Archivi tag: Papa Francesco

#CLdalPapa: Autoreferenzialità, ovvero la scelta tra servire la “struttura” o servire “l’avvenimento di Cristo”

Papa Francesco abbraccia don Julián Carrón

Papa Francesco abbraccia don Julián Carrón

Riporto un brano del discorso che #PapaFrancesco ha rivolto agli aderenti di #CL, durante l’udienza di sabato scorso a Piazza San Pietro, che in me, che faccio parte della storia generata da don Giussani da quasi 22 anni, ha lasciato una profonda traccia. Il brano è il seguente: «Così, centrati in Cristo e nel Vangelo, voi potete essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa “in uscita”. La strada della Chiesa è uscire per andare a cercare i lontani nelle periferie, a servire Gesù in ogni persona emarginata, abbandonata, senza fede, delusa dalla Chiesa, prigioniera del proprio egoismo. “Uscire” significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una “spiritualità di etichetta”: “Io sono CL”. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale, quel guardarci allo specchio che ci porta a disorientarci e a trasformarci in meri impresari di una ONG».

Perché mi ha colpito questo passaggio pronunciato da Papa Francesco? Semplicemente perché, osservando la mia esperienza, ho intravisto uno degli atteggiamenti che, senza quasi accorgermene, ho vissuto almeno sino all’estate scorsa, ovvero l’atteggiamento di chi vive l’appartenenza a CL più come un’appartenenza a una struttura che ad una vita che continuamente ha bisogno di rigenerarsi nella sequela a Gesù. Vivere CL come una struttura e non come l’esperienza del continuo avvenimento di Cristo nella realtà ha come conseguenza il pericolo sottolineato dal Papa: l’autoreferenzialità! E l’autoreferenzialità, a differenza di quanto siamo portati a pensare, non è appena e solo di gruppo, anzi il più delle volte si tratta di autoreferenzialità della persona.

Per capire e approfondire ancor di più cosa il Papa ha voluto dirci parlando di
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#CLdalPapa: due cose che ho visto a Roma

Papa Francesco e don Julián Carrón

Papa Francesco e don Julián Carrón

C’è bisogno di tempo e di un gran lavoro per assimilare e far proprie le parole che il Papa ha rivolto a noi aderenti al movimento di CL che sabato siamo andati a incontrarlo a Piazza San Pietro. Due cose però mi hanno particolarmente colpito partecipando all’udienza con Francesco.

La prima riguarda don Carron: osservandolo e sentondogli pronunciare le parole che ha rivolto a noi e al Papa ho avuto la certezza di essere di fronte a un uomo che ha piena consapevolezza del gravoso compito che gli è stato affidato. Allo stesso tempo ho visto un uomo tutto teso a farsi abbracciare dal vicario di Cristo per essere aiutato e sostenuto nella difficile missione che don Giussani ha voluto affidargli.

La seconda cosa vista attiene Papa Francesco: mi è parso schietto e paterno nella fermezza Continua a leggere →

Il Papa incontra la scuola «pubblica, cioè statale e paritaria» il 10 maggio. «Va difesa a ogni costo»

Monsignor Galantini (Cei) rilancia l’incontro del 10 maggio a San Pietro: «La scuola pubblica, statale e paritaria, va difesa a costo di qualsiasi sacrificio. Non deve dare risposte ma mettere in mano agli studenti gli strumenti critici per stare nel mondo»

scuola bambini zaino«Non esiste la scuola pubblica e la scuola privata. C’è solo la scuola pubblica, che può essere statale e paritaria». Lo ha detto ieri il segretario generale “ad interim” della Cei, monsignor Nunzio Galantino, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio permanente. Che ha anche ricordato e rilanciato l’incontro del 10 maggio tra il mondo della scuola e papa Francesco. «Non è intenzione della Cei portare in piazza San Pietro la gente per dire “abbiamo bisogno di soldi”. Siamo tutti consapevoli della crisi economica che non risparmia neanche i beni di prima necessità», ha affermato monsignor Galantino. Tra questi, però, «la scuola va difesa e promossa a costo di qualsiasi sacrificio perché ne va della salute pubblica e della stessa democrazia».

Per far questo, secondo il segretario generale ad interim della Cei, «occorre evitare che la scuola sia aggredita dall’ideologia di chi vuole ridurla a un sapere funzionale al mercato oppure orientato a una visione prefabbricata della realtà. Essa è piuttosto l’esperienza di crescere insieme attraverso un confronto serrato con tutte le forme della conoscenza. Solo persone libere e critiche possono dar seguito a una società giusta e aperta».

