mila euro per sviluppare iniziative basate sul messaggio sociale di San Gerardo Maiella e rivolte a valorizzare le caratteristiche culturali, naturalistiche e religiose del territorio.

Esempi di un dinamismo che contagia. I primi di dicembre è stato lanciato il Bando volontariato 2013 (www.fondazioneconilsud.it) con finanziamenti per un totale di 10 milioni di euro. L’obiettivo – ha speigato il presidente Carlo Borgomeo – è «accrescere l’impatto sociale sulla comunità delle reti nazionali e ampliare l’offerta dei servizi ai cittadini». Borgomeo, autore di «L’equivoco del Sud» (Laterza), punta proprio sul gap sociale: «Il Sud è meno ricco del Nord, ma la distanza più grave è nei diritti di cittadinanza, nella scuola, nei servizi sociali, nella cultura della legalità. È da qui che bisogna ripartire convincendosi che la coesione sociale è una premessa, non un effetto dello sviluppo».

© Avvenire, 28 dicembre 2013

La crisi ha portato al boom delle mense di carità

Migranti, padri separati, famiglie numerose, anziani… Attorno alle tavole della carità s’intersecano le storie dei nuovi poveri, ma anche tanti esempi di solidarietà concreta. Un libro traccia la mappa di un Paese che cambia

di Mimmo Muolo

Entrano in scena come i personaggi di un romanzo. Ognuno con la sua storia condita di affanni (molti) e speranze (poche, anche se dure a morire). Ma quello di Alessia Guerrieri –Quando il pane non basta. Viaggio nelle mense della carità (Ancora, pagine 158, euro 15,00, disponibile in e-book) – un romanzo non è. Anche se in un certo senso non gli mancano trama, colpi di scena, ritratti di buoni e cattivi e persino una specie di “lieto fine”.

L’ambientazione è ampia. Le mense di molte realtà del mondo cattolico. E cioè gran parte dell’Italia. Anzi, di una “povera Italia” segnata dalla crisi e dalla recessione. Su questa scena si muovono le diverse vicende narrate nel libro. C’è Abdul, ingegnere industriale marocchino, che vende rose nei ristoranti pur parlando cinque lingue. Mario, impiegato di banca torinese, separato e rovinato dai doveri del mantenimento. Alessandro, ex broker ridotto sul lastrico da speculazioni sbagliate. Elia, anziano maggiordomo delle star, che al momento di andare in pensione si è accorto che in pochi gli avevano versato i contributi e ha realizzato che una pensione lui non l’avrebbe avuta mai. E c’è la piccola Cristel, alla quale i genitori, disoccupati, sono costretti a raccontare una pietosa bugia: «Oggi si va al ristorante». Quando in realtà quello che frequentano più di una volta a settimana è appunto una delle mense di cui si parla nel libro.

Le loro storie poi si intrecciano con quelle di altra gente. Gente che aumenta. Perché la crisi morde più della fame e sono sempre di più quelli che per andare avanti devono affidarsi alle numerose reti di solidarietà del Belpaese. Ma qui c’è il colpo di scena. Si potrebbe pensare, infatti, al classico libro pietistico. E invece l’autrice, giornalista esperta di sociale e collaboratrice di “Avvenire”, racconta anche l’altra faccia della medaglia. Quella della speranza. Protagonisti questa volta sono i volontari che prestano il loro servizio nelle mense visitate da Guerrieri. Un esercito di ventiduemila persone di ogni età e classe sociale, dal quale l’autrice distilla nelle sue pagine volti e presenze a loro modo emblematici. La maggior parte sono operatori abituali. Stefano, da otto anni in servizio alla mensa Caritas del Casilino di Roma: «Quando non vengo a fare servizio – dice – sono io che mi sento più povero». Oppure Stefania, Itala, Marisa. E Luana: «Noi volontari partiamo dal presupposto che non salviamo nessuno. Stiamo solo accanto come farebbe un amico». Ma poi ci sono anche le sorprese. Come ad esempio gli studenti dell’Itis “Alessandro Volta” di Brancaccio, Palermo (non a caso il quartiere del beato padre Puglisi), che hanno scelto di trascorrere la loro gita scolastica venendo a servire per una settimana nelle mense di Roma.

