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“Noi e la Giulia” e un Sud asfissiato dall’antimafia

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Il film “Noi e la Giulia” pare sia un film da andare a vedere per trarne positivi giudizi. Della pellicola diretta da Edoardo Leo ne parlano Ottavio Cappellani, nella rubrica settimanale “Sicilian comedi” pubblicata su La Sicilia, e Pietrangelo Buttafuoco, nel suo “Il riempitivo” pubblicato su Il Foglio, ed entrambi lo fanno per giungere quasi alla medesima conclusione, ovvero: non è con le teorie che si genera il cambiamento, bensì osservando e mettendosi al servizio della realtà.

“Noi e la Giulia” oltre a essere una commedia sarà forse anche un film di denuncia, una denuncia amara verso istituzioni che continuano a occuparsi di anacronistiche teorie antimafiose, tralasciando di intervenire laddove la criminalità spicciola rende davvero difficile la vita e ogni possibile cambiamento.

Articolo pubblicato su IMGPress.it

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Che fine ha fatto l’Italia giusta dei giusti?

Il testo di una lettera che ho inviato al direttore del quotidiano IMGPress

Caro direttore,
ieri, quello che considero uno tra i pochi intellettuali di rango italiani, nonché direttore dell’unico quotidiano che vale la pena leggere, ha pubblicato un video editoriale attraverso il quale ha affrontato il tema dell’arresto dell’on. Genovese.

E’ ormai da qualche anno che, indegnamente, ricevo spazio su IMGPress per esprimere qualche ideuzza non allineata al politicamente corretto, e per questo La ringrazio. Chiunque può allora verificare come chi scrive non sia mai stato tenero nei confronti di Genovese quando altri, che oggi invece lo criticano e si augurano che marcisca in carcere, godevano dei privilegi che lo stesso Genovese era in grado di garantire loro.

La mia storia è la storia di chi è stato (ed è ancora!) Berlusconiano quando Berlusconi veniva massacrato dalla magistratura e lo era per un semplice motivo: perché ritiene che la politica non può in alcun modo essere asservita o peggio tenuta sotto ricatto dalla magistratura! Oggi che Francantonio Genovese è in un momento di estrema difficoltà umana e politica mi tocca essere Genovesiano e proprio per gli stessi motivi per cui sono Berlusconiano. Come Giuliano Ferrara ritengo che il sì all’arresto di Genovese sia quanto mai assurdo e invece considero doveroso il processo, non foss’altro per quel semplice diritto dell’imputato a difendersi, a far valere le proprie ragioni e, nel caso, a dimostrare la propria innocenza. Solo dopo il processo e nel caso in cui dovesse risultare colpevole per i reati che gli vengono ascritti si può ritenere giusto il carcere per Genovese.

Ma si sa, in Italia l’arresto preventivo serve per estorcere confessioni pilotate oppure per mandare messaggi in codice a chi deve intendere. E la vicenda Genovese, scaricato completamente dal suo partito, il Pd, aiuta a comprendere la partita politica che si sta giocando in Sicilia. I renziani nel chiaro tentativo di coprirsi le spalle dal punto di vista giudiziario si sono improvvisamente scoperti Crocettiani e Renzi che non può certo fare passi falsi, proprio nel momento in cui il suo governo muove i primi passi e le elezioni europee sono alle porte, ha preferito farsi i fatti propri consentendo ancora una volta alla magistratura di prevalere e di violentare la politica.

Nessuno può sapere come andrà a finire il voto alla Camera, anche se l’orientamento sembra scontato, e se Genovese finirà in galera. Quel che è certo è che sulla testa di Genovese si sta giocando una partita di potere tutta interna al Pd, partita che ha un unico obiettivo: privare Messina di qualunque autorevole rappresentanza politica e così ridurre il territorio a terra di conquista di gruppi di potere che nulla hanno a che spartire con Messina e con il bene dei Messinesi.

Volevano far fuori l’on. invece hanno ucciso Messina

La sciagura abbattutasi sulla Sicilia ieri ha prodotto il secondo governo (si fa per dire!) guidato (si fa per dire!) dal satrapo pappagone. Con lo scorrere del tempo prende sempre più evidenza e forma ciò che la Sicilia sta divenendo: una grande impostura. E’ evidente come le sinistre al governo non riescano a produrre altro che menzogne e malandrinerie varie.