Ad accogliere il mondo delle scuole in piazza San Pietro ci sarà naturalmente papa Francesco. «Non c’è testimone migliore per assicurare a tutti che la Chiesa intende promuovere la scuola per il bene di tutti, a favore di ciascuno. Il Pontefice avrà sicuramente qualcosa di bello da dire. La scuola deve recuperare il suo ruolo fondamentale: non deve dare risposte ma mettere in mano agli studenti gli strumenti critici per stare in modo consapevole in questo mondo».

© Tempi.it

La legge è per la persona. L’indicazione del Papa

di Mauro Cozzoli

Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium Papa Francesco porta l’attenzione non solo sul dovere e l’urgenza della nuova evangelizzazione, ma anche sul «modo di comunicare il messaggio». Un «modo» – egli dice – che deve mettere in luce «l’essenziale, ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario», per evitare che «il messaggio che annunciamo sia identificato con aspetti secondari che, pur rilevanti, per sé soli non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo». Insistere su aspetti secondari, procedere con «la trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere», ha un effetto distorcente l’intero messaggio. Tanto più nell’oggi della comunicazione massmediale: «Nel mondo di oggi – rileva il Papa – con la velocità delle comunicazioni e la selezione interessata dei contenuti operata dai media, il messaggio che annunciamo corre più che mai il rischio di apparire mutilato e ridotto ad alcuni suoi aspetti secondari».

Il che è particolarmente vero ed evidente per il messaggio morale. Messaggio troppo spesso disarticolato e ridotto a norme di comportamento. Norme in se stesse vere. Ma, se semplicemente elencate e comandate, se freddamente proposte in modo ripetitivo, fanno perdere e dimenticare l’essenziale: il contesto di verità e di grazia della morale evangelica. «Ne deriva che alcune questioni che fanno parte dell’insegnamento morale della Chiesa rimangono fuori del contesto che dà loro senso». Di tale insegnamento vengono recepiti – ampliati spesso dai media – gli obblighi e i divieti morali. Non “passa” invece il messaggio fondativo – il mistero di Cristo e della vita in Cristo – di cui ogni obbligo morale costituisce la fedeltà operativa, la coerenza di vita. Così il Vangelo è ridotto a morale e la Chiesa ad “agenzia etica”. Mentre, il Vangelo è la lieta notizia «dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» e la Chiesa il sacramento nel mondo di questo amore. Per questa perdita di fontalità e centralità evangelica, aspetti secondari e derivati sopravanzano e mettono in ombra il prioritario e l’essenziale.

Di qui il richiamo insistente del Papa a ricondurre al Vangelo l’annuncio morale: «Quando la predicazione è fedele al Vangelo, si manifesta con chiarezza la centralità di alcune verità e risulta chiaro che la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, è più che un’ascesi, non è una mera filosofia pratica né un catalogo di peccati ed errori. Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva». «Quest’invito – rileva il Papa – non va oscurato in nessuna circostanza». La morale cristiana nasce da questo invito e consiste nella risposta che suscita. Essa sta in questa relazione: è morale vocazionale e dialogica. Non un codice di doveri e divieti – «un catalogo di peccati ed errori» – ma la risposta grata a un evento di grazia, a ciò che Dio ha fatto e fa per noi. Una risposta non verbale – un dire «Signore, Signore!» (cf Mt 7,21) – ma operativa. «Risposta di amore» che la legge morale aiuta a formulare e praticare.

Donde il monito di Francesco a centrare la proposta cristiana sul primato di Dio, della sua grazia, della sua chiamata, di cui la morale è accoglienza attuativa e fedele. Dissociare la morale da questo “primo” di Dio, e del suo invito, è inaridirne la radice teologale ed evangelica: «Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del Vangelo”».

La morale non è un “fatto” primo del vivere cristiano, ma derivato e secondo. È una fedeltà suscitata da ciò che è primo e fondante. E Francesco cita Benedetto XVI: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva». È questo incontro il cuore del messaggio cristiano e del suo annuncio: «Si tratta – ci dice Francesco – di lasciarsi trasformare in Cristo per una progressiva vita “secondo lo Spirito”».