Di ognuno l’autrice propone un ritratto a tutto tondo. Perché il volume, anche se composto in gran parte prima dell’elezione di papa Francesco, appare perfettamente in linea con la lezione del Pontefice. E quindi i poveri, e chi li aiuta, ce li fa guardare in faccia. «Questo libro dà voce a milioni di persone e di famiglie che si sentono dimenticate, ma anche a migliaia di volontari che camminano al loro fianco», scrive nella prefazione Andrea Riccardi, il fondatore di Sant’Egidio. E il direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, aggiunge nella postfazione: «Il viaggio in questa “Italia immergente” non dimentica nessuno, italiani e stranieri, padri separati e intere famiglie con bambini, anziani con figli e nipoti senza stipendio». Ma tutti «mantengono una straordinaria dignità».

C’è poi un valore aggiunto, che fa da sottofondo a tutto il viaggio. Guerrieri infatti offre al lettore anche le cause del fenomeno. Come si finisce a mangiare in una mensa per poveri? Prendete Alessandro, il broker sul lastrico. «Sono senza casa perché strangolato da un mondo che pensavo di domare e mi ha punito», confessa. Fino al 2008 guadagnava quasi cinquantamila euro al mese. Poi ha investito su titoli sbagliati e la recessione ha fatto il resto. Per Laura e Giuseppe di Torino, come per Nicola e Tiziana di Ascoli Piceno, la causa scatenante è stata la perdita del lavoro. Idem per Marilù, sessantenne badante peruviana. Lei è finita in mensa quando non ha avuto più anziani a cui badare. Ma la causa forse più sorprendente di tutte è quella che ha portato sui tavoli della carità Mario e tanti altri mariti separati. Dopo aver pagato gli alimenti ai figli, l’affitto per il nuovo miniappartamento e le bollette gli avanzano sì e no tre-quattrocento euro al mese.

Tutto qui? No, perché Alessia Guerrieri, dopo le storie in negativo, racconta anche l’esperienza dei vari banchi alimentari che raccolgono derrate per distribuirle alle famiglie in difficoltà. E alla fine del libro, quasi a segnare un approdo, appare il Villaggio della Speranza. Non il classico miraggio nel deserto, ma una realtà bella e buona. Brecciarola, vicino Chieti. Qui le suore Figlie dell’Amore di Gesù e Maria hanno impiantato venti villette prefabbricate e danno ospitalità a ragazze-madri, padri separati, anziani soli, coppie disoccupate sfrattate per morosità. Come si sostengono? Con i proventi dell’azienda agricola in cui il Villaggio è incastonato. Un esempio da cui ripartire nella “povera Italia” di oggi. Perché anche certi romanzi possono avere un lieto fine.

© Avvenire, 22 dicembre 2013

I giovani aspettano che il lavoro chieda loro amicizia su FB

Garanzia Giovani al via da febbraio: obiettivo i “Neet”

di Francesco Riccardi

Disomogenei, territorialmente sparsi e con una distribuzione del personale fortemente squilibrata. Sono i 556 Centri per l’impiego funzionanti in Italia, secondo il monitoraggio appena pubblicato dal ministero del Lavoro. Una mappa e una prima analisi particolarmente importante se si considera che i Cpi, oltre alla funzioni che già svolgono per chi è in cerca di un’occupazione, saranno il fulcro della “Garanzia giovani”, il programma europeo finanziato con 1,5 miliardi che si prefigge l’obiettivo di trovare un’occupazione o uno stage o un’opportunità formativa o ancora di indirizzare verso l’autoimprenditorialità i ragazzi tra i 15 e 25 anni, entro 4 mesi dalla fine del loro percorso di studi o dall’ingresso nella disoccupazione.

Programma che è in attesa dell’ok definitivo della Commissione europea all’ultima bozza del piano nazionale inviato dal nostro governo. Difficile quindi che possa essere avviato concretamente prima di febbraio, perché nel frattempo devono essere elaborati i 20 piani regionali, completata l’infrastruttura informatica e firmati i protocolli operativi con le parti sociali. Inoltre, a fine gennaio scade il bando per la campagna di comunicazione che quindi non partirà prima di metà febbraio. Anche il target degli utenti è ancora da definire. L’idea è quella di concentrarsi sugli under 25 ma dei 900mila-1 milione di Neet (i giovani che non lavorano né studiano né sono in formazione) presenti in questa fascia, probabilmente si riuscirà a farsi carico solo di 500mila.