Il rimpasto di ieri avrà conseguenze pesantissime per la città di Messina, oltre al fatto che nessun messinese è presente nella nuova giunta. Crocetta dunque sconfessa se stesso, il quale all’indomani delle elezioni regionali dichiarò che la provincia di Messina, risultata determinante per la sua nefasta elezione, gli era entrata nel cuore al punto da stabilirne la residenza.

Il rimpasto di ieri assieme alle vicende giudiziarie (pilotate proprio da Palermo!) che vedono coinvolto l’on. Genovese avranno pesanti ripercussioni su Messina. La più evidente conseguenza, che la mancata conferma di Nino Bartolotta produrrà, sarà la totale disintegrazione del Pd cittadino. Senza più Genovese, ma con Bartolotta ancora nella veste di assessore il Pd avrebbe potuto tentare un’aggregazione attorno a una figura autorevole e politicamente anche capace. Venendo a mancare tale ruolo è inevitabile che si apra una forsennata caccia al posto e al ruolo che condurrà dritti dritti alla fine dell’esperienza democrat in riva allo Stretto.

Senza Bartolotta e Genovese nei propri ruoli Messina non ha più nessun tipo di rappresentanza, né a livello regionale tantomeno sul piano nazionale. Di tale sfascio sono responsabili tutti, anche i renziani che ieri, per evidenti problemi giudiziari pendenti in capo ad alcuni di essi, hanno appoggiato Crocetta andando anche contro il neo segretario regionale del Pd.

Volevano far fuori Genovese, hanno finito per uccidere Messina.

Articolo pubblicato su IMGPress.it

Con Genovese la politica abbia un sussulto d’orgoglio!

Attorno alla recrudescenza dello scontro tra un pezzo di Pd e Francantonio Genovese ci si chiede: dopo questa violenta guerriglia giudiziaria che ne sarà della formazione professionale in Sicilia? Soprattutto: Crocetta, oltre a sollecitare le procure a intervenire contro chi minaccia il suo potere, è in grado di pensare a un sistema della formazione professionale moderno e in grado di conciliare le aspettative dei giovani con quelle del mondo del lavoro? Oltre lo smembramento di quello che in modo sprezzante è stato definito il “clan Genovese” (le parole, usate in un certo modo, fanno più rumore di una pallottola sparata a bruciapelo!) la sensazione che si ha, in tema di formazione, è che nel più puro stile gattopardesco tutto cambierà perché tutto rimanga così com’è e che fatto fuori un gruppo ad esso ne subentrerà un altro e non è detto che il nuovo sia meglio del vecchio.

Dubbi legittimi che rimandano ad un’altra grande questione: la riforma, non più prorogabile, della giustizia. La questione giustizia è divenuta il problema dei problemi per il nostro Paese. Sono anni che la magistratura (quella associata che detiene il potere di tutta la categoria) è impegnata in una guerriglia culturale tesa a perseguire un unico obiettivo: delegittimare il legislatore democraticamente eletto, ritenuto moralmente non all’altezza di realizzare qualsiasi tipo di intervento legislativo, sostituirsi ad esso e prendere in mano le redini del Paese. Da qui si comprende come la battaglia per una giustizia giusta sia divenuta una vera e propria priorità democratica che riguarda tutti, nessuno escluso. Si tratta di una battaglia che va combattuta fino in fondo prima che sia troppo tardi e prima che l’Italia subisca una svolta «democratica» sul modello vigente nei paesi sud americani.

Per superare definitivamente quest’empasse è innanzitutto necessario che la politica riconquisti il ruolo che legittimamente e costituzionalmente le spetta. Sarebbe opportuno riformulare il Lodo Alfano, quindi, normare in modo serio e rigoroso l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche e contemporaneamente varare la tanto agognata riforma dell’ordinamento giudiziario: tutti provvedimenti di buon senso e necessari per un paese che vuole continuare a definirsi civile. Provvedimenti per la cui realizzazione, e approvazione in tempi rapidi, auspicabile sarebbe la collaborazione,propositiva e non renitente, di tutta la classe politica. È pronta, però, soprattutto la sinistra a compiere un simile rivoluzionario passaggio? I dubbi sono tanti e non appena di tipo metodologico, quanto culturale.