Di qui il richiamo non insistente, ma neppure episodico, di Papa Francesco su talune tematiche morali, e rispettive norme, appartenenti al magistero etico della Chiesa. Da taluni erroneamente interpretato (e fatto intendere) come cambiamento di magistero. Non è in atto un mutamento di dottrina morale della Chiesa sul piano normativo. Dottrina peraltro molto chiara, che il Papa presuppone e cui egli rimanda. È piuttosto in atto una ricentratura della morale su ciò che è primo ed essenziale, un riequilibrio sulla “persona” del rapporto con la “norma”, nella catechesi e nella predicazione morale. Il che ha ricadute rilevanti, apportatrici di significativi cambiamenti di mentalità, d’impostazione e di metodo, come il Papa stesso fa vedere, nell’annuncio morale del Vangelo e nei suoi operatori; e di nuova consapevolezza, incoraggiamento, rinnovata fiducia e speranza nel vissuto morale dei cristiani.

© Avvenire, 20 dicembre 2013

Il 10 maggio la scuola italiana in festa a San Pietro con il Papa

In tutte le diocesi grande mobilitazione per portare al centro l’educazione e coinvolgere i protagonisti

di Enrico Lenzi

Una grande giornata di fe­sta della scuola italiana con il Papa. E soprattutto «l’occasione per ribadire l’im­portanza che la Chiesa italiana pone al tema dell’educazione», sottolinea monsignor Domeni­co Pompili, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali e sotto­segretario della Conferenza epi­scopale italiana, parlando del­l’appuntamento al quale anche l’odierno Messaggio della Presi­denza della Cei fa riferimento: «Un grande pomeriggio di festa e di incontro con il Papa in piaz­za San Pietro il prossimo 10 maggio».

Un traguardo verso il quale ci si sta muovendo già dal maggio scorso quando a Roma si è svol­to l’incontro nazionale intitolato «La Chiesa per la scuola», duran­te il quale si è ribadito non solo l’impegno sul fronte educativo in questo decennio ma anche l’at­tenzione che la Chiesa ha per tut­ta la scuola italiana. E proprio a tutti i soggetti pre­senti nella scuola si rivolge la mo­bilitazione che vedrà coinvolte tutte le diocesi. «Nei primi mesi del prossimo anno, dalla festività di san Giovanni Bosco alla Gior­nata per la vita – spiega monsi­gnor Pompili – si svolgerà in tut­te le diocesi italiane la Settimana dell’educazione, che si propone di coinvolgere a livello locale dav­vero tutti, con incontri, momen­ti di riflessione e manifestazioni pubbliche». Un coinvolgimento rivolto davvero a tutti i soggetti presenti nel mondo della scuola: studenti, genitori, docenti, non docenti, personale amministra­tivo, dirigenti scolastici. «L’idea di fondo – prosegue il sottose­gretario della Cei – è di creare un avvicinamento per un evento dal grande impatto che permetta di porre al centro del dibattito il te­ma della scuola. Un tema che non deve essere riservato o ri­stretto agli addetti ai lavori, ma che deve rendere tutti consape­voli dell’importanza del tema». Nasce anche da questa consta­tazione «la necessità di una mo­bilitazione che coinvolga tutti perché la scuola non sempre ri­sponde alle attese». Ma l’atten­zione è rivolta all’intero mondo scolastico italiano, statale e non statale, dove – in quest’ultimo – la presenza della scuola cattoli­ca è grande. Ovviamente c’è un’attenzione particolare a que­sto segmento del sistema scola­stico italiano che la comunità cristiana ha creato e continua a tenere in vita pur tra mille diffi­coltà, ma «lo sguardo vuole es­sere davvero complessivo. Del resto ci rivolgiamo a tutti perché la scuola è un bene comune di tutta la società, e a volte si di­mentica di porla al centro dei propri interessi».

A febbraio 2014 i quattro uffici della Cei coinvolti nell’evento (l’Ufficio nazionale per l’educa­zione, la scuola e l’università, il Servizio nazionale per l’insegna­mento della religione cattolica, l’Ufficio nazionale per la pasto­rale della famiglia, il Servizio na­zionale per la pastorale giovani­le) faranno il punto sul cammi­no di avvicinamento al 10 mag­gio. Un’ulteriore tappa per raffor­zare il coinvolgimento di tutta la società.