Torniamo però al rapporto sui Centri per l’impiego. Il primo dato che balza agli occhi è la situazione fortemente anomala della Sicilia. È la regione con il più alto numero in assoluto di addetti – 1.582 – più del doppio della Campania (724), quasi il triplo di quelli del Lazio (602) e della Lombardia (577). Ma, si dirà, in Sicilia ci sono molti disoccupati e molta popolazione. Certo, se però si confronta il numero medio di Neet under 29 per addetto, ci si accorge che la Sicilia ne ha appena 223 per ogni operatore contro i 399 della Lombardia e della Puglia o i 310 del Veneto o addirittura i 548 della Campania.

La Sicilia riesce poi a raggiugere altri record, tutti negativi. È, ad esempio, la Regione in cui ci sono operatori meno qualificati, con appena il 9,2% di laureati fra i dipendenti contro una media nazionale del 26,6% e il 47% di Marche e Molise, fino al 53,7% della Toscana. Ci si aspetterebbe poi che questo esercito di addetti nella Regione autonoma fosse tutto schierato sulla prima linea della lotta alla disoccupazione. E invece no, i Cpi della Sicilia sono quelli con la minore incidenza di personale impegnato in attività di front office (accoglienza ed erogazione dei servizi) rispetto al totale degli addetti. Appena il 49,4% contro la media nazionale del 71,8%, l’84,2% della Lombardia e addirittura il 94,4% dell’Umbria.

In compenso, però, un record positivo la Sicilia lo detiene: ha il personale più stabile della nazione. Dei 1.582 addetti il 99,6% è assunto a tempo indeterminato, quelli a termine sono appena 7. La media italiana viaggia intorno all’88%, mentre Toscana e Molise restano tra il 65 e il 61%. Insomma, nell’Italia dei precari, l’unico posto fisso è quello dei Centri per l’impiego della Sicilia.

© Avvenire, 22 dicembre 2013

Natale nel terremoto

Nel 1980, la sera della Vigilia, il Tg1 ospita un editoriale «d’autore» che si ispira al sisma che ha sconvolto Irpinia e Basilicata. Ecco il testo ritrovato, un inedito di Mario Pomilio

di Mario Pomilio

Qui, fino ad un mese fa, c’erano delle strade, delle piazze, delle case, una scuola, una chiesa, un paese insomma. E qui, fino all’anno scorso, il Natale cominciava assai per tempo. Cominciava con l’approntamento dei dolci natalizi, che si usava fare in base ad antiche ricette casalinghe e l’odore che se n’espandeva preparava già il clima del Natale. Nasceva per tempo anche il presepe e quasi non occorreva lavorarvi di fantasia, con i suoi monti, i suoi casolari, i suoi piccoli abitati sporgenti da una roccia. Questo era già un paesaggio da presepe. La religiosità stessa aveva alcunché di vicino e familiare, il mito si congiungeva senza sforzo con la realtà. Gesù non era forse nato in un posto analogo a questo, tra pastori e gente dei campi somiglianti a quelli di qui? Qui insomma il Natale era una festa fortemente radicata, vissuta, non posticcia: un accumulo di tradizioni, una lunga memoria. Questo era, tra l’altro, un paese di emigranti nell’Italia del Nord, in Svizzera, in Germania. Il Natale era ormai anche la festa del ritorno, l’occasione per rifarsi di lunghe nostalgie.

Quello di quest’anno – lo sappiamo – è qui un Natale assai diverso, senza casa, senza focolare, senza presepe, senza cene natalizie, senza chiesa, senza paese. Quelle piccole, umili, dolci case, dove fino a un mese fa le generazioni si erano tramandate istinti, consuetudini, oggetti, antichi valori, lontane memorie, non sono oggi se non detriti manomessi dalle ruspe. Il paese è adesso quella tendopoli, è quella fila di roulottes, dove vengono trascorse lunghe notti di gelo e brevi giornate tra il fango. E probabilmente nulla più di questo Natale tra le roulottes potrà farci misurare quante cose qui sono andate perdute e quante altre rischiano di scomparire. Con Natale, vogliamo dire, capiremo forse più che mai come non soltanto sono crollati gli abitati, ma minaccia di sfaldarsi tutto un lembo della nostra antica civiltà contadina, con ciò che essa significa in fatto di coesione, di saldezza, di senso comunitario, di reciproca disponibilità.