A sinistra da tempo prevale la celebrazione acritica del potere giudiziario, argomentata dalla pretesa superiorità del diritto di formazione giurisprudenziale, che mal considera e giudica una politica ritenuta eticamente insufficiente. Su queste basi culturali, alle quali bisogna aggiungere il noto complesso di superiorità della sinistra, che spinge a nutrire un odio viscerale nei confronti della ricchezza (degli altri, beninteso!), è difficile prevedere una convergenza di tutta la politica. Del resto quello con la magistratura è sempre stato un rapporto pericoloso per la sinistra. Un rapporto di collateralismo coltivato con l’obiettivo di poter conquistare il potere per via giudiziaria, previo annientamento del nemico politico, che sino ad oggi, fortunatamente non si è ancora realizzato: ma chi può garantirci per il futuro?

La riforma della giustizia non è più rinviabile: il problema dei problemi deve essere risolto una volta per tutte. Nel frattempo sarebbe un bel segnale democratico se la Camera votasse contro l’arresto di Genovese. Sarebbe un modo serio per far capire che la politica non ha più intenzione di lasciarsi sottomettere da una magistratura che è divenuta un potere senza limiti che non intende retrocedere dalla volontà di tenere sottoscacco l’intero Paese!

Articolo pubblicato su IMGPress.it

A COSA CCHIU ‘MPURTANTI

Una poesia che scrissi il giorno del mio 40^ compleanno. La scrittura in dialetto non è delle più corrette!

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Stamu ‘cca intra a sta roccia e
tantu manciari nni mittemu in saccoccia,
ci sunnu puru Petru e Lella e
a jurnata nni pari cchiu bella!
Non mi dilungu oltri e
vi dicu sulu chistu:
‘nta nostra vita a cosa
cchiu ‘mpurtnanti jè sulu Cristu!

Povera e buttanissima (senza offesa) Sicilia

Leggete la lucida requisitoria del grande Buttafuoco voi uomini e donne che votate sull’onda del sentito dire e credendo alle menzogne propalate a piene mani da quei professionisti del collettivismo informativo che ha come unico faro guida l’ignoranza sociale. Voi uomini e donne di merda ci avete imposto Crocetta alla Regione, Orlando a sindaco di Palermo, Accorinti a sindaco di Messina e… via così in tutta la Sicilia e il risultato è quello descritto a perfezione nell’articolo che segue

Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco

Premessa. Quasi certamente a Totò Cuffaro, detenuto dal gennaio 2011 nel carcere romano di Rebibbia, sarà concesso l’affidamento ai servizi sociali. Succederà prima di Natale. E’ l’uomo che ha pagato per tutti. Soprattutto per i suoi successori. Raffaele Lombardo, sotto processo per mafia a Catania, e Rosario Crocetta, governatore attualmente regnante. Uno peggiore dell’altro.

Due sono le disgrazie della disgraziatissima Sicilia. Sono due A. Una è l’Autonomia in nome della quale i deputati regionali non solo si concedono lo spreco ma non si riducono lo stipendio come stabilito a suo tempo dal “decreto Monti”. E poi l’Antimafia. Nel cui nome, la sceriffaglia preposta al controllo, piega la nobiltà di tutte le migliori intenzioni ai propri interessi politici. E sono solo nuovi privilegi, nuove clientele e comparaggi resi invincibili in forza di una legalità ridotta a maschera. E a mistificazione. Un dirigente regionale, infatti, non è bravo se si adopera per lo sviluppo e per il lavoro, ma solo se fa due o tre denunce in procura. Con la scusa dell’Autonomia, poi, si continua a fare carne di porco di una terra dove un’assessorina, la studentessa Nelli Scilabra, gestisce per conto dei propri tutori un’operazione faraonica di ottocento milioni di euro per la formazione. E’ la mitica “formazione professionale”, l’immenso parcheggio truffaldino per precari sfaccendati pagati dalla regione.

Due, dunque, le A per la buttanissima regione siciliana dove si rinnova l’antica impostura. La studentessa, di cui sopra, va all’università con l’auto blu. I suoi colleghi l’hanno ripresa col telefonino e il filmino, poi, è stato messo in rete. Il problema, ovviamente, non è questo ma c’è una morale: chi di demagogia ferisce, di demagogia perisce e i guai veri sono altri. Apre l’Ars, ossia l’Assemblea regionale siciliana e non ci sono leggi da discutere. Ed è come aprire la saracinesca di un negozio dove non entrano mai clienti. Questa è la giornata tipo della Sicilia – aspettare tutto il giorno davanti a una porta, in mezzo a una strada – e si precipita, per dirla con Leonardo Sciascia, verso il fondo senza mai toccare il fondo perché se proprio la vogliamo aggiungere un’altra A e fare la tripletta c’è la A dell’Arruffapopolo che non è proprio quella delle agenzie di rating, piuttosto quella del viceré la cui schiuma taumaturgica sta svelandosi nella più isterica delle sceneggiate.