© Avvenire, 11 dicembre 2013

Uno tsunami solidale per sfamare il mondo

«Una sola famiglia, cibo per tutti»: la campagna mondiale della Caritas. L’iniziativa sostenuta da un video messaggio di Papa Francesco che esorta a «non girarci dall’altra parte»

di Salvatore Mazza

È partita lunedì – all’alba di quello che per noi era ancora ‘ieri’ – da Sa­moa, e a quest’ora ha già attraver­sato il pianeta. Bangladesh, Giordania, Grecia, Bosnia, Italia, Africa, America La­tina, Stati Uniti, Canada. Un’onda di pre­ghiera, e mai come questa volta si può spe­rare che diventi uno tsunami, per unire tutto il mondo nella lotta contro la fame. È la campagna globa­le che con lo slogan ‘Una sola famiglia, cibo per tutti’ la Cari­tas internationalis ha presentato ieri a Roma, sostenuta dall’«appoggio convinto» di Papa Francesco che in un suo vi­deomessaggio (che abbiamo pubblicato ieri su queste pagine) esorta, di fronte a questo «scandalo mondiale» che coinvolge «un miliardo di persone», a «non girarci dall’altra parte e far fin­ta che questo non esista. Il cibo a disposizione nel mondo ba­sterebbe a sfamare tutti». Con questa iniziativa, ha spiegato il segretario generale di Ca­ritas internationalis, Michel Roy, «vogliamo spingere i governi del mondo a onorare i loro impegni, visto che l’obiettivo di svi­luppo del millennio che prevedeva di dimezzare, entro il 2015, il numero di persone che soffrono la fame nel mondo, molto probabilmente non verrà raggiunto». Tre gli assi portanti della campagna, che ognuna delle 164 Caritas nazionali coniugherà a modo suo con iniziative ed eventi: «Educare e mobilitare per­sone e governi; agire attraverso progetti concreti; partecipazio­ne dei poveri». Un «movimento così globale può portare il cam­biamento necessario», secondo Roy, che ha spiegato come, tra le sue date importanti, avrà anche la par­tecipazione all’Expo di Milano nel 2015. Alla conferenza stampa avrebbe dovuto essere presente anche il cardinale Peter Kodwo Turkson, presidente del Pontificio Consiglio giustizia e pace, che tuttavia ie­ri era in Sud Africa quale inviato del Pa­pa al funerale di Nelson Mandela. E pro­prio all’esempio di Madiba, che «crede­va e lottava affinché i diritti e i bisogni di tutti fossero rispettati», ha richiamato Turkson nel messaggio inviato alla presentazione della cam­pagna, la quale, ha scritto, «ci invita tutti a seguire il suo esem­pio, perché quando viviamo come fossimo una sola famiglia il cibo per tutti c’è». Padre Ambroise Tine, segretario esecutivo di Caritas Senegal, ha fatto notare che in Africa e in Europa «man­cano oggi leader come Mandela, che sanno l’importanza della giustizia e della pace per il rispetto della dignità e dello svilup­po dei popoli». Tanto più che, come hanno messo in evidenza don Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana di Roma, e Ferruccio Ferrante, di Caritas italiana, il problema tocca anche le società sviluppate come la nostra, nella quale si stimano in circa quattro milioni le persone in povertà alimentare. Le sole Caritas diocesane promuovono 111 mense sociali, che distri­buiscono 1 milione e mezzo di pasti l’anno. Non solo: «Negli ul­timi anni c’è stato un aumento di richieste di aiuti alimentari, dal 40 al 60%, che arriva al 75% se si considerano tutti gli aiuti materiali». Nella sola Roma, ha ricordato Feroci, nel 2012 sono stati forniti aiuti alimentari a 3.805 persone, per un valore di 1 milione e 220mila euro.

© Avvenire, 11 dicembre 2013

Brague, se l’umanesimo si riduce a laicismo

Mentre la Francia celebra per la prima volta la Giornata della laicità, il filosofo riflette sui nuovi giacobini: «Escludendo il trascendente, non sanno più dare valore all’uomo»

di Daniele Zappalà

Molte scuole francesi commemoreranno domani la legge di separazione delle Chiese e dello Stato, risalente al 1905, nel quadro di una Giornata della laicità che continua a suscitare polemiche. Il pomo della discordia resta la stessa laicità, diversamente definita a livello politico. Si ricorderà che l’ex inquilino neogollista dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy, aveva auspicato l’avvento di una “«laicità positiva”, equiparando maestri di scuola e sacerdoti. Ma tale concezione non pare condivisa dall’attuale esecutivo socialista, che ha istituito un Osservatorio della laicità per vigilare sul rispetto di un principio citato già nel primo articolo della Costituzione.