Dobbiamo dunque disperare? Per fortuna un paese non è solo le case dove si è abitato. È un contesto di persone, un gruppo di anime, è un insieme di valori radicati e irrinunciabili, è un tessuto di tradizioni, di costumi, di sensi, di affetti, di intese, di consonanze, di credenze, di solidarietà, di preziose eredità morali. È il poco e il moltissimo che il recente terremoto non ha potuto distruggere. Ed è appunto forte di ciò che la gente di qui vuole accingersi a far rinascere questo suo paese, sui suoi luoghi di sempre, con l’intenzione di restare un popolo.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

La legge è per la persona. L’indicazione del Papa

di Mauro Cozzoli

Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium Papa Francesco porta l’attenzione non solo sul dovere e l’urgenza della nuova evangelizzazione, ma anche sul «modo di comunicare il messaggio». Un «modo» – egli dice – che deve mettere in luce «l’essenziale, ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario», per evitare che «il messaggio che annunciamo sia identificato con aspetti secondari che, pur rilevanti, per sé soli non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo». Insistere su aspetti secondari, procedere con «la trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere», ha un effetto distorcente l’intero messaggio. Tanto più nell’oggi della comunicazione massmediale: «Nel mondo di oggi – rileva il Papa – con la velocità delle comunicazioni e la selezione interessata dei contenuti operata dai media, il messaggio che annunciamo corre più che mai il rischio di apparire mutilato e ridotto ad alcuni suoi aspetti secondari».

Il che è particolarmente vero ed evidente per il messaggio morale. Messaggio troppo spesso disarticolato e ridotto a norme di comportamento. Norme in se stesse vere. Ma, se semplicemente elencate e comandate, se freddamente proposte in modo ripetitivo, fanno perdere e dimenticare l’essenziale: il contesto di verità e di grazia della morale evangelica. «Ne deriva che alcune questioni che fanno parte dell’insegnamento morale della Chiesa rimangono fuori del contesto che dà loro senso». Di tale insegnamento vengono recepiti – ampliati spesso dai media – gli obblighi e i divieti morali. Non “passa” invece il messaggio fondativo – il mistero di Cristo e della vita in Cristo – di cui ogni obbligo morale costituisce la fedeltà operativa, la coerenza di vita. Così il Vangelo è ridotto a morale e la Chiesa ad “agenzia etica”. Mentre, il Vangelo è la lieta notizia «dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» e la Chiesa il sacramento nel mondo di questo amore. Per questa perdita di fontalità e centralità evangelica, aspetti secondari e derivati sopravanzano e mettono in ombra il prioritario e l’essenziale.

Di qui il richiamo insistente del Papa a ricondurre al Vangelo l’annuncio morale: «Quando la predicazione è fedele al Vangelo, si manifesta con chiarezza la centralità di alcune verità e risulta chiaro che la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, è più che un’ascesi, non è una mera filosofia pratica né un catalogo di peccati ed errori. Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva». «Quest’invito – rileva il Papa – non va oscurato in nessuna circostanza». La morale cristiana nasce da questo invito e consiste nella risposta che suscita. Essa sta in questa relazione: è morale vocazionale e dialogica. Non un codice di doveri e divieti – «un catalogo di peccati ed errori» – ma la risposta grata a un evento di grazia, a ciò che Dio ha fatto e fa per noi. Una risposta non verbale – un dire «Signore, Signore!» (cf Mt 7,21) – ma operativa. «Risposta di amore» che la legge morale aiuta a formulare e praticare.

Donde il monito di Francesco a centrare la proposta cristiana sul primato di Dio, della sua grazia, della sua chiamata, di cui la morale è accoglienza attuativa e fedele. Dissociare la morale da questo “primo” di Dio, e del suo invito, è inaridirne la radice teologale ed evangelica: «Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del Vangelo”».

La morale non è un “fatto” primo del vivere cristiano, ma derivato e secondo. È una fedeltà suscitata da ciò che è primo e fondante. E Francesco cita Benedetto XVI: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva». È questo incontro il cuore del messaggio cristiano e del suo annuncio: «Si tratta – ci dice Francesco – di lasciarsi trasformare in Cristo per una progressiva vita “secondo lo Spirito”».