Ecco come smorfiare la tragedia di Sicilia: quattro meno fa il negozio, più trentacinquemila fa la porta dove non entra più nessuno. Meno quattro è, appunto, il pil, il prodotto interno lordo. Il più, invece, si riferisce ai disoccupati. Sono tutti davanti alla saracinesca della Sicilia e sono trentacinquemila in più. A tutto questo precipitare verso il fondo senza mai toccare il fondo si arriva nell’arco di un anno e si registrano – lo rivela l’Istat mettendo a confronto il dato del secondo trimestre, quello del 2012, con quello del 2013 – ottantaquattromila posti di lavoro in meno.

Smorfia o meno, questo è il gran risultato cui si arriva nell’anniversario di soli trecentosessantacinque giorni. Il datario inizia il 28 ottobre dello scorso anno con l’elezione di Rosario Crocetta alla presidenza della regione – che è la terza A, quella di Arruffapopolo – per culminare un anno dopo, quando a Sala d’Ercole (l’assemblea del Parlamento) i deputati siciliani hanno discusso la mozione di sfiducia a colui il quale tutti quelli che ne pagano mezza di gazzosa riconoscono l’aura del rivoluzionario, dell’antimafio e del profumato di primavera. La metafora della gazzosa è presto spiegata. Ci si riferisce a quelli a cui non costa sforzo lo chic non avendo lo choc di averci a che fare davvero con Crocetta. Come i giornalisti del Sunday Times che non sanno una beata mentula di quel che succede davvero in Sicilia.

Lo so. Non gliene strafotte niente a nessuno della Sicilia. L’Arruffapopolo, signore dell’Autonomia, nonché unto dell’Antimafia ha superato la prova schivando la sfiducia presentata in Parlamento dai Cinque stelle (… ma non c’era l’esperimento Sicilia coi grillini?, diranno i più ingenui) e da Nello Musumeci, leader della destra il cui discorso in Assemblea oramai ha raggiunto in rete visualizzazioni degne di Miley Cyrus: “Ella, presidente”, ha detto Musumeci a Crocetta, facendolo nuovo, “è l’ultimo fedele interprete di Pirandello. E’ uno, è nessuno, è centomila. E’ colui che fa nel modo migliore le cose peggiori”. I simpatici reporter forestieri fanno volentieri la villeggiatura e ne scrivono meraviglie del governo di Crocetta perché il pittoresco tira tantissimo e perciò: “The gay governor vows to straighten out Sicily…”.

Quello va a raccontare agli inviati dei giornali internazionali del suo rischiare giorno dopo giorno. Ruba il mestiere a Roberto Saviano, racconta l’incidente automobilistico dove si sono sfasciati in modo proprio grave gli agenti della sua scorta e, con fare drammatico – col dire e non dire, col trasi e nesci, con la tecnica del “non ho prove ma non lo posso escludere” – lascia intendere che su quei pilastri dell’autostrada, dove disgraziatamente l’auto andò a sbattere, ci fu e non ci fu l’attentatuni!

I grandi giornali italiani, grazie a Dio, non ci cascano più. La favola della primavera, della rivoluzione e dell’antimafio è finita a fischi e piriti ma se l’ha superato il voto sulla mozione di sfiducia, un grazie, il Crocetta, non lo deve dire di certo al suo partito, il Pd, che lo tiene a distanza come si fa con un pollastro querulo cui non basta più il mangime, né alle pattuglie trasformiste formatesi all’indomani delle elezioni. Il vero grazie lo deve consegnare alla voliera dei falchi e delle colombe berlusconiane se poi accanto alla vagheggiata possibilità degli alfaniani di replicare a Palermo un governo simil-lettiano, si unisce la decisione di Gianfranco Micciché – sempre primo al traguardo del cuore di Silvio Berlusconi – di far votare senza se e senza ma la fiducia all’Arruffapopolo. Lo so. Non strafotte a nessuno della Sicilia e delle sue disgraziatissime A ma cercherò di farla breve.