Inoltre, al timone del ministero francese dell’Istruzione, il più importante per dotazione finanziaria, è giunto Vincent Peillon, con trascorsi di ricercatore e saggista interessato alle origini della laicità e della “filosofia repubblicana”. Lo stesso intellettuale che aveva pubblicato nel 2008 il volume La Révolution française n’est pas terminée (“La Rivoluzione francese non è terminata”, Seuil), mostrando ben poca tenerezza verso il cristianesimo. Citando Edgar Quinet, autore ottocentesco di forti convinzioni laiche, Peillon aveva affermato: «La Rivoluzione francese ha fallito, perché non occorre fare la rivoluzione solo nella materia, occorre farla nelle menti. Ora, abbiamo fatto essenzialmente la rivoluzione politica, ma non quella morale e spirituale. E abbiamo lasciato ciò che è morale e spirituale alla Chiesa cattolica. Dunque, occorre rimpiazzare ciò. Del resto il fallimento del 1848, quando la Chiesa cattolica, i preti sono giunti a benedire gli alberi della libertà dei rivoluzionari, è la prova che non si potrà mai costruire un Paese di libertà con la religione cattolica».

A livello politico, tale rugosità non è oggi condivisa da tutti i membri del governo. Ma in ogni caso, nelle sfere intellettuali, la diatriba non poteva destare indifferenza. Anzi, proprio in questo clima a tratti incandescente diversi fra i maggiori pensatori si sono soffermati di nuovo sul nodo dei contenuti morali e spirituali di ogni società. Fra i filosofi non credenti, Régis Debray ha pubblicato Le moment fraternité(Gallimard), invocando la riscoperta di una dimensione “sacra” della vita civile. Da parte sua, Julia Kristeva ha scandagliato l’umano “bisogno di credere” (anche in un volume omonimo pubblicato in Italia da Donzelli), ricordando pure il legame storico gemellare fra umanesimo e cristianesimo. E, fra i pensatori credenti, Rémi Brague ha intrapreso una profonda esplorazione dell’idea contemporanea di umanesimo. La stessa, fra l’altro, riapparsa di recente pure fra le priorità dell’Unesco, l’agenzia dell’Onu con sede a Parigi e specializzata nei temi attinenti a educazione, scienza e cultura.

Di umanesimo Brague parlerà anche mercoledì prossimo a Roma, presso l’aula magna della Lumsa. «Il pensiero moderno – sostiene Brague – è a corto di argomenti per giustificare l’esistenza stessa degli uomini. Questo pensiero ha cercato di costruire sul proprio terreno, escludendo tutto ciò che trascende l’umano, natura o Dio. Così facendo, esso si priva di qualsiasi punto d’Archimede, divenendo pertanto incapace di esprimere un giudizio sul valore stesso dell’umano. Bisogna dunque prendere atto di un fatto nuovo. Cerchiamo di nascondercelo con mille sotterfugi. Mi sembra più opportuno gridarlo sui tetti. Non certo come un grido di trionfo, ma come l’espressione di una preoccupazione profonda: il progetto ateo dei tempi moderni è fallito. L’ateismo è incapace di rispondere alla questione della legittimità dell’uomo».

L’ultimo importante volume del filosofo apparso quest’anno in Francia, intitolato in effetti Le propre de l’homme. Sur une légitimité menacée (Flammarion), può essere letto pure come una critica delle derive contemporanee di stampo anti-umanista o pseudo-umanista, venate talora di nichilismo o di relativismo radicale. Il nuovo volume, che Brague ha indicato come satellite di uno studio più voluminoso e organico di prossima pubblicazione, Le Royaume de l’homme (“Il Regno dell’uomo”), esplicita alla fine i compiti odierni del pensiero umanista, ovvero l’avvento di un “nuovo Medioevo”. L’espressione è volutamente provocatoria: «Intendo con ciò l’instaurazione di un rapporto con la trascendenza, più chiaramente una religione. Ma quest’accesso alla trascendenza passerebbe per la razionalità, rendendo così possibile l’elaborazione razionale della religione attraverso una teologia. Questo passaggio attraverso la mediazione della ragione permetterebbe di rispettare l’uomo in ciò che costituisce la sua umanità».

Per il filosofo, gli umanisti di oggi non possono restare a contemplare il passato. C’è un dovere di azione che pare congiungersi alla stessa volontà della Chiesa di agire nella sfera civile. Su tale esigenza storica, pensando in particolare alla recente veglia di preghiera per la pace voluta da papa Francesco, Brague ci confida: «Questa volontà si fonda sul timore di diventare colpevoli del delitto di omissione di soccorso. C’è un passaggio di Ezechiele, ai capitoli 3 e 33, che trovo personalmente sempre più eloquente. Dio dice al profeta che, se gli altri persisteranno nel peccato e moriranno senza essere stati avvertiti, è a lui che si chiederanno i conti. Ma se li ha avvertiti, spetterà solo a loro. È di certo notevole che la Chiesa agisca con la parola e la preghiera, non con la forza».

© Avvenire, 8 dicembre 2013

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