Di qui il richiamo non insistente, ma neppure episodico, di Papa Francesco su talune tematiche morali, e rispettive norme, appartenenti al magistero etico della Chiesa. Da taluni erroneamente interpretato (e fatto intendere) come cambiamento di magistero. Non è in atto un mutamento di dottrina morale della Chiesa sul piano normativo. Dottrina peraltro molto chiara, che il Papa presuppone e cui egli rimanda. È piuttosto in atto una ricentratura della morale su ciò che è primo ed essenziale, un riequilibrio sulla “persona” del rapporto con la “norma”, nella catechesi e nella predicazione morale. Il che ha ricadute rilevanti, apportatrici di significativi cambiamenti di mentalità, d’impostazione e di metodo, come il Papa stesso fa vedere, nell’annuncio morale del Vangelo e nei suoi operatori; e di nuova consapevolezza, incoraggiamento, rinnovata fiducia e speranza nel vissuto morale dei cristiani.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

L’ossimoro di una laicità che sceglie di censurare

di Carlo Cardia

Si consolida in alcune parti d’Europa un’idea strana di laicità, con sentenze, leggi, proposte, dirette a togliere spazio all’obiezione di coscienza, cancellare simboli religiosi, parole radicate nell’intimità della tradizione familiare. Stefano Fontana – ragionando sul rapporto annuale dell’Osservatorio Van Thuân – ne ha scritto pochi giorni fa su queste colonne. E Lucia Bellaspiga ha poi ragionato sulla pretesa di imporre persino ai giornalisti italiani un lessico “politicamente corretto” sulla questione delle nozze gay, della teoria del “gender”, dell’indegno mercato delle maternità surrogate. In questa fase, e questo proposito, novità vengono soprattutto dalla Francia, da ultimo con il progetto di una festa della laicité: poiché «la laicità è il principio fondamentale, ciò che ci permette di vivere insieme (…), si chiede che la Repubblica francese fissi per il 9 dicembre una giornata nazionale della laicità». Il deputato Jean-Christophe Lagarde ha specificato che «la laicità non si basa sulla tolleranza delle differenze, ma sull’eguaglianza dei cittadini». Per parte sua, il ministro Vincent Peillon, aumenta la pressione sulla scuola, attuando idee esposte nel libro La Révolution n’est pas terminée (La Rivoluzione non è finita), ricco di nostalgia per antiche glorie repubblicane.

Non è solo nostalgia. Il 30 ottobre scorso il Conseil Constitutionnel ha respinto l’obiezione di coscienza dei sindaci che non intendono celebrare nozze gay. La sentenza poggia su asserzioni apodittiche, ad esempio che la legge rispetta la Costituzione perché «il legislatore ha inteso assicurarne l’applicazione, garantire il buon funzionamento e la neutralità del servizio di stato civile». Ma l’obiezione si ribella alla sostanza della legge, non alla sua applicazione eguale: si può imporre egualmente a tutti una misura che offende. L’obiezione è respinta poi perché si parla delle funzioni di pubblici ufficiali dei sindaci; eppure proprio i sindaci hanno fatto ricorso, e se la loro coscienza è ferita non può dirsi che i pubblici ufficiali non hanno una coscienza, o che devono silenziarla. Con questa logica non si riconoscerebbe mai l’obiezione al servizio militare: il dovere di difendere la Patria è conforme a Costituzione, la legge chiede che tutti lo assolvano, se poi si tratta di un ufficiale deve osservarlo più degli altri. In realtà, mentre i legislatori da tempo riconoscono diverse obiezioni, anche di minor peso, e rendono onore a principi radicati nel sentire comune, la pronuncia francese azzera il cammino compiuto dalla cultura giuridica europea.

Con analogo intento di mortificazione il Governo di Parigi vuole cancellare festività tradizionali, proibisce d’indossare il velo o simboli religiosi (se non piccolissimi) ai genitori che si uniscono ai figli in una gita scolastica, perfino se ci si trova al museo, al ristorante, in un prato per il pic-nic. E vorrebbe estendere il divieto dentro l’Università, che da sempre è tempio della cultura e di confronto delle identità.
L’idea di una festa della laicità ha suggerito una singolare riflessione a un nostro intellettuale. Il quale dopo averla criticata aggiunge che l’Italia comunque non avrebbe nulla da festeggiare perché non sa nemmeno cosa sia la laicità: a suo dire, su questioni come quelle del dolore, della malattia e della morte, saremmo etero-diretti da «ayatollah teocratici» che dettano legge. In altri termini dovremmo introdurre l’eutanasia, il suicidio assistito, per dimostrare che siamo un Paese laico. Il rapporto tra eutanasia e laicità è surreale e funambolico, altrimenti dovremmo concludere che il Paese più laico al mondo sarebbe il Belgio che sta per introdurre l’orrore dell’eutanasia dei minori, senza soglia d’età.