1) Crocetta viene eletto un anno fa da centrosinistra e Udc. Non aveva la maggioranza in Aula e, tranne qualche iniziale naufrago, inventa il modello Sicilia con i grillini. Merce di scambio la vicepresidenza dell’Ars per Antonio Venturino, oltre al voto sull’abolizione delle province (mai effettivamente abolite, anzi, affidate a commissari di stretta fiducia di Crocetta). Venturino è uno dei leader del M5s che poi mollerà il movimento per tenersi l’intera diaria e, buon ultimo, prendersi anche la satanica auto blu.

2) Strada facendo sono nati altri gruppi, tutti trasformisti, tra cui “Articolo 4” che non è una band musicale ma una pattuglia formatasi coagulando una costola Udc (ex autonomisti) e traditori vari del facilmente tradibile centrodestra. Questo ha iniziato a cambiare la geografia della maggioranza, fino al voto di ieri che ha visto Crocetta sostenuto non più dal progetto rivoluzionario, ma da una maggioranza che si fonda sul trasformismo.

3) Perché la mozione? Si erano rotti i rapporti con il Pd che era uscito dalla maggioranza e una parte del centrodestra, l’area Alfano-Schifani che ha lavorato per un governo regionale sul modello del governo di Enrico Letta ha poi dovuto fare i conti con Musumeci, pronto a prendere l’iniziativa per tornare a guidare, di fatto, l’opposizione. Coi falchi di Micciché schierati con Crocetta.

Ecco, l’ho fatta breve. Crocetta nel day after (mettiamola così per fare contenti quelli del Sunday Times), dovrà arrivare al rimpasto dove verrà verosimilmente imbrigliato dai volponi centristi. Presuntuoso com’è sta ridicolmente rimuginando la possibilità di dimettersi e lanciarsi nella scena nazionale quando, finita l’esperienza Letta, potrebbe candidarsi per la premiership contro Matteo Renzi e allora altro che Ponte Vecchio dato in affitto.

L’ho fatta breve anche perché Crocetta altro non cerca che una scorciatoia. E’ terrorizzato da un’assicurazione che, pasticcione reo confesso qual è, ha sottoscritto contro gli incidenti in materia amministrativa. Non pensa ad altro che a pagare queste tratte mensili. Con chiunque parli la prima ansia che svela è questa e siccome prende più soldi di Barack Obama ogni volta si avventura in disquisizioni su contributi e versamenti previdenziali degni della migliore patafisica. La politica, in Sicilia, è una carriera e se solo si aprisse questo capitolo del pittoresco gelese non ci sarebbe da mettere in fila Roberto Cavalli, Flavio Briatore e perfino Alfonso Signorini in idem sentire con un brand qual è Renzi ma tutta un’idea dell’Arruffapopolo e della scumazza taumaturgica la cui sostanza è svelata in un gioco semplice semplice e che è questo: la Regione siciliana è il posto dove governa Crocetta, regna Confindustria e dove la regia è sempre quella di Beppe Lumia.

Crocetta, Confindustria e Lumia, dunque. Del primo ho già scritto, della seconda è presto detto: non fanno proposte di sviluppo e di crescita, si limitano a declamare l’Antimafia e a recuperare benefici dell’Autonomia tanto è vero che le poche risorse sono finalizzate alla strategia di concentrazione dei carrozzoni quali l’Irsap e un posto di lavoro in più, almeno uno, cotanta Confindustria non l’ha creato. Del terzo, del regista infine – capo assoluto degli antimafi di tutte le antimafie, onnipresente e padrone vero del governo di Raffaele Lombardo prima e di Crocetta oggi – dirò con il “Tractatus logico-philosophicus” di Ludwig Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Le conseguenze del significato linguistico della proposizione le tragga dunque il lettore.

La situazione è il disastro. Crocetta viene dopo Lombardo che, a sua volta, venne dopo Totò Cuffaro e la situazione è così un disastro – lo stato delle cose è in un grado così sventurato – che ognuno porta a far rimpiangere il predecessore. E la quarta toccante e dolcissima A di Sicilia, disgraziatissima qual è, è dunque la A di Agnus Dei. E’ l’Agnello sacrificale ristretto nelle carceri di Rebibbia, ossia Totò Cuffaro che sconta la propria pena e paga per tutti. Soprattutto paga per chi, facendo il peggio al meglio, si fa forte della tracotanza avvelenando i pozzi della stessa critica e dell’onestà intellettuale per impedire il libero esercizio del dibattito. Chiunque osi fare l’unica necessaria denuncia – la Sicilia è prossima al fallimento, anzi, la Sicilia è già fal-li-ta! – viene derubricato in automatico: omofobo e, in secundis, mafioso.

Questo è il menu offerto da Crocetta a chi osa disturbarlo. E ne sanno qualcosa i ragazzi di LiveSicilia, il sito d’informazione più diffuso, su cui lui, quando è a corto di anatemi, esercita scherno. Come quando accusa i deputati dell’opposizione: “Voi leggete troppo LiveSicilia e non il Sunday Times…”.

E si sa: LiveSicilia ha dato alle stampe un dossier, “Un Rosario di bugie”, dove vi sono elencate le fanfaronate del nostro Pappagone. Altro che Sunday Time’s. I pozzi sono proprio avvelenati e perfino un monumento come Lucia Borsellino è stato ridotto ad essere instrumentum regni e totem di distrazione della rovina incipiente. La Borsellino, infatti, assessore regionale della Salute, persona alla quale ognuno s’inchina in memoria del martirio del padre, un solo provvedimento nella sua amministrazione non l’ha preso. Stanno fallendo in Sicilia tutte le aziende della sanità (eccetto le cliniche) e perciò qui urge la domanda: dove può mai portare una strategia di governo come questa se poi l’Antimafia, per interposta attività regionale, non viene amministrata nemmeno dagli assessori, ma dai segretari degli assessori? Dopo di che capitano i guai. Fa parte della mobilitazione antimafia una delibera di giunta firmata in piena estate per dare il via libera all’aumento di cinquanta posti letto nella clinica Humanitas, in progetto a Misterbianco, diretta dalla madre del deputato regionale di Articolo 4, Luca Sammartino?

Il fondo non arriva al fondo e tutti gli assessori del governo siciliano sono solo finzioni e sono cartoon se poi Michela Stancheris, la segretaria che Crocetta ha nominato responsabile della Cultura in giunta dopo aver cacciato Franco Battiato, si veste da Superwoman, certificando con una pulcinellata scolpita sul web, un lapsus: l’inadeguatezza a guidare una realtà dove ben oltre il 50 per cento del patrimonio artistico nazionale, mentre le Camere di Commercio sono in allarme perché a Cefalù, alle Eolie e a Taormina perfino i turisti non arrivano più, resta in ostaggio di dilettanti allo sbaraglio. Simpatici figuranti buoni al più per le puntate dell’“Arena” su Rai1 sono questi assessori, contorno per il governatore che, grazie a Klaus Davi, il suo consigliori, profonde annunci che non vedranno mai luce. A proposito, scommettiamo che dovranno convocare i comizi elettorali per il rinnovo delle province?

Due sono dunque le disgrazie della Sicilia. Sono le due A. Quelle dell’Autonomia. E quella dell’Antimafia. Poi c’è la terza A di complemento. E’ la A di Arruffapopolo, ed è quel Pappagone di Sicilia, epigono propagandistico dei tanti Antonio Ingroia, ormai ridotto – almeno questo – a cantare nei matrimoni…

Un Arruffapopolo, il Cetto Crocetto La Qualunque, che solo lo stato, a questo punto, commissariandolo, dovrebbe togliere perché nessuna nuova elezione potrà portare salvezza in Sicilia dove i pozzi trasudano solo i veleni del ricatto e i miasmi di ipocrisie proprie di quel fondo dove si cade senza mai arrivare in fondo. Solo lo stato, dunque, con un commissario straordinario potrà portare rimedio in Sicilia. Un Cesare Mori, dunque, che si faccia carico della responsabilità politica per strappare finalmente dalle carni di Sicilia quelle due A. Autonomia e Antimafia che come flatus vocis sembrano parole bellissime ma che nell’applicazione gaglioffa altro non sono che due metastasi. E’ quel cancro cui la Sicilia non sa più opporre che chemioterapia di pura retorica.