Di altre patologie si è parlato a più riprese su “Avvenire”: in Gran Bretagna si obbligano gli istituti religiosi ad affidare i bambini che hanno in custodia a coppie gay; in Norvegia una conduttrice televisiva ha dismesso un piccolo crocifisso per non perdere il posto di lavoro; pure in Italia ogni tanto affiora questa tendenza, anche nei giorni scorsi è stata annunciata, questa volta al Liceo Mamiani di Roma, la proposta di cancellare dai documenti scolastici le parole “padre” e “madre”. Fantasie, eco di vecchie logiche, vere censure, in questi fatti? C’è un po’ di tutto questo. Ma soprattutto c’è il filo rosso di una concezione deformata della laicità, che censura idealità e momenti fondativi della comunità, preferisce l’orizzonte della solitudine a quello della solidarietà, elimina le parole più belle dal lessico pubblico.

La laicità è altra cosa, è quella delle Carte dei diritti scritte in risposta ai totalitarismi del Novecento: è inclusiva, accogliente, anche per le differenze legittime, apre e non chiude la scuola alla religione, non offusca i colori delle fedi che arricchiscono la nostra identità. È una laicità che alimenta la cultura, invece di mortificarla, non stabilisce arbitrariamente i confini della civitas, li estende perché tutti si sentano a casa propria.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

Il valore condiviso del volontariato d’impresa

di Andrea Di Turi

Ogni anno, il 10 dicembre, si celebra uno degli avvenimenti di cui l’umanità intera può andar fiera: la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Questa data di enorme carica simbolica è stata scelta da qualche anno da Edenred, società leader mondiale dei buoni servizio prepagati per le imprese, per organizzare attività di solidarietà nei Paesi in cui è presente. Con un evento, denominato Eden for All, in cui promuove fra i suoi dipendenti (circa 6mila nel mondo) iniziative di volontariato d’impresa a beneficio delle comunità locali. Un’attività, quella del volontariato d’impresa, che per un crescente numero di imprese sta acquisendo spazio e rilevanza all’interno delle politiche di responsabilità sociale d’impresa, o csr. Probabilmente anche in virtù dell’opportunità che il volontariato d’impresa offre al mondo profit e al non profit di dialogare, di conoscersi in profondità, agire congiuntamente nel concreto, arricchirsi di competenze diverse e, soprattutto, di riconoscere che alla base dell’uno e dell’altro è indispensabile e allo stesso tempo reciprocamente vantaggioso porre i medesimi valori universali. Come quelli, appunto, mirabilmente espressi nella Dichiarazione universale del1948.

Quest’anno, in Italia, per Eden for All è stata organizzata un’attività di raccolta di proventi a favore della cooperativa sociale La Fabbrica Olinda, costituita a Milano dal 1994 con l’intento di superare l’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini facendo impresa sociale, declinata in numerose attività: ristorante, ostello, servizi di catering e altro ancora. Compreso il laboratorio settimanale Le mani in Pasta, costituito da operatori del Dipartimento di Salute mentale dell’Ospedale Niguarda e da persone seguite dal Centro diurno, che si occupa di pre-lavorare a mano la pasta fresca per vari committenti. «Per la nostra società – ha commentato nell’occasione Andrea Keller, ad e direttore generale di Edenred Italia – la solidarietà è una componente fondamentale per integrarsi con le comunità in cui opera».