Post scriptum. La quarta A, infine. La A di Agnus Dei. Mettetevi nei panni di un siciliano che la notte, quella dei morticini appena consumata nelle prime ore di questo giorno, pensa a Totò chiuso in cella. Ha pagato e paga per tutti, agnello sacrificale di tutta una storia dove chi gli è succeduto ha fatto al meglio il peggio, povero figlio stretto in catene e che solo la pietas della giustizia potrà accompagnare a un provvedimento veramente equo. Concedergli, infine, la possibilità di affidamento ai servizi sociali dove lui potrà fare quello che da sempre ha saputo fare – il ragazzo di parrocchia – e così restituirlo all’unico possibile risarcimento. Fare il Natale in casa Cuffaro.

© Il Foglio, 2 novembre 2013

Ingroia e la rivoluzione (in)civile di Crocetta

In un paese civile e veramente democratico saremmo già dovuti scattare dalle sedie e scendere in piazza a protestare, invece, trovandoci in Italia, continuiamo tranquillamente a scaldare le sedie dei nostri uffici e portiamo avanti la nostra personale rivoluzione a colpi di “Like” su Facebook.

Su giornali e televisioni, ma anche attraverso fiumi d’inchiostro stampato su fogli rilegati in libri dagli sfruculianti titoli, continuamente ci viene detto che bisogna farla finita con la “casta” e con il vecchio modo di fare e concepire la politica; ci viene continuamente ripetuto che oggi, se veramente vogliamo riprenderci dalla crisi e dal declino che ammorba il nostro Paese, c’è bisogno di aria nuova, c’è bisogno di giovani che non vogliono avere più niente a che fare con giochetti di poteri, con le parentopoli, con i trombati della politica che vengono sistemati nelle miriadi di posti di sottogoverno che la politica crea, garantisce e gestisce appositamente per perpetrar se stessa all’infinito. E più tutti costoro seguitano a ripeterci queste belle cose, più siamo pervasi dalla sensazione che, in fin dei conti, ad essi ciò che veramente interessa è soltanto garantirsi un posto all’interno di quel sistema che, a parole, dicono di voler combattere.

Prendiamo il caso di “Sarino Sparaminchiate” Crocetta (mai appellativo fu più azzeccato di quello coniato da Fabio Mazzeo!), il quale Continua a leggere →

Anche i grillini tengono famiglia

Un bell’osso e un buon bicchiere
di vino non si negano a nessuno

Grillo e il M5S dimostrano, giorno dopo giorno, di essere la più grande bufala della storia politica della Repubblica Italiana. Chi, alle ultime elezioni, ha scelto di votare il M5S spesso l’ha fatto inconsapevolmente e sull’onda della protesta anticasta, ma anche la più giusta delle proteste se non viene espressa in modo intelligente e rimane fine a se stessa finisce per produrre più disastri che benefici.

Mettiamo allora da parte per un attimo il “caso Parma” e l’incapacità amministrativa di Pizzarotti, e mettiamo da parte pure l’assoluta inadeguatezza mostrata dai grillini rispetto alle vicende politiche nazionali e concentriamoci su quello che sciaguratamente è stato definito “Modello Sicilia”: di cosa ci rendiamo conto? Continua a leggere →

Battiato, Zichichi e il “Modello Sicilia”

Battiato, Crocetta e Zichichi

Le vicende Battiato e Zichichi dimostrano che il “Modello Sicilia” più che un modello reale e concreto sai un modello virtuale e immaginario. E’ probabile che proprio tale caratteristica di aleatorietà spinga Crocetta a evocarlo come modello ogni qualvolta ci sia da evidenziare la possibile convivenza politica tra il Pd e il M5S. Se, però, il buongiorno si vede dal mattino, il “Modello Sicilia” non lascia presagire nulla di buono nel caso in cui, dopo le consultazioni, Bersani dovesse decidere di replicarlo a livello nazionale. In tal senso, infatti, non si può non sottolineare come il rimpasto della giunta di governo siciliana avvenga a poco più di cinque mesi dalle elezioni regionali.

Quello siciliano, dunque, è un modello di governo basato più su annunci e proclami che su provvedimenti che tentino di affrontare e risolvere i problemi della gente. Così, se da un lato con la inutile nomina ad assessori di Battiato e Zichichi si è voluto buttare fumo negli occhi dei siciliani, con provvedimenti tipo la trasformazione delle provincie in consorzi, o il posticipo delle elezioni amministrative a giugno, per consentire l’approvazione della nuova legge elettorale che obbliga alla parità di genere nelle preferenze, il rischio è che si operi una forte riduzione della democrazia a favore di un populismo di stampo demagogico che non vede di buon occhio la libertà dei cittadini.