L’iniziativa a favore de La Fabbrica Olinda si inserisce nel programma internazionale di solidarietà Ideal Care, con cui Edenred mira a creare e mantenere nel lungo termine relazioni con le comunità, attraverso il supporto ad organizzazioni benefiche e l’incentivazione del volontariato dei dipendenti. Ma ad essere spesso coinvolti in queste iniziative, oltre ai dipendenti, sono anche altri stakeholder della società: clienti, affiliati, beneficiari. Nel 2012, Ideal Care complessivamente ha sovvenzionato quasi 300 organizzazioni benefiche, con contributi per circa 870mila euro, focalizzando la propria attività sugli aiuti alimentari, il supporto all’educazione e al rientro al lavoro. Ma si è occupato anche di raccolta di fondi e vestiti per persone disagiate e pensionati, di materiali scolastici e giocattoli per bambini, di organizzazione di eventi speciali a favore di orfani e malati, di aste di beneficenza, di donazioni di sangue. Il tutto all’insegna del motto ‘We care, we share’: prendersi cura è condividere.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

Il 10 maggio la scuola italiana in festa a San Pietro con il Papa

In tutte le diocesi grande mobilitazione per portare al centro l’educazione e coinvolgere i protagonisti

di Enrico Lenzi

Una grande giornata di fe­sta della scuola italiana con il Papa. E soprattutto «l’occasione per ribadire l’im­portanza che la Chiesa italiana pone al tema dell’educazione», sottolinea monsignor Domeni­co Pompili, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali e sotto­segretario della Conferenza epi­scopale italiana, parlando del­l’appuntamento al quale anche l’odierno Messaggio della Presi­denza della Cei fa riferimento: «Un grande pomeriggio di festa e di incontro con il Papa in piaz­za San Pietro il prossimo 10 maggio».

Un traguardo verso il quale ci si sta muovendo già dal maggio scorso quando a Roma si è svol­to l’incontro nazionale intitolato «La Chiesa per la scuola», duran­te il quale si è ribadito non solo l’impegno sul fronte educativo in questo decennio ma anche l’at­tenzione che la Chiesa ha per tut­ta la scuola italiana. E proprio a tutti i soggetti pre­senti nella scuola si rivolge la mo­bilitazione che vedrà coinvolte tutte le diocesi. «Nei primi mesi del prossimo anno, dalla festività di san Giovanni Bosco alla Gior­nata per la vita – spiega monsi­gnor Pompili – si svolgerà in tut­te le diocesi italiane la Settimana dell’educazione, che si propone di coinvolgere a livello locale dav­vero tutti, con incontri, momen­ti di riflessione e manifestazioni pubbliche». Un coinvolgimento rivolto davvero a tutti i soggetti presenti nel mondo della scuola: studenti, genitori, docenti, non docenti, personale amministra­tivo, dirigenti scolastici. «L’idea di fondo – prosegue il sottose­gretario della Cei – è di creare un avvicinamento per un evento dal grande impatto che permetta di porre al centro del dibattito il te­ma della scuola. Un tema che non deve essere riservato o ri­stretto agli addetti ai lavori, ma che deve rendere tutti consape­voli dell’importanza del tema». Nasce anche da questa consta­tazione «la necessità di una mo­bilitazione che coinvolga tutti perché la scuola non sempre ri­sponde alle attese». Ma l’atten­zione è rivolta all’intero mondo scolastico italiano, statale e non statale, dove – in quest’ultimo – la presenza della scuola cattoli­ca è grande. Ovviamente c’è un’attenzione particolare a que­sto segmento del sistema scola­stico italiano che la comunità cristiana ha creato e continua a tenere in vita pur tra mille diffi­coltà, ma «lo sguardo vuole es­sere davvero complessivo. Del resto ci rivolgiamo a tutti perché la scuola è un bene comune di tutta la società, e a volte si di­mentica di porla al centro dei propri interessi».

A febbraio 2014 i quattro uffici della Cei coinvolti nell’evento (l’Ufficio nazionale per l’educa­zione, la scuola e l’università, il Servizio nazionale per l’insegna­mento della religione cattolica, l’Ufficio nazionale per la pasto­rale della famiglia, il Servizio na­zionale per la pastorale giovani­le) faranno il punto sul cammi­no di avvicinamento al 10 mag­gio. Un’ulteriore tappa per raffor­zare il coinvolgimento di tutta la società.