Battiato qualche tempo fa cantava: “Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere di gente infame, che non sa cos’è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello che fanno; e tutto gli appartiene. Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!”: ecco, dopo cinque anni di governo Crocetta, cantando Battiato, vorremmo evitare di dover sostituire al nome di “patria” quello di “Sicilia”.

Crocetta abolisce le Provincie: gli piace prenderci per il culo

La curiosa moda italiana del momento è la presa per il culo a buon mercato. Non importa chi si prende per il culo, purché lo si prenda. Anche è soprattutto in politica tutto dev’essere funzionale a tale nuova moda, come dimostrano le ultime tendenze elettorali in fatto di presidenze regionali.

E allora se presa per il culo dev’essere, almeno che sia per il sollazzo di tutti e non solo di una ristretta cerchia di eletti. Sollazzo, come l’inusuale e folle corsa di Crocetta verso il “grillismo” duro e puro; passatempo, come la precipua approvazione delle “Norme transitorie per l’istituzione dei consorzi di comuni”; strategico diversivo, come il costante richiamo al così detto “Modello Sicilia”. Sollazzo, passatempo e diversivo, non ci sono altri adeguati sostantivi in grado di mettere bene in evidenza la gigantesca, immensa e grandiosa presa per il culo dei Siciliani operata da Crocetta in collaborazione con il M5S. E la cosa curiosa è che pure litigano per intestarsi la primogenitura di atti che, c’è da scommettere, finiranno per produrre ulteriori sprechi e inefficienze burocratiche contribuendo a ridurre ancor di più i già esigui spazi di esercizio della democrazia.

E’ stata approvata pochi minuti fa la legge che in Sicilia abolisce le Provincie e un motivo ci sarà se tutti gridano alla vittoria, considerato che non vi sarà nessuna abolizione, ma soltanto una trasformazione delle Province in “liberi consorzi” di comuni e considerato che allo stato attuale non è stata approvata nessuna legge, ma solo un ddl che annulla le elezioni di maggio, avvia il commissariamento delle provincie in scadenza di mandato e rimanda a una legge di istituzione dei nuovi consorzi da approvare entro sei dall’entrata in vigore del ddl votato stasera.

Come si può ben intendere allo stato attuale di concreto c’è poco, solo fumo buttato negli occhi dei cittadini nel tentativo di far credere ad essi che tanto si sta facendo per il loro bene. C’è solo da sperare che quanto abolito non finisca per essere raddoppiato se non addirittura triplicato con il rischio di aggravio dei costi dovuti all’istituzione dei consorzi e allo spostamento dei dipendenti delle provincie negli organici dei comuni e delle regioni. Purtroppo oggi al buon senso si è sostituita la propaganda e a nulla vale quanto accaduto con le ATO, le quali istituite per rendere più efficiente ed efficace la raccolta dei rifiuti si sono presto trasformate in carrozzoni mangiasoldi che hanno portato al dissesto quasi tutti i comuni siciliani.

Chiaramente il problema dei costi della politica c’è e rimane intatto nella sua portata. Preso atto che gli sprechi di denaro pubblico in Sicilia non sono da imputare solo ed esclusivamente alle Provincie, come dimostrano i dati del Ministero dell’Economia, quella di Crocetta e del M5S allora è solo propaganda che non apporterà nessun beneficio ai cittadini. Anzi, con l’istituzione dei consorzi i partiti avranno ancor più potere decisionale senza l’obbligo di passare al vaglio del voto le scelte che compiranno all’interno di grigie segreterie di partito.

Insomma, dalla democrazia partecipativa si è passati a una democrazia restrittiva con aggravio di costi per la collettività. Non male come risultato per un partito come il M5S che voleva aprire le istituzioni ai cittadini e invece ha dato un notevole contributo a rinchiuderle nelle solite stanze dei bottoni. Sarebbe stato troppo chiedere a quelli del M5S di essere meno ingenui dinnanzi al lupo Crocetta.

Loro, i Grillini, non lo sanno, ma è proprio questo il “Modello Sicilia” che ha in mente il governatore.

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