© Avvenire, 11 dicembre 2013

Strasburgo ferma lo «strappo» Ue sui diritti sessuali

Sconfitto a sorpresa il fronte filo-aborto: l’Europarlamento mette in archivio la risoluzione Estrela. Con 334 «sì» e 327 «no» è passato un testo sostitutivo del Ppe che lascia ai singoli Stati la competenza in materia di educazione e salute riproduttiva

di Giovanni Maria Del Re

Bocciata, anzi decaduta senza discussio­ne. La controversa risoluzione Estrela «sulla salute e i diritti sessuali e ripro­duttivi» (con annesso diritto all’aborto) è archi­viata, con un colpo di scena che ieri alla plena­ria del Parlamento europeo a Strasburgo ha sor­preso tutti. Con 334 sì (in sostanza tutti del Ppe e dei Conservatori), 327 no e soprattutto grazie anche a ben 35 astenuti (tra cui molti eurode­putati del Pd) è passato un brevissimo testo so­stitutivo elaborato dal Ppe – grazie anche al pres­sante battage di vari associazioni cattoliche eu­ropee – in cui si afferma che il Parlamento eu­ropeo «osserva che la formulazione e l’applica­zione delle politiche in materia di salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti nonché in mate­ria di educazione sessuale nelle scuole è di com­petenza degli Stati membri» aggiungendo che, «per quanto spetti agli Stati membri formulare e applicare politiche relative alla salute e all’i­struzione, l’Unione europea può contribuire a promuovere le migliori pratiche fra gli Stati membri». L’approvazione del testo sostitutivo ha provocato l’automatica decadenza della ri­soluzione, che non è stata più neppure discus­sa. Una cocente delusione per l’autrice del testo, la portoghese Edite Estrela, che si era affrettata a riproporre il testo con solo poche modifiche nonostante il rinvio dalla plenaria in sede di Commissione parlamentare, il 22 ottobre scor­so, del suo testo. E che poi ha inveito contro «l’i­pocrisia e l’oscurantismo» dei promotori della risoluzione alternativa.

Il testo di Estrela (comunque senza alcun valo­re giuridico e dunque non cogente per gli Stati), come noto, sanciva a un «diritto all’aborto», chie­dendo agli Stati di rimuovere ogni «ostacolo» per l’interruzione di gravidanza. Ivi compresa, ad e­sempio, l’obiezione di coscienza (il rapporto al­legato alla risoluzione precisa che in Italia, Slo­vacchia, Ungheria, Romania, Polonia e Irlanda il 70% dei ginecologi e il 40% degli anestesisti in­vocano questo diritto in caso di aborto). Al di là dell’ideologia, il punto più contestato di questa bozza era il riferimento a un presunto diritto al­l’aborto che nessuna convenzione riconosce, e la pesante intromissione in politiche (sanità, i­struzione) che sono esclusiva competenza de- gli Stati nazionali. Solo a fa­tica Estrela – ma in perfetta solitudine, senza negoziare sul testo – aveva tolto alcu­ni passaggi controversi (co­me ad esempio la racco­mandazione di agevolare l’inseminazione artificiale di donne omosessuali). In sede di Commissione dirit­ti delle donne, anzi, il presi­dente Mikael Gustafsson (svedese, Sinistra unitaria) aveva imposto una procedura molto rapida, limitando al massimo la possibilità di presentare emendamenti per tornare al più presto in aula ed evitare che la ri­soluzione si perdesse con la fine imminente della legi­slatura.

Un colpo di mano rivelato­si però controproducente, che ha allargato le ostilità al testo favorendo la cruciale astensione di numerosi de­putati del gruppo dei Socia­listi e democratici. «Occor­re chiedersi – scrivono le eu­rodeputate del Pd Patrizia Toia e Silvia Costa – perché l’onorevole Estrela non abbia saputo, con un approccio diverso, co­struire una maggioranza solida a sostegno del­la sua relazione in Parlamento. Fin dall’ inizio dell’ esame in Commissione Donne abbiamo e­spresso perplessità sulla radicalità dell’impo­stazione ». Con Toia e Costa si sono astenuti an­che altri italiani del Pd di area cattolica (il capo­gruppo David Sassoli, Mario Pirillo, Franco Fri­go e Vittorio Prodi). Grande soddisfazione sul fronte Ppe. «Era un te­sto inaccettabile – dice Roberta Angelilli (Ncd), vicepresidente del Parlamento –, ci sono valori fondamentali su cui non è concesso alcun tipo di compromesso, e il diritto alla vita è tra que­sti». «La relazione Estrela – aggiunge Sergio Sil­vestris (Fi) – rappresentava il manifesto ideolo­gico dell’Europa laicista, abortista e portatrice di un modello diverso da quello italiano».

© Avvenire, 11 dicembre 2013

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: